<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751</id><updated>2011-10-10T14:47:29.581+02:00</updated><title type='text'>Albero e Foglia</title><subtitle type='html'>Un angolo di rete dove pubblicare i miei scritti di narrativa e di saggistica, recenti e antichi.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>20</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-8760029793837207200</id><published>2007-09-12T11:30:00.000+02:00</published><updated>2007-09-12T11:37:11.047+02:00</updated><title type='text'>Racconto: Maledetti pesciacci</title><content type='html'>Vecchio raccontino ispirato a mie lontane vicissitudini di corteggiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Maledetti pesciacci&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;                &lt;p class="MsoNormal"&gt;Saranno almeno… quanti? Sei mesi? Sette? Non mi ricordo. Ci ho provato in tutti i modi, ma nulla da fare. Più cerco di farmi notare da lui, meno lui mi guarda. E, si badi, NON perché mi trovi antipatica, anzi sono palesemente una delle persone che apprezza maggiormente nella nostra classe; ma la semplice idea che per me lui possa essere qualcosina di più di un amico, nemmeno lo sfiora. È lampante.&lt;br /&gt;E poi, problema: quando non è a scuola, non è facilmente frequentabile. Ogni pomeriggio ha qualche impegno… gli allenamenti di pallone, oppure va a lezione di pianoforte… ce n’è sempre una, e per il resto non esce granché di casa… quindi le occasioni di incontro sono quasi nulle.&lt;br /&gt;Senonché un giorno, chiacchierando a ricreazione, salta fuori che gli piace pescare. &lt;i&gt;Oh-ooooh&lt;/i&gt;, penso io, &lt;i&gt;questa potrebbe essere un’occasione&lt;/i&gt;. Io ODIO pescare… detesto i pesci, così viscidi e mollicci, e nemmeno li mangio, ma vivaddio, per amore questo e altro. Così butto là una frase innocente:&lt;br /&gt;“Davvero vai a pescare? Pensa, a me sarebbe sempre piaciuto provare &lt;i&gt;(menzogna – menzogna - menzogna)&lt;/i&gt;, ma non ho mai conosciuto nessuno che fosse capace…”&lt;br /&gt;E naturalmente lui non può esimersi dal rispondere:&lt;br /&gt;“Ah, beh, se vuoi, la prossima volta che ci vado, ti avviso…”&lt;br /&gt;“Questo sabato?”, propongo io con un sorriso a trentadue denti e la mia espressione più ebete. &lt;i&gt;Pesci… esche… mio Dio che schifo…&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Lui resta un attimo senza sapere cosa dire &lt;i&gt;(C’è nessuno là dentro? TI PREGO, accorgiti che è una scusa e che voglio solo uscire con te!)&lt;/i&gt;, poi sorride e mi fa:&lt;br /&gt;“Va bene, porto io l’attrezzatura per tutti e due”.&lt;/p&gt;                                                                                &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;Così ci troviamo al porto il sabato successivo, pronti a piazzarci sugli scogli adiacenti il molo e a mettere in atto la mia prima lezione di pesca.&lt;br /&gt;Una buona mezz’ora viene spesa a salutare gli amici pescatori, che, vedendolo in compagnia di un essere umano di sesso femminile, gli tirano sguardi carichi di sottintesi e gli lanciano battute più o meno velate, di cui lui nemmeno si accorge (&lt;i&gt;ma ci fa o ci è?&lt;/i&gt; &lt;i style=""&gt;d’altra parte si sa, noi donne a infatuarci dei tordi siamo sempre pronte&lt;/i&gt;).&lt;br /&gt;Poi, finalmente, possiamo assestarci.&lt;br /&gt;Apre una professionalissima valigetta da cui emergono ami, lenze, mulinelli, galleggianti e una quantità impressionante di altri arnesi di cui non ricordo assolutamente né come si chiamino, né a cosa servano. Poi arriva il momento delle canne. Montare filo, amo e mulinello risulta un’operazione che, al confronto, gli interventi a cuore aperto sono roba da quiz televisivo.&lt;br /&gt;“Allora, guarda”, mi dice lui porgendomi la canna, la lenza, l’amo e un barattolino con delle vongole semiaperte e il mollusco dentro semivivo &lt;i&gt;(bleah!)&lt;/i&gt;; “prendi il molluschino, lo infili sull’amo e poi lo butti in mare così”, e mi fa vedere il lancio con la sua canna.&lt;br /&gt;Tremando come una foglia e deglutendo, afferro con le dita una di quelle viscide… molli… umidicce… e pure un po’ brodose vongole CRUDE, e ne infilo una sull’amo. Naturalmente, la scarsa esperienza conduce subito a un risultato disastroso. Non solo la vongola scivola via, ma sull’amo mi ci infilzo io.&lt;br /&gt;“AHIO!”&lt;br /&gt;“Ti sei punta?”&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;No. “Ahio” è un’invocazione zulù al dio della pesca per chiedere la sua protezione dalle balene bianche e dai merluzzi a pallini.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;“Sììì”, dico stringendo i denti, “ma non è niente… non ti preoccupare…”&lt;br /&gt;Rimetto in atto tutta la procedura, trattenendomi dal vomitare, e finalmente il molluscaccio è infilzato a dovere, con non poca cinica soddisfazione da parte mia &lt;i&gt;(soffri, schifoso! soffri!)&lt;/i&gt;. E finalmente riesco pure a tirare lenza, amo e galleggiante in acqua.&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;Passa sì e no mezzo minuto… improvvisamente vedo il galleggiante sparire e sento un lieve strappo al filo. Avrò mica preso qualcosa? Uno di quei disgustosi… viscidi… orripilanti… PESCI?!&lt;br /&gt;“Mi sa che ne ho preso uno!”, dico cercando di mascherare il terrore nella mia voce.&lt;br /&gt;“Tiralo su! Tiralo su!”, risponde lui, saltando come un grillo.&lt;br /&gt;Obbedisco e poco dopo, appeso all’estremità della lenza, spunta fuori dall’acqua un… un… un COSO, piccolo, orribile, tutto nero da sembrare incatramato, con un sacco di baffotti e pinnette, che si agita come un forsennato.&lt;br /&gt;“Ma è orrendo!”&lt;br /&gt;“È un paganello”, asserisce lui con l’aria dell’esperto.&lt;br /&gt;“Sì, ma è VERAMENTE orrendo!”&lt;br /&gt;“Eh, beh, sai, non è che qui sopra gli scogli si peschi chissà che cosa…”&lt;br /&gt;“Cosa faccio adesso? COSA FACCIO?!?” chiedo isterica, con la canna che mi trema nelle mani.&lt;br /&gt;“Tiralo su che poi lo slamiamo!”&lt;br /&gt;“COSA?!?”&lt;br /&gt;“Lo tiriamo via dall’amo!”&lt;br /&gt;“E poi?”&lt;br /&gt;“Lo ributtiamo in acqua.”&lt;br /&gt;“Va bene, va bene…”, rispondo io mentre cerco disperatamente di tenere la canna alta e il pesciaccio sollevato senza spedirmelo dritto in bocca. “Così?”&lt;br /&gt;“Benissimo, adesso lo appoggi per terra, lo prendi con questa pinza e gli estrai l’amo dalla bocca.”&lt;br /&gt;“Neanche per sogno, io quel coso non lo tocco!”&lt;br /&gt;“Ma è solo un pesce…”&lt;br /&gt;“Spamalo… stramalo… slamalo tu a quello schifo!!!”&lt;br /&gt;“Ma se vuoi imparare…”&lt;br /&gt;Nel frattempo il pesciaccio, agitandosi di qua e di là e rimbalzando per terra, finisce per urtarmi un piede, sicché anche io inizio a saltare come il pesciaccio stesso.&lt;br /&gt;“Toglilo! Staccalo! Ammazzalo! FA’ QUALCOSA!!!”&lt;br /&gt;Lui si rassegna e slama la bestiaccia, forse intuendo che la pesca non è esattamente lo sport per cui sono più portata. Tant’è vero che, dopo aver ributtato il pesce in mare, mi chiede:&lt;br /&gt;“Vuoi provare di nuovo?”&lt;br /&gt;E io, che ovviamente non voglio ammettere di essere sull’orlo di una crisi di nervi, tiro fuori la mia vocina più melliflua:&lt;br /&gt;“Ma ceeeertooo…”&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;                          &lt;p class="MsoNormal"&gt;Alla fine, tra conati di vomito repressi, fili spezzati, punture di amo sulle dita e non so quanti orridi pesciacci ributtati in mare, il pomeriggio si conclude. Mettiamo via tutto ‘sto marasma di roba &lt;i&gt;(possibile che per tirare su dall’acqua quei cosi serva un’attrezzatura che nemmeno Sampei?)&lt;/i&gt; e ci sediamo sul bordo del molo a riposare, prima di tornare a casa, con le gambe ciondoloni sull’acqua fonda.&lt;br /&gt;Che scena. Io e lui, soli. Mare calmo. Tramonto. Una fettina di luna appena visibile in cielo. E qui si consuma l’ultimo atto del dramma.&lt;br /&gt;Lui, inspirando l’aria del mare: “Certo che si sta proprio bene…”&lt;br /&gt;Io: “Sììì…”&lt;br /&gt;Lui, con gli occhi socchiusi: “Guarda che tramonto stupendo…”&lt;br /&gt;Io: “Sììì…”&lt;br /&gt;Lui, indicando con la mano: “Niente onde, niente vento…”&lt;br /&gt;Io: “Sììì…”&lt;br /&gt;Lui, sguardo romantico: “Il mare liscio come una tavola…”&lt;br /&gt;Io: “Sììì…”&lt;br /&gt;Lui, ebbro di felicità: “Hai visto? C’è anche uno spicchietto di luna in cielo…”&lt;br /&gt;Io: “Sììì…”&lt;br /&gt;Lui, sorridendo famelico: “L’ideale per la tonnara!!!”&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-8760029793837207200?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/8760029793837207200/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=8760029793837207200' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/8760029793837207200'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/8760029793837207200'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2007/09/racconto-maledetti-pesciacci.html' title='Racconto: Maledetti pesciacci'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-8048386180894418932</id><published>2007-05-15T23:11:00.000+02:00</published><updated>2008-11-13T09:35:41.219+01:00</updated><title type='text'>Intervista: Laura Ruocco e il Quartetto G</title><content type='html'>&lt;div&gt;Scopro recentemente che un mio amico e collega ha un blog nel quale pubblica (o meglio ri-pubblica) articoli, recensioni o interviste che hanno già visto la luce in altra sede. La trovo un'ottima idea: permette di diffondere maggiormente il proprio lavoro e di promuovere le realtà che più si apprezzano. E visto che questo è un blog che già si basa sul principio del "riciclaggio", non c'è nulla di più coerente che imitare questa bella trovata.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A seguire, quindi, un'intervista che ho fatto nel marzo 2006 alla gentilissima Laura Ruocco, membro fondatore del Quartetto G, all'epoca in fase di lancio e promozione dello spettacolo &lt;em&gt;In Bocca Al Lupo&lt;/em&gt;. Sede di pubblicazione originale: &lt;em&gt;Fumo di China&lt;/em&gt; n° 138.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;strong&gt;Il Lupo? È a teatro…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;em&gt;Lupo Alberto a teatro: dopo i fumetti e la televisione, il Lupo arriva a calcare le assi del palcoscenico. E lo fa con&lt;/em&gt; In Bocca Al Lupo&lt;em&gt;, un musical realizzato da Silver e dal Quartetto G, gruppo artistico di grande esperienza composto da Laura Ruocco, Sabrina Marciano, Antonello Angiolillo e Fabrizio Paganini. Lo show, diretto da Ivan Stefanutti, è un mix di coreografie, animazione e musica, grazie a una colonna sonora costituita per la maggior parte di brani già noti al grande pubblico, arrangiati da Danilo Minotti e affiancati a due canzoni inedite. Laura Ruocco (cantante, attrice e ballerina con un signor curriculum, nonché “cuore” artistico e promozionale del Quartetto G) ci racconta la nascita di questo show.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il Quartetto G è nato con &lt;em&gt;Tutto fa Brod…way&lt;/em&gt;, uno spettacolo che celebrava il musical. Come mai ora il passaggio a qualcosa di così diverso?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Il Quartetto e lo spettacolo &lt;em&gt;Tutto fa Brod…way&lt;/em&gt; erano nati quasi per caso: una sintesi del lavoro fatto insieme per quattro anni a Roma, al Sistina, con il grande Pietro Garinei. Ma è passato del tempo, e i teatri stessi ci chiedevano uno spettacolo nuovo. Così avevamo pensato di proporre in Italia &lt;em&gt;You’re a good man Charlie Brown&lt;/em&gt;: le trattative erano in fase avanzata ma c’erano mille vincoli, tante necessità di adattamento, insomma a un certo punto ci siamo detti… se l’idea del fumetto a teatro ci piace, perché non fare una cosa nuova, con personaggi italiani? Tra l’altro, Sabrina ed io siamo entrambe appassionate di fumetti umoristici: non solo Lupo Alberto ma anche Mafalda, Asterix, i Peanuts…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A proposito: è vero che Sabrina Marciano inizialmente non ci sarà?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Al momento è impegnata con la tournée di &lt;em&gt;Vacanze Romane&lt;/em&gt;, che si conclude il 26 marzo. Quindi per le prime date di &lt;em&gt;In Bocca al Lupo&lt;/em&gt;, sarà con noi Chiara Costanzi. Poi, alla ripresa dello spettacolo in autunno, Sabrina sarà nuovamente dei nostri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Torniamo allora alla nascita dello show…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Sono andata io stessa alla MCK per proporre l’idea: sembravo una rappresentante dell’Avon, piena di volantini, CD, locandine…! Spiegai tutto del Quartetto G, chi eravamo, cosa avremmo voluto fare. L’idea è piaciuta, Silver l’ha rielaborata: nelle nostre intenzioni i fumetti dovevano “prendere vita” e venire nel mondo umano, lui ha suggerito il contrario: noi, performer di teatro, andiamo all’audizione per uno show il cui produttore è il Lupo. Siamo noi ad entrare nel fumetto!&lt;br /&gt;Stabilito il “nocciolo”, abbiamo coinvolto Augusto e Antonio Fornari per la stesura del copione insieme a Silver: lui ha scritto tutta la parte del Lupo, loro quella degli umani. E poi, con un grosso lavoro di sinergia, hanno “fuso” il tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E i brani musicali?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Abbiamo voluto replicare l’“effetto nostalgia” di &lt;em&gt;Tutto Fa Brod…way&lt;/em&gt;: le canzoni note ti muovono qualcosa dentro, catturano l’attenzione. Per esempio ci saranno “Here there and everywhere” dei Beatles insieme a “Suppertime” da &lt;em&gt;You’re a Good Man Charlie Brown&lt;/em&gt;, a “The Wizard and I” da &lt;em&gt;Wicked&lt;/em&gt;… tutte tradotte in italiano, arrangiate e adattate alla situazione, a ciò che stiamo raccontando in quel momento. E due pezzi inediti: uno è il tema principale, “Le faremo sapere”; l’altro è l’ending, ispirato al “Chiaro di Luna” di Debussy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vedremo molti personaggi dei fumetti?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Certo! Per esempio Snoopy, Valentina di Crepax, Diabolik (tutti rigorosamente con il permesso – entusiasta! - dei rispettivi editori)… e poi noi quattro. Che siamo indispensabili al Lupo: lui voleva mettere in piedi un nuovo spettacolo ma Mandrake ha fatto un gesto e gli ha cambiato tutta la scenografia. Ha fatto dei provini e il candidato più normale che si è presentato era Eta Beta… insomma ha proprio bisogno degli umani!&lt;br /&gt;E gli umani, attraverso lo svolgimento della storia, arrivano a capire cos’è la fantasia, quanto è utile: una valvola di sfogo, un aiuto, una scorta di ossigeno che è tanto più importante quanto più ciascuno di noi va avanti nella vita. Entrando e uscendo dalle strip, i nostri personaggi tornano nella realtà “contaminati”, apprendono una sorta di “arte della mediazione”. E crescono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma il Lupo c’è davvero?