Racconto: Maledetti pesciacci
Maledetti pesciacci
Saranno almeno… quanti? Sei mesi? Sette? Non mi ricordo. Ci ho provato in tutti i modi, ma nulla da fare. Più cerco di farmi notare da lui, meno lui mi guarda. E, si badi, NON perché mi trovi antipatica, anzi sono palesemente una delle persone che apprezza maggiormente nella nostra classe; ma la semplice idea che per me lui possa essere qualcosina di più di un amico, nemmeno lo sfiora. È lampante.
E poi, problema: quando non è a scuola, non è facilmente frequentabile. Ogni pomeriggio ha qualche impegno… gli allenamenti di pallone, oppure va a lezione di pianoforte… ce n’è sempre una, e per il resto non esce granché di casa… quindi le occasioni di incontro sono quasi nulle.
Senonché un giorno, chiacchierando a ricreazione, salta fuori che gli piace pescare. Oh-ooooh, penso io, questa potrebbe essere un’occasione. Io ODIO pescare… detesto i pesci, così viscidi e mollicci, e nemmeno li mangio, ma vivaddio, per amore questo e altro. Così butto là una frase innocente:
“Davvero vai a pescare? Pensa, a me sarebbe sempre piaciuto provare (menzogna – menzogna - menzogna), ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse capace…”
E naturalmente lui non può esimersi dal rispondere:
“Ah, beh, se vuoi, la prossima volta che ci vado, ti avviso…”
“Questo sabato?”, propongo io con un sorriso a trentadue denti e la mia espressione più ebete. Pesci… esche… mio Dio che schifo…
Lui resta un attimo senza sapere cosa dire (C’è nessuno là dentro? TI PREGO, accorgiti che è una scusa e che voglio solo uscire con te!), poi sorride e mi fa:
“Va bene, porto io l’attrezzatura per tutti e due”.
Una buona mezz’ora viene spesa a salutare gli amici pescatori, che, vedendolo in compagnia di un essere umano di sesso femminile, gli tirano sguardi carichi di sottintesi e gli lanciano battute più o meno velate, di cui lui nemmeno si accorge (ma ci fa o ci è? d’altra parte si sa, noi donne a infatuarci dei tordi siamo sempre pronte).
Poi, finalmente, possiamo assestarci.
Apre una professionalissima valigetta da cui emergono ami, lenze, mulinelli, galleggianti e una quantità impressionante di altri arnesi di cui non ricordo assolutamente né come si chiamino, né a cosa servano. Poi arriva il momento delle canne. Montare filo, amo e mulinello risulta un’operazione che, al confronto, gli interventi a cuore aperto sono roba da quiz televisivo.
“Allora, guarda”, mi dice lui porgendomi la canna, la lenza, l’amo e un barattolino con delle vongole semiaperte e il mollusco dentro semivivo (bleah!); “prendi il molluschino, lo infili sull’amo e poi lo butti in mare così”, e mi fa vedere il lancio con la sua canna.
Tremando come una foglia e deglutendo, afferro con le dita una di quelle viscide… molli… umidicce… e pure un po’ brodose vongole CRUDE, e ne infilo una sull’amo. Naturalmente, la scarsa esperienza conduce subito a un risultato disastroso. Non solo la vongola scivola via, ma sull’amo mi ci infilzo io.
“AHIO!”
“Ti sei punta?”
No. “Ahio” è un’invocazione zulù al dio della pesca per chiedere la sua protezione dalle balene bianche e dai merluzzi a pallini.
“Sììì”, dico stringendo i denti, “ma non è niente… non ti preoccupare…”
Rimetto in atto tutta la procedura, trattenendomi dal vomitare, e finalmente il molluscaccio è infilzato a dovere, con non poca cinica soddisfazione da parte mia (soffri, schifoso! soffri!). E finalmente riesco pure a tirare lenza, amo e galleggiante in acqua.
Passa sì e no mezzo minuto… improvvisamente vedo il galleggiante sparire e sento un lieve strappo al filo. Avrò mica preso qualcosa? Uno di quei disgustosi… viscidi… orripilanti… PESCI?!
“Mi sa che ne ho preso uno!”, dico cercando di mascherare il terrore nella mia voce.
“Tiralo su! Tiralo su!”, risponde lui, saltando come un grillo.
Obbedisco e poco dopo, appeso all’estremità della lenza, spunta fuori dall’acqua un… un… un COSO, piccolo, orribile, tutto nero da sembrare incatramato, con un sacco di baffotti e pinnette, che si agita come un forsennato.
“Ma è orrendo!”
“È un paganello”, asserisce lui con l’aria dell’esperto.
“Sì, ma è VERAMENTE orrendo!”
“Eh, beh, sai, non è che qui sopra gli scogli si peschi chissà che cosa…”
“Cosa faccio adesso? COSA FACCIO?!?” chiedo isterica, con la canna che mi trema nelle mani.
“Tiralo su che poi lo slamiamo!”
“COSA?!?”
“Lo tiriamo via dall’amo!”
“E poi?”
“Lo ributtiamo in acqua.”
“Va bene, va bene…”, rispondo io mentre cerco disperatamente di tenere la canna alta e il pesciaccio sollevato senza spedirmelo dritto in bocca. “Così?”
“Benissimo, adesso lo appoggi per terra, lo prendi con questa pinza e gli estrai l’amo dalla bocca.”
“Neanche per sogno, io quel coso non lo tocco!”
“Ma è solo un pesce…”
“Spamalo… stramalo… slamalo tu a quello schifo!!!”
“Ma se vuoi imparare…”
Nel frattempo il pesciaccio, agitandosi di qua e di là e rimbalzando per terra, finisce per urtarmi un piede, sicché anche io inizio a saltare come il pesciaccio stesso.
“Toglilo! Staccalo! Ammazzalo! FA’ QUALCOSA!!!”
Lui si rassegna e slama la bestiaccia, forse intuendo che la pesca non è esattamente lo sport per cui sono più portata. Tant’è vero che, dopo aver ributtato il pesce in mare, mi chiede:
“Vuoi provare di nuovo?”
E io, che ovviamente non voglio ammettere di essere sull’orlo di una crisi di nervi, tiro fuori la mia vocina più melliflua:
“Ma ceeeertooo…”
Alla fine, tra conati di vomito repressi, fili spezzati, punture di amo sulle dita e non so quanti orridi pesciacci ributtati in mare, il pomeriggio si conclude. Mettiamo via tutto ‘sto marasma di roba (possibile che per tirare su dall’acqua quei cosi serva un’attrezzatura che nemmeno Sampei?) e ci sediamo sul bordo del molo a riposare, prima di tornare a casa, con le gambe ciondoloni sull’acqua fonda.
Che scena. Io e lui, soli. Mare calmo. Tramonto. Una fettina di luna appena visibile in cielo. E qui si consuma l’ultimo atto del dramma.
Lui, inspirando l’aria del mare: “Certo che si sta proprio bene…”
Io: “Sììì…”
Lui, con gli occhi socchiusi: “Guarda che tramonto stupendo…”
Io: “Sììì…”
Lui, indicando con la mano: “Niente onde, niente vento…”
Io: “Sììì…”
Lui, sguardo romantico: “Il mare liscio come una tavola…”
Io: “Sììì…”
Lui, ebbro di felicità: “Hai visto? C’è anche uno spicchietto di luna in cielo…”
Io: “Sììì…”
Lui, sorridendo famelico: “L’ideale per la tonnara!!!”