&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sì che c’è: in animazione (doppiato da Riccardo Peroni), tramite schermi disposti in punti diversi del palco. Interagire con lui è stato l’aspetto più nuovo e impegnativo dello show ma anche il più gratificante: abbiamo davvero “trovato” Lupo Alberto e la sua personalità. Ormai è uno di noi.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5064900516605942466" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://1.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/RkokL1L9WsI/AAAAAAAAADw/mH9KPgOOtyA/s400/Lupo.jpg" border="0" /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-8048386180894418932?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/8048386180894418932/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=8048386180894418932' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/8048386180894418932'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/8048386180894418932'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2007/05/intervista-laura-ruocco-e-il-quartetto.html' title='Intervista: Laura Ruocco e il Quartetto G'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/RkokL1L9WsI/AAAAAAAAADw/mH9KPgOOtyA/s72-c/Lupo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-7611058503403844269</id><published>2007-05-15T22:23:00.000+02:00</published><updated>2007-05-15T22:38:20.507+02:00</updated><title type='text'>Tesina su Opera Aperta - capitolo 3, Conclusioni e Bibliografia</title><content type='html'>Dopo un vergognoso intervallo di mesi e mesi, pubblico le parti rimanenti della mia vecchia tesina sul saggio &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; di Umberto Eco. Se qualche studente dovesse trovarla utile, me lo faccia sapere, così potrò coccolare il mio ego.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L'&lt;em&gt;Opera&lt;/em&gt; &lt;em&gt;Aperta&lt;/em&gt; di Umberto Eco: tra constastazioni e giudizi estetici&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;3. Constatazione &lt;em&gt;vs&lt;/em&gt; giudizio&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A nostro avviso, vi sono due argomenti in merito ai quali Eco si lascia andare a una serie di giudizi; il che implica che si possa obiettare alla presenza stessa di tali giudizi, e naturalmente ai loro contenuti.&lt;br /&gt;Il primo argomento è quello ben sintetizzato nel titolo di uno dei saggi di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;: “Del modo di formare come impegno sulla realtà”. In esso, viene vigorosamente sostenuta la tesi, già ricordata, che se l’arte vuole parlare del mondo e dell’uomo, deve farlo attraverso il modo di formare; ma da qui a muoversi alla ricerca di quale sia il modo di formare più adatto al nostro tempo, il passo è breve. E infatti Eco espone una tesi ben precisa: “l’avanguardia artistica è l’unica a intrattenere un rapporto di significazione col mondo in cui vive”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt;. È l’unica, cioè, che può parlare dell’uomo e del mondo, perché essa esprime, con il suo essere “arroccata al limite estremo della comunicabilità”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt;, il mondo contemporaneo, privo di punti di riferimento, derubato, dalle scoperte scientifiche e dalla crisi dei sistemi di valori, di un ordine stabilito delle cose su cui basare solidi rapporti psicologici. Il mondo e la società vivono una crisi di valori, e l’arte mostra questa crisi attraverso la propria forma.&lt;br /&gt;Un esempio calzante è quello della musica, nel passaggio dalla scala tonale a quella dodecafonica, con la mediazione delle dissonanze programmate di Debussy e Strawinskj. La scala tonale esprimeva l’accordo con un determinato sistema di valori ontologici e psicologici; caduto quel sistema, essa risultava inadeguata ai musicisti, che non la sentivano in grado di esprimere i mutati rapporti sociali, laddove invece la scala dodecafonica poteva farlo. “Sui binari di quella tonalità che aveva celebrato i suoi tardi trionfi nella &lt;em&gt;Rapsodia in blue&lt;/em&gt;, non saremmo mai riusciti oggi a ‘dire’ con la musica qualcosa sulla nostra situazione”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn3" name="_ftnref3"&gt;[3]&lt;/a&gt; (il che, secondo noi, è tutto da dimostrare).&lt;br /&gt;Sul fatto che Eco abbia inserito un giudizio ben preciso all’interno di un contesto nel quale ci si voleva limitare alla pura constatazione di certe tendenze artistiche contemporanee, non dovrebbero esserci dubbi. Più difficile è confutare la sua tesi, se non altro perchè le nostre nozioni in termini di arte contemporanea sono piuttosto scarse. Ci sia tuttavia consentito di dubitare che l’intero mondo contemporaneo sia caratterizzato &lt;em&gt;solo&lt;/em&gt; dal dissolvimento dei valori e dalla crisi dei sistemi. Dove la scienza distrugge certezze antiche, dà in cambio conoscenze nuove; dove un sistema viene incrinato, la società acquista una maggiore consapevolezza dei limiti umani; e così via. Forse le forme artistiche dell’avanguardia possono rendere la crisi meglio di altre, ma certo non esauriscono la complessità dei processi che si svolgono in seno al mondo e alla società.&lt;br /&gt;Il secondo argomento riguardo al quale Eco offre un giudizio al suo lettore, ha a che vedere sempre con la validità delle opere dell’arte contemporanea, ma dal punto di vista del tema centrale del libro: la poetica dell’opera aperta. Nell’introduzione alla seconda edizione del testo, leggiamo: “la nozione di ‘opera aperta’ non ha rilievo assiologico [...]; &lt;em&gt;rappresenta un modello ipotetico&lt;/em&gt;, sia pure elaborato sulla scorta di numerose analisi concrete, utilissimo per indicare, con formula maneggevole, una direzione dell’arte contemporanea [...]; tale nozione non indica tanto come i problemi artistici vengano &lt;em&gt;risolti&lt;/em&gt;, ma come vengano &lt;em&gt;posti&lt;/em&gt;”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn4" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn4" name="_ftnref4"&gt;[4]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Queste puntualizzazioni, Eco spiega, sono necessarie per chiarire le idee a quanti hanno visto nella nozione di opera aperta un elemento di giudizio per valutare i testi estetici, dimostrando così di aver letto il libro in maniera superficiale. In effetti, nei saggi di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; possiamo leggere che la pluralità semantica di un testo (si sta parlando del &lt;em&gt;Finnegans Wake&lt;/em&gt;) “non determina ancora il &lt;em&gt;valore estetico&lt;/em&gt;”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn5" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn5" name="_ftnref5"&gt;[5]&lt;/a&gt;. E, più avanti, parlando di alcuni brani musicali che non si basano sulla scala tonale: “questo non determina il risultato estetico: mille goffe costellazioni di suoni svincolati dal sistema tonale mi diranno meno (mi informeranno meno, mi arricchiranno meno) della &lt;em&gt;Eine kleine Nachtmusik&lt;/em&gt;”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn6" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn6" name="_ftnref6"&gt;[6]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Perché dunque, nonostante queste precisazioni, una parte del pubblico ha dato del libro di Eco un’interpretazione tale da spingere l’autore ad essere tanto preciso e puntuale nell’introduzione alla seconda edizione?&lt;br /&gt;A nostro avviso, per due motivi. Il primo è un dubbio che, come è sorto in noi, può aver colto anche altri lettori, e cioè: se un testo estetico è tale in quanto risultato di una certa organizzazione delle forme che permettono maggiore apertura, maggiore varietà di fruizione interpretativa, allora lo stesso discorso dovrebbe valere &lt;em&gt;fra testi estetici&lt;/em&gt;, e la nozione di opera aperta costituirebbe dunque un parametro di giudizio per decidere la validità di un’opera. Stabilito che X e Y sono testi estetici, se X è più aperto di Y è anche più valido; in questo senso le opere di Joyce sarebbero migliori di quelle di Shakespeare, e tale conclusione mostra da sé la sua inconsistenza.&lt;br /&gt;Il secondo motivo per cui è lecito sospettare una presa di posizione dell’autore rispetto all’arte contemporanea è semplicemente la presenza di giudizi: Brahms migliore di Ciaykowskij, Schönberg di Addinsel. Giudizi con i quali si può convenire o dai quali si può dissentire, ma comunque presenti. Tuttavia, noi siamo propensi a credere alla buona fede di Eco quando scrive: “Il fatto che in questo libro si elabori un modello di opera aperta rifacendosi, più che ad opere del tipo Brecht, ad opere dove la ricerca formale sulle strutture fini a se stesse è più esplicita e decisa, dipende dal fatto che in queste opere il modello appariva più facile da individuarsi”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn7" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn7" name="_ftnref7"&gt;[7]&lt;/a&gt;. Oppure: “queste indagini [...] prendono in esame una serie di fenomeni per il fatto che &lt;em&gt;esistono&lt;/em&gt;, e nel descriverli cercano di spiegarli, senza pretendere assolutamente che questa descrizione implichi, con un giudizio di valore, l’affermazione che questi fenomeni costituiscono sempre e a ogni costo l’unica punta valida dell’arte contemporanea. Il fatto che l’autore li abbia scelti a materia di indagine può lasciare sospettare una sua propensione, tradita qua e là da momenti di adesione al materiale trattato. Ma supplisca il lettore con la freddezza della sua lettura”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn8" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn8" name="_ftnref8"&gt;[8]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Sia pure: del professor Eco ci fidiamo. Ci sia però consentito servirci degli strumenti semiotici e interpretativi che proprio lui ci ha insegnato: all’Autore Modello il lettore deve attribuire certe intenzioni, “indipendentemente dalle intenzioni dell’autore empirico”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn9" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn9" name="_ftnref9"&gt;[9]&lt;/a&gt;; sono cioè l’&lt;em&gt;intentio&lt;/em&gt; &lt;em&gt;operis&lt;/em&gt; e l’&lt;em&gt;intentio&lt;/em&gt; &lt;em&gt;lectoris&lt;/em&gt; a contare, più che l’&lt;em&gt;intentio&lt;/em&gt; &lt;em&gt;auctoris&lt;/em&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn10" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn10" name="_ftnref10"&gt;[10]&lt;/a&gt;. Diciamo allora che i nostri sospetti non toccano il professor Umberto Eco, ma l’Autore Modello di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Conclusioni&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Lo studio dei testi estetici, della loro forma, della loro fruizione interpretativa è rimasto centrale per Eco anche dopo &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, tant’è vero che esso verrà inquadrato nell’ambito di una teoria semiotica che non a caso viene detta interpretativa.&lt;br /&gt;Il punto di partenza di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, perciò, è rimasto per Eco un cardine per tutta la speculazione successiva, il che va a testimonianza della validità degli spunti che questo testo proponeva. Noi abbiamo cercato di metterne in evidenza i punti fondamentali, confessando alcune nostre perplessità che erano emerse spontaneamente durante la lettura. Non possiamo dire di avere effettivamente confutato le argomentazioni di Eco, un po’ perchè riteniamo di non essere ancora in possesso degli strumenti adeguati, e un po’ perchè &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; è veramente un bel libro, che ci dispiaceva mettere sotto processo.&lt;br /&gt;Due sono gli aspetti che ci hanno colpito favorevolmente più di altri. Il primo è la scelta di metodo (applicare all’estetica strumenti messi a disposizione da altre discipline), coraggiosa e coerente. Il secondo è il tentativo di trovare una spiegazione a quel “non so che” nel quale consiste il fascino di un testo estetico, e il trovarla nella fruizione e nella plurivocità interpretativa. Eco non è stato certamente il primo ad affrontare il tema in questo modo; ma, nel suo caso, il discorso di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; fa da base, come dicevamo, a una solida teoria semiotica che rende conto in termini rigorosi di quel particolare rapporto che sussiste fra un’opera d’arte e il suo fruitore: “il testo estetico diventa così la fonte di un imprevedibile atto comunicativo il cui autore reale rimane indeterminato, talvolta essendo il mittente, talvolta il destinatario che collabora alla sua espansione semiosica”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn11" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn11" name="_ftnref11"&gt;[11]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;NOTE&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; Ibid., p.264.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; Ibid., p.264.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref3" name="_ftn3"&gt;[3]&lt;/a&gt; Ibid., p.13.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn4" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref4" name="_ftn4"&gt;[4]&lt;/a&gt; Ibid., p.18-19.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn5" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref5" name="_ftn5"&gt;[5]&lt;/a&gt; Ibid., p.92.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn6" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref6" name="_ftn6"&gt;[6]&lt;/a&gt; Ibid., p.120.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn7" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref7" name="_ftn7"&gt;[7]&lt;/a&gt; Ibid., p.20.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn8" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref8" name="_ftn8"&gt;[8]&lt;/a&gt; Ibid., p.6.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn9" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref9" name="_ftn9"&gt;[9]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;Lector in fabula&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1979 (ed. Tascabili Bompiani 1993, p. 63).&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn10" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref10" name="_ftn10"&gt;[10]&lt;/a&gt; V. Umberto Eco, &lt;em&gt;I limiti dell’interpretazione&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1990.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn11" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref11" name="_ftn11"&gt;[11]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;Trattato di semiotica generale&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1975, p. 343.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Bibliografia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ECO, Umberto&lt;br /&gt;1962 &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani (ed. Tascabili Bompiani 1993)&lt;br /&gt;1964 “Struttura del messaggio poetico”, in &lt;em&gt;Apocalittici e integrati&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani (Tascabili Bompiani 1990), pp. 84-99.&lt;br /&gt;1968 “Il messaggio estetico”, in &lt;em&gt;La struttura assente&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani (ed. Tascabili Bompiani 1994), pp. 61-81.&lt;br /&gt;1975 “Il testo estetico come esempio di invenzione”, in &lt;em&gt;Trattato di semiotica generale&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, pp. 328-343.&lt;br /&gt;1979 &lt;em&gt;Lector in fabula&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani (ed. Tascabili Bompiani 1993)&lt;br /&gt;1990 “Idioletto testuale e varietà di interpretazioni”, in &lt;em&gt;I limiti dell’interpretazione&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, pp. 126-141.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-7611058503403844269?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/7611058503403844269/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=7611058503403844269' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/7611058503403844269'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/7611058503403844269'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2007/05/tesina-su-opera-aperta-capitolo-3.html' title='Tesina su Opera Aperta - capitolo 3, Conclusioni e Bibliografia'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116588263485941101</id><published>2006-12-12T01:10:00.000+01:00</published><updated>2007-05-15T22:39:05.135+02:00</updated><title type='text'>Tesina su Opera Aperta - capitolo 2</title><content type='html'>Secondo capitolo di questa testina prodotta per l'esame di Estetica, nel quale si analizza un cardine di tutta la filosofia del linguaggio di questo mondo... uno dei pochi concetti che tuttora mi torna utile e spunta a cadenza regolari nella mia vita e nel mio lavoro: il rapporto tra forma e contenuto di un testo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L'&lt;em&gt;Opera Aperta&lt;/em&gt; di Umberto Eco: tra constastazioni e giudizi estetici&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;2. Forma e contenuto&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Fino ad ora abbiamo fatto riferimento in generale ai testi estetici e a una loro più o meno evidente ambiguità, che ne determina il grado di apertura. Resta da chiarire come e dove vedere questa ambiguità.&lt;br /&gt;Si parlava di &lt;em&gt;deviazione dal codice&lt;/em&gt;; in altri termini, ciò che ci interessa è la forma in cui un testo si presenta, ovvero “come è fatto”. Possiamo avere brani di prosa e poesia, musiche e opere figurative che espongono contenuti inusuali e, se vogliamo, ambigui (nel senso di non abituali per il pubblico); ma non è questo a renderli testi estetici. Si potrebbero scrivere pagine e pagine sugli argomenti più strani e irrazionali, ma non è detto che ne uscirebbe un’opera d’arte suscettibile di svariate interpretazioni. Questo, secondo la tesi di Eco, accade perché l’ambiguità di un testo estetico non sta nei contenuti che esso espone, bensì nella forma da cui tali contenuti sono veicolati.&lt;br /&gt;Visto dunque che la nozione di forma è tanto importante, sarà opportuno chiarirla meglio. Dobbiamo purtroppo notare che, nei saggi di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, il vocabolo “forma” è utilizzato in maniera tanto naturale e scorrevole da rendere difficile una sua completa comprensione, o almeno una sua definizione un po’ più rigorosa. Riteniamo che la stessa lacuna sia stata avvertita anche da altri lettori, e probabilmente dall’autore stesso, visto che a questo concetto Eco dedica una parte dell’introduzione alla seconda edizione.&lt;br /&gt;Eco scrive che la nozione di opera aperta “rappresenta un modello ipotetico [...]. In senso più empirico, diremo che si tratta di una categoria esplicativa elaborata per esemplificare una tendenza delle varie poetiche [...]. Si elabora un modello per indicare una forma comune a diversi fenomeni”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt;. E, più avanti: “Noi parleremo dell’opera come di una ‘forma’: e cioè come di un tutto organico che nasce dalla fusione di diversi livelli di esperienza precedente (idee, emozioni, disposizioni ad operare, materie, moduli d’organizzazione, temi, argomenti, stilemi prefissati e atti d’invenzione). Una forma è un’opera riuscita, il punto d’arrivo di una produzione e il punto di partenza di una consumazione che - articolandosi - torna a dar vita sempre e di nuovo, da prospettive diverse, alla forma iniziale”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt;. In un libro successivo, leggiamo inoltre: “un messaggio che mi sospenda in bilico tra informazione e ridondanza, che mi spinga a chiedermi cosa vuol dire, mentre vi intravvedo, tra le brume dell’ambiguità, qualcosa che, alla base, dirige la mia decodificazione, è un messaggio che io incomincio a osservare per vedere come è fatto”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn3" name="_ftnref3"&gt;[3]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;A nostro avviso, la forma è in fin dei conti la manifestazione lineare del testo: come si mostra. E’ il testo in quanto è fatto in quel certo modo e non in un altro. Per riprendere l’esempio di Petrarca, un trattatello sulle sue pene d’amore sarebbe stato forse più esauriente di &lt;em&gt;Chiare, fresche, e dolci acque&lt;/em&gt;, ma non sono i contenuti a fare un testo estetico: è la sua forma, i suoni che mette in gioco, l’ordine delle parole, le rime. Logicamente, a tale manifestazione lineare viene attribuito un significato di base (Petrarca ricorda Laura presso la riva di un fiume, eccetera), senza il quale l’opera sarebbe priva di senso; ma resta il fatto che lo stesso significato avrebbe potuto essere espresso anche senza essere veicolato da un testo estetico. Il quale, invece, non solo lo veicola, ma mette in gioco anche altri sensi, altre sfumature che solo la fruizione estetica può far emergere. Abbiamo cioè “la fusione tra suono e significato, tra valore convenzionale del suono ed emozione, accento di pronuncia. Questo particolare tipo di fusione è quello che la cultura occidentale riconosce come la caratteristica dell’arte, il risultato estetico”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn4" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn4" name="_ftnref4"&gt;[4]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;La nozione di forma è di particolare rilevanza quando associata a un discorso più generale su ciò che le opere d’arte possono dire riguardo alla realtà; quando cioè si prendono in esame opere che danno giudizi in merito a qualcosa. Principio estetico fondamentale di Eco è: “il primo tipo di discorso che l’arte fa, lo fa attraverso il modo di formare; la prima affermazione che l’arte fa sul mondo e sull’uomo, quella che può fare di diritto e la sola che abbia un vero significato, la fa atteggiando in un certo modo le proprie forme e non pronunciando attraverso di esse un complesso di giudizi in merito a un certo soggetto”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn5" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn5" name="_ftnref5"&gt;[5]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Questa tesi appare, rispetto alle sue premesse, del tutto coerente. Se ciò che rende un testo estetico tale è la sua forma, sarà ad essa che bisognerà fare riferimento anche quando l’arte intende parlare del mondo, della società e così via. C’è però da considerare che lo stato del mondo e della società sono fattori che variano nel tempo, cosa che fanno anche le poetiche. Dunque, un certo modo di fare arte, una certa poetica potrà riferirsi in un certo modo al suo tempo, laddove un’altra poetica lo farà in un altro modo. Come si fa a decidere quale forma artistica è più adeguata al proprio tempo e alla società nell’ambito della quale viene creata?&lt;br /&gt;Eco risponderebbe probabilmente che quello di giudicare è compito della critica, e non del suo libro, che si limita a constatare la presenza di certe tendenze nell’arte contemporanea. Vediamo se è vero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;NOTE&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1962 (ed. Tascabili Bompiani 1993, p. 19)&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p.22.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref3" name="_ftn3"&gt;[3]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;La struttura assente&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1968 (ed. Tascabili Bompiani 1994, p. 64).&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn4" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref4" name="_ftn4"&gt;[4]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1962 (ed. Tascabili Bompiani 1993, p. 182).&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn5" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref5" name="_ftn5"&gt;[5]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p.266.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116588263485941101?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116588263485941101/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116588263485941101' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116588263485941101'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116588263485941101'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/12/tesina-su-opera-aperta-capitolo-2.html' title='Tesina su Opera Aperta - capitolo 2'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116570078489731019</id><published>2006-12-09T22:31:00.000+01:00</published><updated>2007-05-15T22:39:41.264+02:00</updated><title type='text'>Tesina su Opera Aperta - introduzione e capitolo 1</title><content type='html'>Oggi inizio a mettere online un'altra tesina scritta durante il mio percorso universitario, in questo caso per l'esame di Estetica (anno accademico 1994-95). Si trattava di una lettura critica di un'opera di filosofia estetica: nell'elenco di titoli a cui potevamo dedicarci, io scelsi &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; di Umberto Eco, dal momento che avevo ragione di voler approfondire la conoscenza del suo percorso filosofico.&lt;br /&gt;La tesina ebbe un giudizio molto positivo, ma sono convinta che non meriti di rimanere negli annali della filosofia... insomma è piuttosto "scolastica"; siccome però si sviuppa secondo un impianto logico abbastanza rigoroso, la metto comunque a disposizione di chi potesse trovarla utile per i propri studi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L'&lt;em&gt;Opera Aperta&lt;/em&gt; di Umberto Eco: tra constastazioni e giudizi estetici&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Introduzione&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Quando uscì la prima edizione&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt; di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, nel 1962, il clima culturale italiano e i contenuti del libro si fusero in una sorta di miscela esplosiva. Apparvero innumerevoli recensioni e critiche, e il dibattito che seguì fu contraddistinto da una grande vivacità.&lt;br /&gt;Cosa aveva &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; di tanto provocatorio?&lt;br /&gt;Fondamentalmente, i fattori importanti erano due. Il primo di essi è l’uso, in un testo che parla di estetica, di nozioni mutuate da campi del sapere estranei a quello filosofico: ad esempio la teoria dell’informazione e le comunicazioni di massa.&lt;br /&gt;Il secondo fattore è un certo tipo di compenetrazione tra il piano della speculazione filosofica pura e quello della riflessione su diverse forme di arte, in particolare le neoavanguardie.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il primo punto, anche se si può comprendere che l’accostamento fra termini come “fruizione estetica” e “logaritmo binario” non sia usuale, non si può giustificare l’ostinato rifiuto, da parte di una certa cultura, verso un tentativo più che legittimo: quello di servirsi di nozioni precise e definite allo scopo di rendere più chiaro un oggetto di studio sfuggevole e ambiguo come quello dei testi estetici in generale, e delle avanguardie in particolare.&lt;br /&gt;Il nostro lavoro verterà piuttosto sulla seconda questione, che è molto più complessa ed era già stata affrontata da alcuni filosofi contemporanei. Una prova della sua importanza sta nello spazio che le viene dedicato dallo stesso Eco nella introduzione alla seconda edizione, del 1967. In essa, l’autore cerca proprio di chiarire alcuni punti fondamentali relativi a riflessione estetica e creatività artistica; sarà più o meno sugli stessi punti (ambito della ricerca, nozione di “opera aperta” e di “forma e contenuto”) che ci soffermeremo nelle tre parti principali in cui si suddividerà il presente lavoro.&lt;br /&gt;Nel primo capitolo, metteremo in luce i nuclei teorici fondamentali di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;; nel secondo, inquadreremo più approfonditamente le nozioni di forma e contenuto; nel terzo, ci occuperemo del punto più controverso dell’intero libro: il rapporto fra speculazione estetica e giudizi di valore. Tenteremo infine di trarre qualche conclusione e di assumere una posizione in merito ai contenuti e al metodo di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Credo che chiarire e perfezionare i dati dell’istinto&lt;br /&gt;sia importante [...]. Credo che, come la spontaneità&lt;br /&gt;inventiva nutre la riflessione scientifica, così la&lt;br /&gt;riflessione scientifica possa potenziare l’invenzione.&lt;br /&gt;Umberto Eco&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;1. Nuclei fondamentali di &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.1. Obiettivo, metodo e tesi del testo&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Qual è lo scopo che si prefigge Umberto Eco quando affronta il tema dell’uso dei linguaggi nei testi estetici, non solo in &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; ma anche in alcuni testi successivi, in cui si sofferma su tali argomenti?&lt;br /&gt;L’ambizione di Eco è quella di fare chiarezza, per quanto possibile, nell’ambiguità e nella incertezza di significato di termini quali “testo estetico” o “messaggio poetico”. Tale intento è messo in evidenza soprattutto ne &lt;em&gt;I limiti dell’interpretazione&lt;/em&gt;, ma è ben presente anche nel testo oggetto della nostra analisi. Stabilito che tutti noi, come fruitori di opere d’arte, abbiamo avuto esperienza di certe impressioni forti sì, ma delle quali non sappiamo dare che descrizioni vaghe e imprecise, bisogna tentare di spiegare meglio questo effetto, sfuggendo alla tentazione di rifugiarci nelle cosiddette “estetiche dell’ineffabilità”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;A tale scopo, è necessario provvederci di strumenti adeguati, dovunque possiamo trovarli (e questa impostazione di metodo è tanto semplice quanto perfetta); Eco ritiene di potersi servire in modo vantaggioso di concetti mutuati dalla teoria dell’informazione. Nozioni come quella di funzione comunicativa, codice, messaggio, canale, informazione, rumore, vengono prima descritte facendo riferimento al loro abituale campo d’uso, e poi utilizzate in un nuovo ambito: quello dei testi estetici. Tale procedimento, si badi, è del tutto legittimo solo a patto che venga portato avanti con la massima prudenza, e che si ricordi costantemente di avere per le mani strumenti in origine non nati per lo scopo che a noi interessa, ma per tutt’altre cose.&lt;br /&gt;In sintesi: ogni messaggio (testi estetici compresi) viene costruito secondo un codice preesistente e deve seguirne le leggi. Se il messaggio veicola il suo contenuto in maniera univoca, precisa, suscettibile di un’unica interpretazione, osservando con certosina precisione le regole del codice, sarà difficile che susciti in noi un effetto particolare; rivestirà fondamentalmente (secondo la terminologia di Roman Jakobson) una funzione referenziale, ma non estetica. Tale funzione entra in gioco quando il messaggio “si presenta come strutturato in modo ambiguo e appare autoriflessivo, quando cioè intende attirare l’attenzione del destinatario anzitutto sulla propria forma”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn3" name="_ftnref3"&gt;[3]&lt;/a&gt;. La quantità di informazione veicolata da un messaggio ambiguo è molto elevata, perchè il destinatario può sciogliere l’ambiguità in diversi modi, ovvero dare diverse interpretazioni del messaggio stesso; al contrario, un messaggio netto e univoco come “il treno delle ore 7.46 per Milano viaggia con circa venti minuti di ritardo” offre una sola possibilità interpretativa. Se poi diversi passeggeri reagiranno alla notizia del ritardo in maniera diversa (chi più indifferente, chi più impaziente e incollerito), ciò sarà dovuto all’importanza che essi attribuivano alla puntualità di quel treno; ma tale importanza dipende dagli affari privati di ciascun passeggero, non dalla struttura del messaggio che hanno ascoltato.&lt;br /&gt;Naturalmente, ove l’ambiguità sia eccessiva e finisca per contraddire tutte le regole del codice (il quale deve pur continuare ad esistere), finiremo per avere non più un messaggio estetico, ma un rumore, un disordine privo di significato. Invece, “una ambiguità produttiva è quella che risveglia la mia attenzione e mi sollecita ad uno sforzo interpretativo, ma poi mi consente di trovare delle direzioni di decodifica”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn4" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn4" name="_ftnref4"&gt;[4]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Se ne deduce che quel particolare effetto che ha su di noi la fruizione di un testo estetico dipende dal nostro essere messi davanti a qualcosa di inusitato, di non-ovvio, di originale rispetto all’uso abituale che facciamo dei codici a nostra disposizione. Se Francesco Petrarca avesse spiegato il suo amore per Laura raccontando per filo e per segno dove l’aveva vista per la prima volta, cosa in lei l’aveva attratto, quale era stato il suo comportamento in seguito, la sua sarebbe semplicemente stata la testimonianza di un intenso sentimento d’amore. Leggendo &lt;em&gt;Chiare, fresche, e dolci acque&lt;/em&gt;, invece, subiamo un effetto estetico dovuto a una certa deviazione dall’abituale codice della lingua italiana del Trecento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;1.2. Due diversi tipi di apertura&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per apertura intenderemo in definitiva la possibilità di una pluralità di interpretazioni di un testo. Da questo punto di vista, essa è propria di ogni opera d’arte. Esiste però anche un’altro tipo di apertura: quella proposta da certe poetiche contemporanee, che vogliono spingere al massimo su tale caratteristica tipica di tutti i testi estetici. Avremo due conseguenze: da un lato si porta all’estremo il rapporto fra l’opera e il suo fruitore (si vedano ad esempio certe composizioni musicali di Luciano Berio); dall’altro si cerca il sottile confine che separa il testo estetico dal rumore, tenendosi in bilico su di esso (si pensi al &lt;em&gt;Finnegans Wake&lt;/em&gt; di Joyce).&lt;br /&gt;In particolare le opere d’arte delle avanguardie (ricordiamo che &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; esce nel 1962) puntano sulla “caoticità, la polivalenza, la multi-interpretabilità”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn5" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn5" name="_ftnref5"&gt;[5]&lt;/a&gt;. Il fruitore “si eccita quindi davanti a una libertà dell’opera, a una sua proliferatività infinita, di fronte alla ricchezza delle sue interne aggiunzioni, delle proiezioni inconscie che vi convoglia, dell’invito che la tela gli fa a non lasciarsi determinare dai nessi causali e dalle tentazioni dell’unico, impregnandosi in una transazione ricca di scoperte sempre più imprevedibili”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn6" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn6" name="_ftnref6"&gt;[6]&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Il punto più delicato dell’intera questione sta nell’intendere dove la pluralità interpretativa degenera nel rumore. “La possibilità di una comunicazione tanto più ricca quanto più aperta risiede nel delicato equilibrio di un minimo di ordine consentibile con un massimo di disordine. Questo equilibrio segna la soglia tra l’indistinto di tutte le possibilità e il campo di possibilità”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn7" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn7" name="_ftnref7"&gt;[7]&lt;/a&gt;, dal momento che, “se si introducesse un sistema assolutamente nuovo, il discorso si dissolverebbe nell’incomunicazione”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn8" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn8" name="_ftnref8"&gt;[8]&lt;/a&gt;. Il pubblico deve poter capire.&lt;br /&gt;In questo discorso non dovrebbe mancare, a nostro avviso, un elemento soggettivo su cui Eco non si sofferma più di tanto, ma che ci sembra importante: e cioè il fatto che l’equilibrio di cui parlavamo può essere percepito diversamente da fruitore a fruitore. Lo stesso discorso si può fare anche per un uso non estetico (o solo parzialmente estetico) del linguaggio: ad esempio, la sequenza di lettere Mxyzptlk è del tutto priva di senso per molte persone, ma ha invece un significato ben preciso per altre&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn9" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn9" name="_ftnref9"&gt;[9]&lt;/a&gt;. Ma restiamo nel campo musicale, a cui Eco fa spesso riferimento: un ascoltatore abituato ad ascoltare Bach e Mozart troverà arduo l’ascolto di alcuni brani di Stravinskij e semplicemente impossibili certe composizioni di Schönberg, perché il punto di equilibrio fra disordine produttivo e rumore è difficilmente percepibile. Al contrario, un ascoltatore cresciuto con Debussy e Skrjabin riuscirà probabilmente ad ascoltare pezzi di John Cage senza rimanere troppo perplesso. La cultura personale è un parametro rilevante per la fruizione di testi estetici in generale, e di opere avanguardiste in particolare.&lt;br /&gt;E’ importante sottolineare che il discorso di Eco verrà ripreso in diversi testi e saggi successivi, dove verrà posto in forma semiotica; o meglio, come dice Eco stesso, è in &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; che il tema veniva trattato “in forma ancora pre-semiotica”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn10" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn10" name="_ftnref10"&gt;[10]&lt;/a&gt;. Vorremmo qui ritornare sulla nozione di codice, che avevamo citato all’inizio della nostra analisi, e far notare che nel &lt;em&gt;Trattato&lt;/em&gt; Eco definirà ogni grande innovazione della storia delle varie forme d’arte come “violenta istituzione di codice”&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn11" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftn11" name="_ftnref11"&gt;[11]&lt;/a&gt;, che a volte ha bisogno di anni o addirittura di secoli per essere accettata dall’immaginario collettivo. Questo va secondo noi a provare il fatto che il confine tra ordine e disordine è talmente instabile che la sua identificazione varia enormemente da epoca ad epoca, da contesto a contesto. In altre parole, per affrontare in maniera conveniente il tema non guasterebbe forse un approccio un po’ più vicino a quel relativismo storico che Eco rigetta vedendolo intimamente connesso alle famigerate estetiche dell’ineffabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;NOTE&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt; si presentava, nella sua prima edizione, come una raccolta di otto saggi più un’introduzione. Uno di questi saggi, dal titolo “Le poetiche di Joyce”, venne in seguito pubblicato a sé e tolto dalla seconda edizione, che vedeva però l’aggiunta di un’appendice: “Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica”. Il nostro studio si è basato su una ristampa di tale seconda edizione nella collana Tascabili Bompiani, del 1993. A tale edizione faranno perciò riferimento tutte le citazioni e le note relative.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn2" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;I limiti dell’interpretazione&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1990, p. 130.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn3" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref3" name="_ftn3"&gt;[3]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;La struttura assente&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1968 (ed. Tascabili Bompiani 1994, p. 62).&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn4" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref4" name="_ftn4"&gt;[4]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p. 63.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn5" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref5" name="_ftn5"&gt;[5]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;Opera aperta&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1962 (ed. Tascabili Bompiani 1993, p. 91).&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn6" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref6" name="_ftn6"&gt;[6]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p. 165.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn7" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref7" name="_ftn7"&gt;[7]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p. 175.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn8" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref8" name="_ftn8"&gt;[8]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p. 118.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn9" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref9" name="_ftn9"&gt;[9]&lt;/a&gt; E’ il nome di un classico nemico di Superman.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn10" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref10" name="_ftn10"&gt;[10]&lt;/a&gt; Umberto Eco, &lt;em&gt;Trattato di semiotica generale&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1975, p. 343 n.&lt;br /&gt;&lt;a title="" style="mso-footnote-id: ftn11" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=35817751#_ftnref11" name="_ftn11"&gt;[11]&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Ibid.&lt;/em&gt;, p. 318.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116570078489731019?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116570078489731019/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116570078489731019' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116570078489731019'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116570078489731019'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/12/tesina-su-opera-aperta-introduzione-e.html' title='Tesina su Opera Aperta - introduzione e capitolo 1'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116334058294038806</id><published>2006-11-12T15:05:00.000+01:00</published><updated>2006-11-12T15:12:14.926+01:00</updated><title type='text'>I fuochi di Beltane</title><content type='html'>Questa specie di poesia... perché non saprei come altro definirla, forse più una sorta di "prosa in versi"... vabbè, qualunque cosa sia, risale al 1995 o giù di lì. Di certo a un momento in cui la sottoscritta era molto più fiduciosa nei confronti della vita e del futuro rispetto a quanto lo sia ora. Il titolo fa riferimento alle antiche cermonie druidiche della cultura bretone pre-invasione romana e cristiana, quindi a tutto un discorso complicato di comunione con la natura che, né ora né allora, sarei in grado di trattare. Eppure il poco che ne sapevo era stato sufficiente a suggestionarmi abbastanza da buttare giù queste righe, alle quali oggi purtroppo non riesco più a credere, se non in momenti molto, troppo rari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I fuochi di Beltane&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ci sarà una notte in cui i folletti dei boschi verranno a svegliarci,&lt;br /&gt;strappandoci ai nostri sogni, ai nostri incubi,&lt;br /&gt;dicendoci che è finito il tempo delle lacrime e dei rimpianti,&lt;br /&gt;e che, fuori, le foreste e i prati stanno aspettando solo noi.&lt;br /&gt;Forse sarà una notte ancora molto lontana,&lt;br /&gt;e per tante notti ancora prima di essa&lt;br /&gt;sogneremo incubi e grideremo&lt;br /&gt;tanto che perfino l’alba ci sembrerà triste.&lt;br /&gt;Ma quella notte seguiremo i folletti&lt;br /&gt;e attraverseremo praterie fiorite&lt;br /&gt;fino a giungere al limitare della foresta più oscura&lt;br /&gt;e a tuffarci in essa e arrivare a una radura nascosta.&lt;br /&gt;Allora lì, insieme alle fate e ai piccoli gnomi,&lt;br /&gt;agli elfi e ai folletti burloni,&lt;br /&gt;alla luce dei fuochi e delle lucciole notturne,&lt;br /&gt;piangeremo lacrime di gioia.&lt;br /&gt;E danzeremo fra i daini e i cerbiatti,&lt;br /&gt;fra i leprotti, i grandi cervi e i lupi,&lt;br /&gt;e le nostre ombre guizzeranno nel plenilunio&lt;br /&gt;fino a che non ci caccerà l’alba.&lt;br /&gt;Fuggiranno allora i popoli fatati,&lt;br /&gt;galopperanno via, silenziosi, gli abitanti della foresta&lt;br /&gt;e resteremo solo noi, immobili,&lt;br /&gt;a vedere le nostre ombre farsi più nette e scure.&lt;br /&gt;Resteremo solo noi, ancora con i visi rigati di lacrime,&lt;br /&gt;con i palmi delle mani pieni della nostra vita negli innumerevoli domani&lt;br /&gt;e sarà una notte così semplicemente bella&lt;br /&gt;quella notte alla luce dei fuochi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116334058294038806?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116334058294038806/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116334058294038806' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116334058294038806'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116334058294038806'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/11/i-fuochi-di-beltane.html' title='I fuochi di Beltane'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116293133412828343</id><published>2006-11-07T21:22:00.000+01:00</published><updated>2006-11-07T21:54:53.103+01:00</updated><title type='text'>Tesina sull'Apologia di Socrate - paragrafo 4</title><content type='html'>Ed ecco finalmente il paragrafo conclusivo, che smussa un pochino gli spigoli emersi nei precedenti. L'esame per il quale avevo scritto questa tesina si concluse con un inaspettato 30 e lode, che a suo tempo costituì un'iniezione di fiducia fondamentale, visti i miei poco edificanti precedenti universitari. Da lì in poi, fu tutto diverso e ancora ringrazio in cuor mio il professor Cavini. Certi ricordi non si cancellano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL’&lt;em&gt;APOLOGIA&lt;/em&gt; PLATONICA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4. IL SOCRATE PIÙ COERENTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quasi certamente proprio qui dobbiamo cercare il motivo per cui la citazione in tribunale fu inevitabile per Socrate. Un simpatico personaggio del nostro tempo, Luciano De Crescenzo, scrive: “Questa dell’empietà è una storia davvero strana: mentre nella vita quotidiana gli Ateniesi si dimostravano molto tolleranti in fatto di religione, in alcuni casi particolari bastava esprimere anche il minimo dubbio sull’esistenza degli Dèi per trovarsi nei guai. La verità è che ad Atene nessuno faceva caso alla religione degli altri, ma ogni scusa era buona per far fuori un avversario politico o uno come Socrate, che con la sua dialettica inesorabile minacciava ogni giorno il potere costituito. [...] Perchè Socrate fu condannato a morte? A 2400 anni di distanza c’è ancora chi se lo chiede. Gli uomini per vivere hanno bisogno di certezze e quando queste non ci sono c’è sempre qualcuno che se le inventa per il bene comune. Ideologi, profeti, astrologi, chi in buona fede, chi solo per interesse, sfornano di continuo verità con cui lenire le angosce della società. Se poi arriva un uomo a sostenere che non c’è nessuno che sa veramente qualcosa, ecco che quest’uomo diventa improvvisamente il nemico pubblico numero uno dei politici e dei sacerdoti. Quest’uomo deve morire!” (15).&lt;br /&gt;Questa posizione (qui esposta in termini colloquiali, non rigorosi ma comunque validi) rischia forse di scadere nel semplicismo ma non può essere tralasciata anzi: tutto sommato è quella che mi sembra più ragionevole ed è confermata da analoghi fatti che si sono susseguiti nel corso della storia.&lt;br /&gt;Di Socrate, al di là di ogni ragionevole dubbio, rimangono fermi certi punti essenziali che mantengono di lui un’immagine onesta e coerente: la noncuranza per gli affari di tutti i giorni, da cui derivava la sua famosa povertà; l’ottimo comportamento mantenuto in guerra (a Potidea, a Delio, ad Anfipoli); il suo rifiuto, durante il processo, di far intercedere per lui la moglie e i figli; la ferma decisione che, qualora il verdetto fosse stato di innocenza, egli avrebbe continuato a comportarsi come aveva sempre fatto; le sue riflessioni sulla morte.&lt;br /&gt;In particolare queste ultime, unitamente alla volontà di obbedire alle leggi (confermata nel &lt;em&gt;Critone&lt;/em&gt;), danno il ritratto di Socrate maggiormente apprezzato. La morte è un bene o un male? Non possiamo saperlo. Fuggire qualcosa che non si conosce è in effetti manifestazione di irrazionalità. E, stando così le cose, non sarebbe giusto (e sarebbe incoerente nei riguardi di noi stessi) ribellarsi contro le leggi che normalmente accettiamo anche quando queste, impugnate da uomini ingiusti, condannano a morte. Non è possibile opporsi razionalmente a queste argomentazioni ed è dimostrazione di virtù il fatto che Socrate abbia poi effettivamente tradotto in atti queste parole, rifiutandosi di fuggire con Critone. La difficoltà non sta infatti tanto nel formulare un simile ragionamento, quanto piuttosto nel porlo in pratica senza farsi deviare dalla propria parte irrazionale (io dubito che nei panni di Socrate avrei rimproverato Critone di aver preparato una via di fuga).&lt;br /&gt;Questi ultimi lati del “personaggio Socrate” sono quelli che io credo NON presentino contraddizioni. Ritroviamo questi elementi nell’ultima parte dell’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; platonica, espressi con grande chiarezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE AL PARAGRAFO 4&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(15) Luciano De Crescenzo, &lt;em&gt;Storia della filosofia greca&lt;/em&gt;, Milano, Mondadori, 1988.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116293133412828343?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116293133412828343/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116293133412828343' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116293133412828343'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116293133412828343'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/11/tesina-sullapologia-di-soc_116293133412828343.html' title='Tesina sull&apos;Apologia di Socrate - paragrafo 4'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116292733768424129</id><published>2006-11-07T20:14:00.000+01:00</published><updated>2006-11-07T20:24:48.933+01:00</updated><title type='text'>Tesina sull'Apologia di Socrate - paragrafo 3</title><content type='html'>Ho passato molti giorni senza aggiornare questo blog, ma ora mi rifaccio: con questo e il prossimo post, concludo la trascrizione della tesina, sempre sperando che un giorno possa essere utile a qualche studente alle prime armi (chissà). Dopo un primo paragrafo dedicato al &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt; di Socrate e un secondo ai dettagli della sua autodifesa al processo, ecco ora un terzo paragrafo che esamina il comportamento di Socrate secondo altre fonti e in altre circostanze: non quindi il suo &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt; teorico, ma la sua pratica vita quotidiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL’&lt;em&gt;APOLOGIA&lt;/em&gt; PLATONICA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3. IL SOCRATE QUOTIDIANO DELL’&lt;em&gt;EUTIFRONE&lt;/em&gt; E DEL &lt;em&gt;SIMPOSIO&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; presenta Socrate in un momento particolarissimo della sua vita, il processo. Prendiamo invece per un momento un Socrate più quotidiano: da una parte quello dell’&lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt;, dall’altra quello del &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt;. Questi dialoghi di Platone sono esemplari per una ragione precisa: danno un’idea di come si comportava Socrate in pubblico con i suoi interlocutori e in privato con i suoi amici (9).&lt;br /&gt;L’&lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt;, come avevo già accennato è un dialogo esemplificativo dell’ironia socratica e della confutazione. Socrate incontra Eutifrone, un sacerdote, e intavola con lui una discussione che ha per base la seguente domanda: “Dimmi, dunque, che cosa affermi tu che siano il santo e l’empio?” (10). Anzi, Socrate pone la domanda dopo aver affermato che gli farebbe piacere diventare scolaro di Eutifrone per apprendere da lui la sua conoscenza delle cose divine, e in questo mostra tutta la sua famosa ironia. Infatti egli sa benissimo che non intende farsi discepolo di Eutifrone, ma vuole confutarlo. E lo fa per quattro volte, dal momento che Eutifrone gli propone quattro diverse definizioni di santità, tutte egualmente rifiutate. L’unica definizione che Socrate sembra voler seguire (e che porta a cinque il numero complessivo delle definizioni contenute nel dialogo) è quella nata da un suggerimento di Socrate stesso, che però Eutifrone ha aggirato. Vediamo quindi che: 1) Socrate si dichiara insipiente; 2) Eutifrone viene continuamente confutato; 3) Socrate suggerisce un possibile punto di partenza per arrivare alla definizione della santità (probabilmente Platone scrivendo l’&lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt; sottintendeva al suggerimento di Socrate la sua concezione dell’Idea del Bene), ma il discorso viene poi lasciato cadere da Eutifrone e NON RIPRESO da Socrate.&lt;br /&gt;La contraddizione è evidente. Socrate sa ma non dice ciò che sa: si limita a confutare ciò che Eutifrone crede di sapere. Allora, o non insegue veramente il sapere e la virtù e quindi mente non solo a Eutifrone ma a tutti coloro a cui aveva parlato (quotidianamente e durante il processo); o è effettivamente in possesso di un certo sapere, ma si ostina a dire di essere ignorante in qualsiasi materia. Questa contraddizione è sì tratta dall’&lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt; ma vale in generale per il “personaggio Socrate” e per chiunque ponga alla base del suo agire una consapevolezza di piena ignoranza.&lt;br /&gt;Nel &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt; assistiamo ad un fatto singolare: Socrate si lascia scappar detto che c’è un argomento sul quale egli è sapiente: l’Eros. Erissimaco invita infatti gli amici a pronunciare un elogio dell’amore e Socrate gli risponde: “Nessuno, o Erissimaco, respingerà la tua proposta. Non certo io che dico di non conoscere nient’altro che le cose d’amore” (11). Più avanti dirà: “Mi sono reso conto allora di essere stato uno sciocco quando ho acconsentito di fare anch’io insieme a voi l’elogio di Eros, a mio turno dicendo di essere esperto nelle cose d’amore, mentre invero non ero a conoscenza del modo in cui si deve elogiare una qualsiasi cosa” (12). Subito dopo però pronuncerà un lungo e dettagliato discorso su Eros dimostrando che, tanto per cambiare, aveva parlato ironicamente. Quindi effettivamente Socrate è convinto in buona fede di avere qualche CONOSCENZA sull’amore (su questo aspetto di Socrate insiste particolarmente Pierre Hadot nel suo saggio che ho già citato). Ed è lo stesso uomo che ci tiene sempre a precisare di essere insipiente, di ricercare la virtù che non conosce, di essere consapevole del suo non-sapere, ecc.&lt;br /&gt;In più, sempre nel &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt;, possiamo assistere all’elogio che Alcibiade fa di Socrate. Fra le altre cose lo stratega ateniese afferma: “Dico dunque che egli assomiglia moltissimo a quei Sileni messi in mostra nelle botteghe degli scultori che gli artigiani costruiscono con zampogne e flauti in mano, e che quando vengono aperti in due rivelano di contenere dentro immagini di dèi. E inoltre dico che assomiglia al satiro Marsia. In effetti o Socrate neanche tu potresti mettere in dubbio che nella tua figura sei simile a questi. Che poi tu assomigli ad essi anche in altre cose ora sta a sentirlo. Sei arrogante, no? Se non lo ammetti, io porterò qui dei testimoni. E non sei forse un suonatore di flauto? Anzi, sei molto più mirabile di quello. Marsia incantava gli uomini mediante strumenti con la potenza che gli veniva dalla bocca; [...]. E tu sei diverso da lui solamente in questo, ossia che senza usare strumenti produci questo stesso effetto con le nude parole.” (13). Alcibiade fa quindi esplicitamente presenti due importanti aspetti di Socrate che fino ad ora avevo estrapolato meno facilmente dall’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt;: la sua arroganza e le sue capacità di oratore. Entrambe dovevano essere note in Atene: infatti Alcibiade parla di testimoni. Riconoscere simili elementi come autentici significa anche dare maggior credito alla versione di Socrate che ci viene offerta dalle &lt;em&gt;Nuvole&lt;/em&gt; di Aristofane: “un Socrate che là viene portato attorno dicendo di camminare nell’aria e dicendo molte altre sciocchezze” (14). Nella Atene del V secolo a.C., l’opinione pubblica poteva facilmente catalogare come sofista o più semplicemente come chiacchierone perditempo ed irrispettoso un uomo che passava tutto il suo tempo a discorrere con gli Ateniesi, confutandoli in continuazione e dimostrando la loro ignoranza e vanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE AL PARAGRAFO 3&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(9) A questo proposito è interessante l’apertura del &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt; di Senofonte: “Ma certo secondo me si deve ricordare quel che gli uomini perbene fanno non solo quando agiscono in tutta serietà, ma anche quando si prendono qualche svago”.&lt;br /&gt;(10) Platone, &lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt;, in &lt;em&gt;Platone: tutti gli scritti&lt;/em&gt;, a cura di Giovanni Reale, Milano Rusconi, 1991. (µ D)&lt;br /&gt;(11) Platone, &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt;, in &lt;em&gt;Platone: tutti gli scritti&lt;/em&gt;, a cura di Giovanni Reale, Milano, Rusconi, 1991. (17· D)&lt;br /&gt;(12) Ibid. (19¸ D-E)&lt;br /&gt;(13) Platone, &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt;, in &lt;em&gt;Platone: tutti gli scritti&lt;/em&gt;, a cura di Giovanni Reale Milano Rusconi 1991. (21µ A-B-C)&lt;br /&gt;(14) Platone, &lt;em&gt;Apologia di Socrate&lt;/em&gt;, in &lt;em&gt;Platone: tutti gli scritti&lt;/em&gt;, a cura di Giovanni Reale, Milano, Rusconi, 1991. (1¹ C)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116292733768424129?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116292733768424129/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116292733768424129' title='21 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116292733768424129'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116292733768424129'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/11/tesina-sullapologia-di-socrate_07.html' title='Tesina sull&apos;Apologia di Socrate - paragrafo 3'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>21</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116292675101521901</id><published>2006-11-07T20:02:00.000+01:00</published><updated>2006-11-07T20:23:31.046+01:00</updated><title type='text'>Tesina sull'Apologia di Socrate - paragrafo 2</title><content type='html'>Secondo paragrafo della mia prima tesina in Storia della Filosofia Antica. Dopo una sintetica panoramica sul &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt; socratico, qui si gira il coltello nella piaga, ovvero nelle contraddizioni in cui Socrate cade durante la sua autodifesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL’&lt;em&gt;APOLOGIA&lt;/em&gt; PLATONICA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2. L’ATTEGGIAMENTO DI SOCRATE NELL’&lt;em&gt;APOLOGIA&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le conseguenze del metodo socratico emergono nel suo atteggiamento, ambiguamente ondeggiante fra la modestia e la tracotanza, che si osserva nell’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; platonica e ancor più in quella di Senofonte. Nel prologo della prima, espone i criteri per distinguere la sua maniera di parlare dalla maniera dei suoi giovani accusatori e spiega anche i compiti del giudice e dell’oratore (1· A &amp;shy; 1¸ A); poi, confutando Meleto, fa presente che, come sono pochi coloro che sanno occuparsi bene di cavalli o di altri animali, così sono pochi coloro che possono occuparsi dei giovani e della loro educazione con la competenza necessaria (2µ B). Insomma fa delle affermazioni ed espone dei concetti sui quali egli sostiene di avere le idee chiare; quindi SA qualcosa. E riguardo ad argomenti importanti, per giunta, come l’educazione dei giovani di Atene. Nell’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; scritta da Senofonte, inoltre, Socrate sostiene di aver “vissuto tutta una vita santa e giusta” e domanda: “Il titolo di saggio chi potrebbe giustamente negarlo a un uomo come me, che da quando ho cominciato a comprendere il linguaggio degli uomini non ho mai tralasciato di ricercare e di imparare quel che potevo di buono?” (6).&lt;br /&gt;È noto che l’approccio di Senofonte al personaggio di Socrate è poco obiettivo e annebbiato dalla grande ammirazione provata per il filosofo; tuttavia gli mette in bocca frasi immodeste e sicure come le due che ho citato e questo non può che mettermi in sospetto su quello che poteva essere comunemente l’atteggiamento di Socrate verso i suoi contemporanei. Ad ogni modo, anche escludendo la testimonianza di Senofonte, generalmente considerata poco attendibile, rimane la palese contraddizione nell’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; platonica fra l’affermazione di essere del tutto insipiente e le asserzioni che ho citato.&lt;br /&gt;Ambigua risulta essere anche la sua difesa dalle accuse di Meleto: il giovane accusatore cade sì in contraddizione ed è sì palese la sua incompetenza sugli argomenti presi in considerazione, ma Socrate non riesce a dare che una pallida smentita alle accuse rivoltegli. Viene dimostrato che Meleto non si è mai veramente interessato della buona o cattiva educazione dei giovani e che Socrate non corrompe nessuno, o se lo fa, lo fa involontariamente: infatti nessuno corromperebbe delle persone che, diventando malvagie, potrebbero un giorno fare del male al corruttore stesso. Già questa argomentazione mi sembra poco solida: i corruttori sono sempre esistiti e conoscono bene i rischi a cui si espongono; tuttavia si espongono con più o meno prudenza a questi rischi in nome di qualcosa per cui ne valga la pena. Può trattarsi di denaro, di potere, di gloria... Socrate potrebbe dire che egli non solo crede sinceramente di non aver mai corrotto nessuno, ma che se anche qualcuno si ostinasse a crederlo, dovrebbe dimostrargli i motivi per cui lo avrebbe fatto e i vantaggi che ne avrebbe tratto: infatti Socrate non è ricco, né è potente, né ha aperto una scuola come quelle dei sofisti. Argomentazioni simili sarebbero più concrete e più persuasive del semplice principio per cui chi corrompe rischia che il suo operato gli si rivolti contro. La difesa di Socrate non è completa.&lt;br /&gt;Socrate sostiene anche, certamente con logica, che non è possibile dire che è ateo chi crede nei dèmoni, in quanto i dèmoni sono figli o parenti di dèi. Ma questa difesa non ha solide fondamenta in quanto si basa su una contraddizione: quella dell’accusa di Meleto. Ora, Meleto si contraddice durante il suo dialogo con Socrate, opportunamente pilotato da quest’ultimo. Il suo capo d’accusa però era ben chiaro: “Socrate è colpevole di non credere negli dèi in cui la città crede e di introdurre altre nuove divinità” (7). Da QUESTA accusa Socrate doveva difendersi, non dalle parole di Meleto; anche perché non è detto che il ridicolizzare l’avversario dovesse per forza spostare l’opinione pubblica dalla parte di Socrate, anzi: gli Ateniesi potevano benissimo pensare, come ora sto facendo io, che Socrate volesse dare ampio spazio alle calunnie del passato piuttosto che alle vere accuse del processo, cercando anzi di minimizzarle, perchè dalle prime era in grado di difendersi con estrema facilità, mentre non riusciva ad opporre valide ragioni alle seconde, se non confutando l’accusatore (8). Potrebbe addirittura darsi che l’abitudine a demolire qualsiasi tesi avversaria abbia sì aiutato Socrate a mettere in imbarazzo Meleto, ma che anche l’inesperienza nell’argomentazione di tesi costruttive abbia fatto la sua parte, ovviamente giocando a sfavore dell’accusato. Questa è certamente un’attenuante che mi sentirei di offrire ad Aristofane e alla rappresentazione che fa di Socrate nelle &lt;em&gt;Nuvole&lt;/em&gt;, in cui lo avvicina ai sofisti (nel senso dispregiativo del termine).&lt;br /&gt;Durante il processo, Socrate poteva benissimo essersi reso conto che l’opinione pubblica e i giudici erano prevenuti contro di lui; tuttavia io non credo che all’inizio Socrate DESIDERASSE la propria condanna a morte in modo da essere ricordato come un eroe o un martire (come invece sostiene Walter Leszl nel suo saggio, ancora inedito, “Il processo a Socrate in due libri recenti”): un simile desiderio di gloria post mortem contrasta vivamente con i lati più coerenti e dignitosi del suo carattere. È comunque evidente che dopo la prima votazione il suo atteggiamento si fa ancor più confuso. Alla già poco rigorosa logica con la quale si era difeso subentra una serie di affermazioni “estremistiche” che anche l’imputato più sprovveduto avrebbe evitato: affermare di meritare una ricompensa per il suo comportamento; proporre il suo mantenimento nel Pritaneo a pubbliche spese; rifiutarsi di proporre una seria pena alternativa e solo alla fine farlo con noncuranza, mostrando di essere spinto a questo dagli amici, equivaleva (ed egli ne era certamente consapevole) a spingere ancor più i giudici verso un verdetto di colpevolezza (su questo punto Leszl mi trova pienamente d’accordo). Presumo che, visto il risultato della prima votazione e volendo evitare per orgoglio suppliche e lacrime, Socrate abbia preferito rassegnarsi a quello che ormai sembrava essere il suo destino e mostrarsi coerente con se stesso. L’affermazione di essere sorpreso non dal verdetto della prima votazione ma dalla minima discrepanza dei voti può tranquillamente essere accettata come veritiera; ma la previsione di un simile verdetto non va necessariamente scissa dalla ovvia delusione provata nel vedere avverare le proprie aspettative. Da qui in poi infatti il tono di Socrate muta; in precedenza non era stato umile ma neanche tracotante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE AL PARAGRAFO 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(6) Senofonte, &lt;em&gt;Apologia di Socrate&lt;/em&gt;, in &lt;em&gt;Socrate: tutte le testimonianze&lt;/em&gt;, a cura di G. Giannantoni, Roma-Bari, Laterza, 1986.&lt;br /&gt;(7) Il testo dell’accusa, che ho trascritto dai &lt;em&gt;Memorabili&lt;/em&gt; di Senofonte, è riportato pressoché identico da Diogene Laerzio nelle sue &lt;em&gt;Vite dei filosofi&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;(8) L’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; scritta da Senofonte presenta una difesa più concreta dal punto di vista dell’accusa di non riconoscere gli dèi di Atene: Socrate dichiara di aver sempre adempiuto i suoi obblighi nei confronti degli dèi della città, partecipando ai riti e ai sacrifici sugli altari pubblici.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116292675101521901?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116292675101521901/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116292675101521901' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116292675101521901'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116292675101521901'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/11/tesina-sullapologia-di-socrate.html' title='Tesina sull&apos;Apologia di Socrate - paragrafo 2'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116146451676435697</id><published>2006-10-21T22:53:00.000+02:00</published><updated>2006-10-21T23:01:56.996+02:00</updated><title type='text'>Tesina sull'Apologia di Socrate - paragrafo 1</title><content type='html'>Dopo il paragrafo introduttivo che ho postato l'altro giorno, si entra nel vivo. Lo scopo del paragrafo 1 è in sostanza quello di "prendere in castagna" Socrate ancor prima che nell'&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt;: mettendo cioè in luce il suo tipo di filosofia e le conseguenze che ne derivavano. Per breve che sia, ha una sua funzione: spiegare un ulteriore motivo (oltre al contesto in sé) per cui l'autodifesa di Socrate al processo fosse davvero una brutta gatta da pelare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL’&lt;em&gt;APOLOGIA&lt;/em&gt; PLATONICA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DEL BÌOS DI SOCRATE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Partiamo da una considerazione valida per tutti i filosofi antichi che Giuseppe Cambiano ritiene basilare, e cioè che la filosofia, più che rispecchiare il suo significato letterale di “amore per il sapere”, è innanzitutto un &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt;, ovvero un modo di intendere la vita, un tipo di comportamento da seguire con coerenza e determinazione (4). Inutile precisare che spesso, nel caso dei filosofi, tale &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt; contrastava con il vivere comune o quantomeno ne dava un’interpretazione abbastanza insolita (5).&lt;br /&gt;Nel caso di Socrate, il &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt; che egli sosteneva di seguire era quanto di più nobile si potesse immaginare: preoccuparsi di inseguire la virtù prima di ogni altra cosa. Sul fatto che Socrate abbia seguito il suo &lt;em&gt;bìos&lt;/em&gt; con determinazione non ho dubbi; ciò che invece mi lascia perplessa è la coerenza del metodo che egli segue quando sostiene di avere come fine la ricerca della virtù.&lt;br /&gt;Nella &lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; scritta da Platone, Socrate afferma di non essere sapiente e tuttavia che l’essere conscio di un tale stato di cose lo pone su un livello di consapevolezza superiore a quello di chi come lui non è sapiente, ma al contrario di lui è convinto di esserlo. È noto che il metodo socratico per dimostrare la non-sapienza altrui si basa sull’IRONIA, cioè sul sostenere candidamente di attendersi una rivelazione del sapere dell’interlocutore, e sulla CONFUTAZIONE, mediante la quale Socrate, tramite un serrato dialogo con l’interlocutore stesso, lo porta a contraddirsi o a tesi inammissibili. L’&lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt; è esemplare al riguardo.&lt;br /&gt;Normalmente Socrate interroga le altre persone su argomenti in cui il sapere è strettamente connesso alla virtù: ad esempio si chiede che cosa sia la santità. Quindi non c’è contraddizione tra l’affermazione di inseguire la virtù e il soffermarsi a discutere del sapere, in quanto esistono numerosi punti di contatto tra i due. Il punto è che la confutazione e l’ironia rimangono fini a se stesse; Socrate sostiene di non aver nulla da insegnare a chicchessia, e infatti i dialoghi scritti da Platone si concludono con Socrate che riesce a dimostrare all’interlocutore che egli era in errore, se riteneva di essere in possesso di un qualche sapere. Viene dunque affrontata con successo la &lt;em&gt;pars destruens&lt;/em&gt; ma neanche toccata la &lt;em&gt;pars construens&lt;/em&gt;. La filosofia, la ricerca del sapere, in realtà NON ESISTE; esiste solo la dimostrazione di quanto siano vane le conoscenze prese in esame.&lt;br /&gt;Questo epilogo del metodo socratico non è certamente positivo: e in più non è possibile affermare in buona fede di essere completamente ignorante su qualsiasi cosa, ostinarsi a dichiarare di ricercare il sapere e poi limitarsi a demolire le presunte conoscenze altrui; ed è anche assurdo che Socrate, anche a settant’anni, affermi di non essere mai riuscito ad imparare alcunché. Senza contare che tutti indiscriminatamente sono in possesso di idee o convinzioni che ritengono esatte: l’uomo COMPLETAMENTE ignorante non esiste. Questa premessa porterebbe chiunque a contraddirsi in qualche modo e ovviamente lo esporrebbe all’accusa di prendersi gioco degli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE AL PARAGRAFO 1&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(4) Giuseppe Cambiano, &lt;em&gt;La filosofia in Grecia e a Roma&lt;/em&gt;, Roma-Bari, Laterza, 1983.&lt;br /&gt;(5) Un esempio classico è quello del cinico Diogene, rimasto famoso per la sua povera e trasgressiva condotta di vita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116146451676435697?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116146451676435697/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116146451676435697' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116146451676435697'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116146451676435697'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/tesina-sullapologia-di-socrate_21.html' title='Tesina sull&apos;Apologia di Socrate - paragrafo 1'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116121111553725457</id><published>2006-10-19T00:38:00.000+02:00</published><updated>2006-10-19T14:37:28.466+02:00</updated><title type='text'>Tesina sull'Apologia di Socrate - paragrafo introduttivo</title><content type='html'>Negli scorsi post ho inserito senza ritegno dei vecchi racconti, molti dei quali a distanza di tempo non mi soddisfano più. Ora cambio registro e pubblico, un po' alla volta, la prima tesina che ho scritto per un esame all'università: nello specifico, per &lt;em&gt;Storia della filosofia antica I&lt;/em&gt;. Questo corso era tenuto da un professore molto brillante, di nome Walter Cavini, che ricordo ancora come uno di quelli che &lt;em&gt;veramente&lt;/em&gt; mi hanno insegnato qualcosa. Soprattutto, esigeva che agli esami ci si presentasse con un elaborato scritto, invece che semplicemente mandando a memoria pagine e pagine di libri. Ogni studente doveva quindi concordare con lui l'argomento di una tesina ed affrontarla né più né meno come stesse scrivendo un libro da pubblicare: con rigore, procurandosi la necessaria documentazione, sviluppando una propria linea di pensiero e dicendo la sua a proposito di quell'argomento. Insomma un'opera di elaborazione nella quale ci si metteva in gioco in prima persona, un tipo di lavoro che alla maggioranza degli altri docenti non passava nemmeno per l'anticamera di suggerire, men che meno di esigere. Ma d'altra parte, cosa è la filosofia se non l'impegno a ragionare e sviluppare il proprio pensiero in modo rigoroso e coerente?&lt;br /&gt;Questa fu la mia prima prova in tal senso, prova che in sede d'esame venne considerata buona. E' breve, piuttosto semplice e non rimarrà certo negli annali della storia della filosofia, ma per essere stata scritta al primo anno di università da una pivella si difende ancora dignitosamente. La pubblico qui, un pezzetto alla volta, sperando che magari un giorno possa servire a un altro studente intento a preparare il suo primo elaborato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL'&lt;em&gt;APOLOGIA&lt;/em&gt; PLATONICA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;0. PREMESSE E FONTI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’esame della figura e del carattere di Socrate è tanto più difficile quanto più si cerca di approfondirlo, principalmente perchè non si può parlare di Socrate per se stesso; ciò a cui oggi possiamo fare riferimento è tutt’al più l’esame del “personaggio Socrate”. Anche Pierre Hadot avverte che “parlare di Socrate significa evidentemente affrontare ogni specie di difficoltà di ordine storico. Le testimonianze che possediamo su Socrate &amp;shy; di Platone, di Senofonte &amp;shy; hanno trasformato, idealizzato, deformato il Socrate storico” (1).&lt;br /&gt;Se è vero, come pare evidente, che ci troviamo di fronte a questo stato di cose, è vero anche che a parer mio ci sono alcune contraddizioni che NON dipendono dall’abbondanza, dalla diversità, dalle deformazioni delle testimonianze, ma dalla identità stessa del filosofo ateniese. Infatti esistono numerose testimonianze che sugli aspetti principali del carattere di Socrate non presentano discrepanze particolari; nonostante Aristofane, Platone, Senofonte e Aristotele abbiano molteplici e diversi concetti del filosofo, vi sono nei loro scritti dei punti incontrovertibili sui quali tutti si trovano d’accordo e che costituiscono la base per una definizione del Socrate storico. Così conosciamo elementi che diamo per certi, come l’esortazione a conoscere se stessi, il fatto che Platone fosse stato discepolo e amico di Socrate, l’asserzione di non essere maestro di alcuna dottrina.&lt;br /&gt;Ciò nonostante, ovvero nonostante la non-contraddizione delle testimonianze per ciò che riguarda alcuni elementi, proprio da questi elementi derivano AUTOMATICAMENTE delle contraddizioni in termini. La famosa virtù del personaggio contrasta vivamente con&lt;br /&gt;la sua baldanza; come pure la tanto decantata consapevolezza del non-sapere contrasta con certe affermazioni che implicano in qualche modo una conoscenza. Questo non perché quell’ateniese Socrate, figlio di Sofronisco e di Fenarete del demo Alopece, fosse in particolare un uomo contraddittorio; ma perchè CHIUNQUE si ponga su una certa linea di condotta finisce inevitabilmente per cadere in contraddizione con se stesso.&lt;br /&gt;Intendo soffermarmi su un testo in particolare, l’&lt;em&gt;Apologia di Socrate&lt;/em&gt; scritta da Platone, per sottolineare come in una certa misura essa presenti tracce di ambiguità nella difesa di Socrate e addirittura di tracotanza nel suo discorso fra la prima e la seconda votazione (2). Le altre opere antiche a cui farò riferimento come testimonianze su questo o quell’aspetto del discorso sono le seguenti:&lt;br /&gt;&amp;shy; di Platone: &lt;em&gt;Eutifrone&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Critone&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt;;&lt;br /&gt;&amp;shy; di Aristofane: &lt;em&gt;Nuvole&lt;/em&gt;;&lt;br /&gt;&amp;shy; di Senofonte: &lt;em&gt;Apologia di Socrate&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Simposio&lt;/em&gt;;&lt;br /&gt;&amp;shy; di Diogene Laerzio: &lt;em&gt;Vite dei filosofi&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;In definitiva, ferma restando l’ammirazione che è giusto nutrire per le virtù morali e dialettiche di Socrate, la sua personalità non poteva che dare adito ad ogni genere di accuse, magari non nate da reali esigenze, magari ricche di cavilli, ma comunque solide e difficili da smontare. La cronaca del processo redatta da Platone, insieme a quella più banale ma comunque utile scritta da Senofonte, mostra tutto questo con puntualità (3).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE AL PARAGRAFO 0&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1) Pierre Hadot, &lt;em&gt;Esercizi spirituali e filosofia antica&lt;/em&gt;, Torino, Einaudi, 1988.&lt;br /&gt;(2) Pur avendo proceduto in modo completamente autonomo, ad una verifica finale ho constatato alcune analogie, sia di argomentazioni sia di tesi sostenute, con il saggio di Walter Leszl, ancora inedito, “Il processo a Socrate in due libri recenti”. Sono anche risultate, come era logico presumere, diverse discordanze.&lt;br /&gt;(3) Intendo accettare come più che attendibile l’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; platonica senza cavillare sulla fedeltà o meno delle parole di Socrate in quanto, se dovessi passare attraverso una minuziosa indagine sulla verosimiglianza dei contenuti dell’opera, mi perderei in un lavoro lungo e foriero di non troppi risultati. Il “mio” Socrate sarà quello dell’&lt;em&gt;Apologia&lt;/em&gt; di Platone, naturalmente posto a confronto con quello che emerge da altre opere antiche.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116121111553725457?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116121111553725457/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116121111553725457' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116121111553725457'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116121111553725457'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/tesina-sullapologia-di-socrate.html' title='Tesina sull&apos;Apologia di Socrate - paragrafo introduttivo'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116103495332698058</id><published>2006-10-16T23:25:00.000+02:00</published><updated>2006-10-16T23:45:01.946+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il settimo e ultimo racconto</title><content type='html'>Con questo racconto, si conclude l'ormai famosa raccolta. Credo che, nella media non eccelsa di questo materiale, il racconto in questione sia quello venuto meglio. Per carità, ci sono dei passaggi che riletti a distanza di tanti anni mi fanno sorridere, dei periodi che correggerei in mille modi, eppure complessivamente riesce ancora a darmi qualcosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;IL COMPAGNO IMMAGINARIO&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Vorrei poter sognar coi trovatori&lt;br /&gt;e muover l’intangibile su corde tremanti&lt;br /&gt;navigare coi marinai sull’acque profonde&lt;br /&gt;che tagliarono esili travi su irte sponde&lt;br /&gt;e ora viaggian verso meta vaga ed errante&lt;br /&gt;e han già superato il mitico Occidente.&lt;br /&gt;Vorrei subire assedio coi giullari&lt;br /&gt;che serbano un rifugio segreto ove portare&lt;br /&gt;un oro impuro e scarso da coniare&lt;br /&gt;nell’immagine sfocata di un lontano re&lt;br /&gt;o da intessere nell’emblema arcano&lt;br /&gt;del vessillo di un invisibile sovrano.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Mi svegliai di soprassalto.&lt;br /&gt;Perché, poi.&lt;br /&gt;Non era stato un rumore brusco, né violento, né forte. Al contrario dolcissimo.&lt;br /&gt;Forse non stavo dormendo di un sonno particolarmente profondo, forse sentivo caldo perché era una notte d’estate, e io quando ho caldo dormo malissimo.&lt;br /&gt;Fattostà che appena il suono sfiorò le mie orecchie, saltai a sedere sul letto. Con gli occhi spalancati affondai lo sguardo nel buio, e naturalmente non vidi altro che, appunto, il buio.&lt;br /&gt;L’oscurità assoluta.&lt;br /&gt;Ma c’era ancora il suono che mi aveva svegliata.&lt;br /&gt;Piccoli, leggeri tintinii di campanellini, come appena sfiorati dalla brezza, o accarezzati da una corrente d’aria silenziosa.&lt;br /&gt;E infatti l’aria si muoveva nella stanza. Una lucina piccola piccola, in corrispondenza della portafinestra del terrazzo, rivelò uno spiraglio. La lucina era quella di un lampione alcune centinaia di metri più in là, lungo la via. Dovevo avere chiuso male la porta prima di andare a letto.&lt;br /&gt;Mi alzai e arrivai a tentoni fino alla porta. Era appena accostata. La sospinsi appena di quel tanto per poter passare ed uscii sul terrazzo. L’umidità era soffocante ed io ero bagnata di sudore. Indossavo un pigiama estivo: braghine corte e maglietta, e tuttavia avevo un gran caldo. Dormire nuda, non se ne parlava: mi dava fastidio non sentirmi almeno un po’ coperta.&lt;br /&gt;Il suono stava lentamente svanendo, come se i fantomatici campanellini fossero stati portati via dallo stesso vento che poco prima li aveva mossi.&lt;br /&gt;Inspirai a pieni polmoni. Sentii solo l’odore dell’asfalto bagnato da un brevissimo temporale estivo che non era riuscito a soffocare la calura di un Giugno di città.&lt;br /&gt;Nessun odore di glicini.&lt;br /&gt;Rimasi lì, impigrita e assonnata, per qualche minuto. Poi rientrai in casa, chiusi la portafinestra e mi rimisi a letto. Erano le quattro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle sette, le sveglie iniziarono a suonare impietose. Tre, a distanza di cinque minuti l’una dall’altra. Dlin dlon, dlin dlon, dengdengdeng, BEEEEEEP! L’ultima, quella che faceva più fracasso, era appoggiata sulla mensola della finestra. Bofonchiando con la bocca impastata, finalmente mi alzai e la spensi.&lt;br /&gt;Le sette e un quarto. Tempo per una doccia al volo, colazione, preparare la borsa e volare al lavoro. Domani avrei avuto la mattina libera, ma per oggi bisognava lavorare: anzi, mi erano rimaste alcune pagine da ieri. Augurai la buona giornata a Oscar e uscii di corsa.&lt;br /&gt;Traducevo dall’inglese storielle e racconti per bambini, alle dipendenze di un piccolo editore. Adesso eravamo nel periodo Potter, e non ne saremmo usciti prima di almeno tre settimane, dopo già alcuni mesi che ci eravamo dedicati alla sua opera omnia. Beatrix Potter ci sapeva anche fare, ma dopo decine di giorni passati su Peter Coniglio e soci... uff.&lt;br /&gt;Così, la voglia se ne andava e il lavoro proseguiva a rilento. E poi, il caldo!&lt;br /&gt;I primi di Giugno, e già non ce la facevo più. Sempre bagnata di sudore da capo a piedi, con un senso di calura soffocante, pendolavo tra casa e lavoro sognando solo il momento in cui avrei potuto farmi una doccia. Solo l’aria condizionata in ufficio offriva un po’ di sollievo e mi spingeva a non muovermi neanche per bere qualcosa, e a continuare le traduzioni.&lt;br /&gt;Appena entrai, compresi che buttava male. Un’occhiata a destra, una a sinistra, ed ecco i sintomi: la scrivania di Vanessa vuota, un floppy disk ignoto sulla mia, le altre ragazze nell’ufficio di Stefania. Un suo gesto, dall’altra parte del vetro, mi spronò ad appoggiare la borsa e a sbrigarmi.&lt;br /&gt;Dopo cinque minuti, eravamo ognuna alla propria scrivania con del lavoro supplementare: le mie traduzioni passate a Valeria e a Patricia, e il floppy disk, che Vanessa aveva messo sulla mia scrivania fin dalla sera prima perché non si sentiva bene (e infatti era andata a beccarsi la bronchite in Giugno!), infilato nel computer. Entro mezzogiorno dovevamo mandare in stampa il volume: mancavano ancora la correzione delle bozze, l’impaginazione definitiva e le tavole con le figure. Delia stava completando la colorazione al computer delle ultime illustrazioni, e a me toccava il lavoro di Vanessa: dare la fisionomia definitiva alle pagine sistemando i titoli, le note e tutto il resto. Vanessa aveva scelto un bel momento per ammalarsi.&lt;br /&gt;A mezzogiorno, come da copione, Stefania telefonava in tipografia chiedendo un paio d’ore supplementari, che come al solito vennero concesse. Dopo un’ora e quarantasette minuti avevo in mano il CD-Rom con le traduzioni completate, l’impaginazione definitiva, le illustrazioni colorate e scannerizzate. Stefania mi mise in mano le chiavi della sua macchina e mi spedì a consegnare il tutto.&lt;br /&gt;- Ma... perché devo andare io? Con un caldo così, poi?&lt;br /&gt;- Perché abbiamo fretta, e tu al volante vai come il vento.&lt;br /&gt;- Ma io...&lt;br /&gt;- FILA!!!&lt;br /&gt;Il ruggito di Stefania mi mise sull’attenti, e corsi a prendere la macchina, sotto il sole delle due meno dieci.&lt;br /&gt;I finestrini spalancati, l’alta velocità e i capelli al vento non bastavano a rinfrescarmi: sentivo la pelle bruciare e le gocce di sudore colarmi lungo il petto. Guidavo veloce non tanto per rispettare i termini di consegna (sapevo benissimo che avrebbero contato una mezz’oretta in più), ma perché volevo tornare in fretta in ufficio, dove c’era quella splendida aria condizionata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arrivai alla tipografia e consegnai il disco. Immediatamente il portiere mi portò dell’acqua, perché ero rossa come un pomodoro maturo e avevo la frangetta appiccicata alla fronte dal sudore.&lt;br /&gt;Bevvi attaccandomi direttamente al collo della bottiglia, mandando giù lunghe sorsate.&lt;br /&gt;L’acqua era fresca, e ne usai un po’ anche per bagnarmi la testa. Tre quarti d’ora in una macchina nera si erano fatti sentire, credevo di avere la pressione sotto zero. Ah, e naturalmente a giorni sarebbe anche arrivato quel periodo del mese, sicché sembrava che dovessi esalare da un momento all’altro.&lt;br /&gt;- Va meglio?&lt;br /&gt;- Ciao, Daniele. Sì, decisamente meglio, grazie.&lt;br /&gt;- Pressione bassa?&lt;br /&gt;- Eh, sì... e solo l’idea che c’è ancora tutta l’estate da sopportare qui in città mi uccide!&lt;br /&gt;- Ah... niente ferie?&lt;br /&gt;- Figurati... quest’anno Stefania è riuscita a ottenere che i nostri libri vengano usati in alcune scuole elementari, quindi per Settembre dobbiamo avere pronta una quantità di roba che sa il cielo come riusciremo a preparare!&lt;br /&gt;Daniele sembrò stranamente felice di questa mole di lavoro che, prima o poi, avrebbe colpito anche lui. Niente tipografia, niente libri. Quindi il suo capo avrebbe probabilmente bloccato le ferie anche a lui, che era il nostro collaboratore più efficiente, e con il quale ci trovavamo meglio. Sapevo anzi che Stefania lo avrebbe chiamato entro pochi giorni per spiegargli esattamente come stavano le cose e pregarlo di avere pazienza. Per una volta che aveva messo a segno il colpo gobbo...&lt;br /&gt;Pensai di fargli notare la cosa:&lt;br /&gt;- Cos’è quel sorriso a trentadue denti? Guarda che se lavoro tutta l’estate io, finisce che lo fai anche tu!&lt;br /&gt;- Embè? - fece lui tutto contento; - mandare in stampa i vostri libri è una cosa che adoro! Non hai idea di quanta roba noiosa si debba fare qui, quanti libri stranoiosi devo preparare... i vostri sono una meraviglia! La settimana scorsa non smettevo più di leggere il volumetto di Peter Coniglio, mi piaceva troppo!&lt;br /&gt;- Beato te - feci con aria scettica; - io che ci ho passato sopra dei giorni per fare la traduzione, non ne potevo più.&lt;br /&gt;- Questo capita quando una cosa da svago diventa lavoro - affermò lui con sicurezza irriverente; - ma io dico che se ti rileggi la favola con calma, una sera, stesa in poltrona, finisce che Peter ti sta simpatico... e ti metti a chiacchierare con lui!&lt;br /&gt;Sentii qualcosa muoversi dentro di me, a metà fra il cuore e lo stomaco.&lt;br /&gt;- Tu... chiacchieri coi personaggi dei libri?&lt;br /&gt;- Oh, a volte, se proprio ce n’è uno che mi ispira. Sai, c’è gente che parla da sola, e ci sono quelli come me che parlano con le illustrazioni dei libri, oppure coi personaggi dei film. Sapessi quante volte ho supplicato Rhett di ripensarci, e di rimanere insieme a Rossella!&lt;br /&gt;- Ti piace Via col vento?&lt;br /&gt;- Lo adoro!&lt;br /&gt;Ci saremmo probabilmente lanciati in un appassionato dibattito su quanto era insulso Ashley Wilkes e su come diavolo poteva aver fatto Rossella a corrergli dietro per tutti quegli anni, quando da una porta arrivò un urlo:&lt;br /&gt;- Allora, Daniele! Ti muovi o no?&lt;br /&gt;Lui fece spallucce e mi guardò come per scusarsi:&lt;br /&gt;- E’ il vostro libro che chiama. Ci vediamo!&lt;br /&gt;- Ciao!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tornai da Stefania confermandole che ero arrivata in tempo e chiedendole se, visto che l’emergenza era stata arginata, potevo andarmene a casa. Non mi sentivo davvero bene.&lt;br /&gt;- Va bè... ce la caveremo. Hai una faccia da far paura. Però telefonami stasera, così mi dici se vieni domani pomeriggio o se anche tu devi stare a letto per i prossimi cinque giorni. Vi ammazzerei, a te e a Vanessa.&lt;br /&gt;- Okay, grazie. Ci sentiamo stasera.&lt;br /&gt;Tornai a casa e mi infilai nella vasca. Vi rimasi a lungo insieme a Daisy, la mia paperella di gomma.&lt;br /&gt;Mi piaceva guardare Daisy che nuotava. Se la mettevi a testa in giù, faceva un guizzo e si drizzava, e se le premevi la pancia faceva quack quack. E poi aveva quegli occhioni tutti blu (a dire il vero uno era un po’ grattato, ed era quasi venuto via) che mi ricordavano l’acqua di fiume.&lt;br /&gt;Ci ero andata molte volte, al fiume. Non coi miei: a papà non piaceva il fiume, e a mamma non piaceva spostarsi. Ma con gli amici, spesso facevamo delle scampagnate e poi andavamo a fare il bagno sotto il ponte. Anche con Francesco, era capitato qualche volta.&lt;br /&gt;E’ da un pezzo che non ci andiamo, pensai. Allungai un braccio fuori dalla vasca e afferrai il telefono che mi ero portata in bagno con la prolunga.&lt;br /&gt;Driiiinn...&lt;br /&gt;- Pronto?&lt;br /&gt;- Ciao, sono io.&lt;br /&gt;- Toh! Come mai a quest’ora? Chiami il tuo grande amore dall’ufficio per risparmiare qualche scatto?&lt;br /&gt;- Scemo! No, sono a casa. Sono un po’ giù di pressione e Stefania mi ha lasciata venire via.&lt;br /&gt;- Ti sei messa a letto?&lt;br /&gt;- No, sono a mollo nella vasca.&lt;br /&gt;- Mmmm... allora quasi quasi vengo a trovarti!&lt;br /&gt;- Hah! Mi spiace, ho già compagnia... saresti di troppo.&lt;br /&gt;- Cosa stai dicendo?&lt;br /&gt;- Che nella vasca con me c’è già qualcuno.&lt;br /&gt;- E piantala di dire cazzate!&lt;br /&gt;Assunsi un tono di voce petulante:&lt;br /&gt;- Guarda che io non le dico le bugie...&lt;br /&gt;- E allora? - fece lui, che iniziava a spazientirsi.&lt;br /&gt;- C’è Daisy, con me.&lt;br /&gt;- Tu sei tutta scema! Dài, passo a trovarti...&lt;br /&gt;- Neanche per sogno! Adesso ho bisogno solo di stare un po’ a rinfrescarmi, e non mi serve un assatanato che mi salta addosso allagando il bagno!&lt;br /&gt;- Eh, adesso, assatanato...&lt;br /&gt;- No, veramente, non sto bene. Piuttosto, volevo dirti... sei libero, domenica prossima?&lt;br /&gt;- Credo di sì. Perché?&lt;br /&gt;- Avresti voglia di andare al fiume?&lt;br /&gt;- Sì, certo. Avviso anche gli altri?&lt;br /&gt;- Mah... fai un po’ tu!&lt;br /&gt;- Allora no, andiamo da soli.&lt;br /&gt;- Lo vedi che sei un assatanato?&lt;br /&gt;- Uffaaah... quando ti ci metti sei impossibile. Che fai dopo il bagno, dormi un po’?&lt;br /&gt;- Con ‘sto caldo non ci riesco... no, penso che me ne starò qui a fare due chiacchiere con Oscar. Poi non lo so, magari ti telefono.&lt;br /&gt;- E il bagno con Daisy, e le chiacchiere con Oscar... tu sei fuori!&lt;br /&gt;- Lo so. Ciao, ci sentiamo.&lt;br /&gt;- Ciao!&lt;br /&gt;Click.&lt;br /&gt;Sguazzai ancora un po’ nell’acqua con Daisy. Mi piaceva sentirmi bagnata dall’acqua, invece che dal sudore appiccicaticcio della mattinata. L’acqua era fresca e pulita. Ero solita prima lavarmi, poi scolare l’acqua saponata e riempire di nuovo la vasca con acqua nuova, trasparente. E niente bagnoschiuma. Poi me ne stavo lì, a guardarmi i piedi nudi attraverso le onde che provocavo da sola, muovendo le gambe.&lt;br /&gt;Se ero avvolta nell’acqua, non mi dava fastidio essere nuda. Ma non mi dava fastidio neanche se ero con Francesco, perché stando a contatto con lui mi sentivo in qualche modo coperta. Semplicemente non mi piaceva l’assenza di contatto tra il mio corpo e il resto del mondo. Sapevo di gente che adora girare nuda per casa, così, per il gusto di poter fare ciò che desidera. Per me non era neanche pensabile.&lt;br /&gt;Emersi dalla vasca con le dita completamente raggrinzite. Mi infilai l’accappatoio, sciacquai la vasca e mi spazzolai i capelli, lasciandoli liberi di gocciolarmi lungo la schiena e sulla moquette del corridoio. Erano libertà che mi prendevo da quando mamma non c’era più, e mi dicevo che forse non avrei dovuto. Ma mi sentivo stupida a compiere determinate azioni per ricordo di un defunto. O forse era orgoglio: ero sempre stata contraria a mettere quella moquette (era così bello il parquet sotto!), e non intendevo darla vinta a mamma neanche ora. Per me la moquette poteva anche marcire, e papà non se ne sarebbe neanche accorto. Senz’altro non per gli altri quattro mesi in cui sarebbe rimasto all’estero per lavoro.&lt;br /&gt;Sì, potevo permettermi di fare quel che volevo. Potevo far rimanere Francesco la notte, potevo guardare buoni film invece delle partite di calcio di papà, potevo cucinare le cose più strampalate, e potevo parlare liberamente con i miei amici più intimi, senza nessuno intorno che mi prendesse per pazza.&lt;br /&gt;Proprio pensando a questo, zampettai con i piedi ancora bagnati fino alla mia camera. Plaf plaf plaf plaf plaf.&lt;br /&gt;Subito squadrai Oscar per interpretare il suo sguardo enigmatico, che ogni giorno era sempre lo stesso ma voleva dire una cosa diversa. In quel momento fissava le mie impronte bagnate sul parquet della stanza.&lt;br /&gt;- E va bene, le asciugo! - dissi subito, prendendo uno straccio e passandolo sulle macchie d’acqua.&lt;br /&gt;Mentre ero chinata per asciugare le chiazze, guardai Oscar e mi apparve ancora più imponente del solito. Non era grande, ma a me appariva di dimensioni spropositate, e mi faceva sentire un cucciolo al suo confronto.&lt;br /&gt;- Ora sto decisamente meglio. Mi ci voleva proprio un bel bagno.&lt;br /&gt;Poi restai in silenzio per un po’. Gli occhi di Oscar assunsero un’espressione indagatrice.&lt;br /&gt;- Stanotte ho sentito una cosa strana, sai.&lt;br /&gt;Pausa.&lt;br /&gt;- Dei campanellini, che suonavano piano piano. Il suono è come filtrato in camera da fuori, dal terrazzo... poi mi sono alzata e sono andata a vedere, ma si stavano allontanando.&lt;br /&gt;Mi levai l’accappatoio e iniziai a vestirmi.&lt;br /&gt;- Non sta scritto da nessuna parte che la principessa debba giungere preceduta da un lieve suono di campanelli... ma, non so perché, avevo sperato che potesse essere lei. Ma nell’aria non c’era profumo di glicini. Beh, siamo anche un po’ fuori stagione! - conclusi ridendo.&lt;br /&gt;Poi smisi di parlare per un po’. Come al solito, Oscar mi fissava. Nulla poteva turbare la sua persona immobile, statuaria, tranne forse quel po’ di vento che le muoveva i capelli e il bordo del mantello leggero. Rimanemmo a guardarci per un po’, lei bardata di tutto punto e io in mutande e reggiseno.&lt;br /&gt;Mi avvicinai.&lt;br /&gt;- E’ proprio strano, sai. Nessuno capisce questi nostri discorsi, tranne me e te. Ma tu ed io non facciamo testo, perché ne siamo protagoniste.&lt;br /&gt;L’espressione del suo volto mutò da dolcissima a inquieta e sospettosa.&lt;br /&gt;- Nel senso che a volte mi sento un po’ scema... e stai pur certa che non c’è nessuno a tranquillizzarmi! Prima ho sentito Francesco al telefono, e sai che cosa mi ha detto? Che “sono fuori”.&lt;br /&gt;Oscar sembrò al tempo stesso serena e triste. Per quanto la riguardava, nulla al mondo poteva scalfirla; invece, forse si preoccupava per me e per i miei dubbi. Era quasi buffa quando le veniva l’aria materna, perché portava sempre l’uniforme addosso e la spada nella destra... s’è mai vista una mamma armata e a cavallo?&lt;br /&gt;- Ah, però oggi ho parlato con un mio amico che sostiene di parlare con Peter Coniglio e Rhett Butler. Certo, bisogna dire che ha dei gusti variati...&lt;br /&gt;Improvvisamente vidi i suoi occhi muoversi di scatto, mai successo prima. Fissavano la finestra del terrazzo alle mie spalle. Prima di fare in tempo a girarmi, udii il suono armonico dei campanellini, e una zaffata di profumo di glicini mi invase le narici. Ne rimasi inebriata.&lt;br /&gt;Mi voltai molto lentamente, avvertendo ogni mio minimo movimento come al rallentatore. Quando finalmente anche il mio sguardo riuscì a posarsi sul terrazzo, rimasi senza fiato.&lt;br /&gt;Era bellissima.&lt;br /&gt;Aveva la pelle ambrata, gli occhi sottili e neri neri. I capelli erano pure neri, raccolti in un’acconciatura complicatissima eppure così straordinariamente precisa. Le sue labbra erano rosse come ciliegie mature, i denti piccoli e bianchi come perline di rugiada.&lt;br /&gt;Indossava un kimono. Io di vestiti orientali non capivo niente, ma quello mi sembrava bellissimo e incredibilmente prezioso.&lt;br /&gt;Sulle colonnine del terrazzo più vicine alla principessa si avviticchiavano rigogliosi tralci di glicine in fiore, che spandevano un profumo penetrante.&lt;br /&gt;Seppure timorosa di rompere l’incanto, avanzai lentamente verso la portafinestra e la aprii completamente. Con un sorriso, lei parve volermi ringraziare per averla invitata ad entrare, ma rimase ferma dov’era, sempre sorridendo.&lt;br /&gt;Non sapendo come comportarmi, guardai Oscar con la coda dell’occhio. Lei era tranquilla come al solito, e sembrava non vedere nulla di strano nella visita della principessa; pareva inoltre che ritenesse naturale il silenzio della nostra visitatrice, silenzio che d’altra parte anche a lei era caro. Le sorrideva sobriamente, come suo solito: eppure mi parve che il suo sorriso fosse più aperto del normale.&lt;br /&gt;Nell’istante in cui anch’io decisi di accomodarmi e di lasciare che fosse il silenzio a parlare per noi, poiché non immaginavo neppure lontanamente cosa avrei potuto dire a una principessa incantata, qualcosa scattò fra le mie tempie e percepii una violenta pulsazione alla fronte. Le pareti della stanza sembrarono spostarsi bruscamente in diagonale, da una parte e dall’altra, e mi ritrovai stesa a terra, ancora con l’accappatoio e lo straccio in mano.&lt;br /&gt;Nessuna traccia della principessa.&lt;br /&gt;In compenso, un mal di testa lancinante e alcune gocce di sangue su una spalla. Sulla spugna bianca dell’accappatoio, facevano impressione. Stordita, mi passai una mano tra i capelli e la ritrassi bagnata anch’essa di sangue misto ad acqua. Lentamente ricostruii gli avvenimenti e compresi di essere in qualche modo svenuta, e di avere battuto la testa sullo spigolo della scrivania.&lt;br /&gt;- ‘Fanculo al mondo - borbottai; - ‘fanculo a quella specie di sogno, e a me che credevo fosse vero.&lt;br /&gt;Lentamente, perché ancora mi girava tutto, mi alzai e andai in bagno a medicarmi.&lt;br /&gt;Fu sufficiente un po’ di acqua ossigenata, perché non era una ferita profonda: era stato più lo spavento del male effettivo. Ero stata un’incosciente a lavorare così duro la mattina, per poi portare il disco a Daniele sotto un sole infernale, tornare a casa e infilarmi nella vasca... dimenticandomi completamente di mangiare! Uno dei miei soliti sbalzi di pressione aveva fatto il resto.&lt;br /&gt;- Che hai da guardare, tu? - sbottai contro Oscar, che naturalmente non rispose.&lt;br /&gt;Poi mi recai in cucina e tirai fuori dal frigo le prime due cose che mi vennero in mano, giusto per mangiare qualcosa. Mi sentivo troppo scombussalata per avere fame, così mi limitai al minimo indispensabile per non svenire di nuovo. Però mi ripromisi che, la sera, mi sarei preparata una cena dignitosa. Telefonai anche a Stefania, spiegandole quanto era accaduto e ammettendo che non ero in grado di dirle se il giorno dopo sarei stata in grado di muovermi da casa. Lei fu abbastanza comprensiva, ma mi disse che, se non mi avesse vista in ufficio, sarebbe passata da me a portarmi il materiale nuovo per potere almeno farmi lavoricchiare un po’ a casa. La trovai una soluzione più che accettabile.&lt;br /&gt;Pochi minuti dopo che avevo smesso di parlare con lei, il telefono squillò. Era Daniele.&lt;br /&gt;- Dì, come stai? Prima ho sentito Stefania, mi ha detto che sei uno straccio...&lt;br /&gt;- Ehi, non esagerare! Ho un po’ di pressione bassa, tutto qui. Tu stai bene?&lt;br /&gt;- Sì, tutto a posto. Ma hai mangiato?&lt;br /&gt;- Qualcosina. Non molto, proprio non ho fame.&lt;br /&gt;- Incosciente! Senti, ti va se stasera ti offro la cena io? Bisognerà pure che qualcuno ti obblighi a mangiare!&lt;br /&gt;Un invito a cena da Daniele? Mi insospettii un pochino.&lt;br /&gt;- Veramente non avevo intenzione di uscire di casa...&lt;br /&gt;- Va bene, allora non usciamo. Porto la cena da te.&lt;br /&gt;- Dico! Non siamo un po’ troppo intraprendenti?&lt;br /&gt;La mia era stata un battuta, ma lui ci rimase male.&lt;br /&gt;- Ma... no, guarda che... mica avevo secondi fini...&lt;br /&gt;Prima che si mortificasse ulterioremente, risollevai la conversazione.&lt;br /&gt;- Guarda che ti stavo prendendo in giro! Va bene, accetto la proposta. Che cosa mangiamo?&lt;br /&gt;- Sorpresa! Va bene se vengo da te verso le otto?&lt;br /&gt;- Benissimo. Ci vediamo stasera, allora...&lt;br /&gt;- Okay, ciao.&lt;br /&gt;- Ciao.&lt;br /&gt;E chiusi il telefono. Non conoscevo bene Daniele, ma era la tipica persona che avrei voluto avere per amico.&lt;br /&gt;Mi chiesi se avrei dovuto sentirmi in colpa nei confronti di Francesco. Naturalmente no. Ma mi sentivo in colpa per essermi chiesta se avrei dovuto sentirmi in colpa. Invitare un amico a cena (o comunque permettergli di autoinvitarsi) non era mai stato un problema per la mia coscienza, né avevo mai tenuto nascosto nulla a Francesco. Perché questa volta mi era venuto il dubbio di aver fatto male?&lt;br /&gt;Quando, più tardi, tornai in camera, evitai accuratamente lo sguardo di Oscar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle otto spaccate suonò il citofono.&lt;br /&gt;- Sono Daniele!&lt;br /&gt;- Sali, terzo piano.&lt;br /&gt;Quando gli aprii la porta, venni investita da un goloso profumo di fritto. Mi bastò un’occhiata alla borsa che Daniele aveva con sé per riconoscere lo stemmino della rosticceria cinese che stava a due isolati da casa mia.&lt;br /&gt;- Cibo cinese! E io che pensavo che avresti cucinato!&lt;br /&gt;- Cucinare, io? - ribatté lui. - Volevo cenare con te, mica avvelenarti!&lt;br /&gt;Appoggiammo la roba sul tavolo e iniziammo a tirare fuori tutto dai vari sacchetti e sacchettini. Impiegammo un attimo ad apparecchiare, e ancora meno tempo a mangiare tutto: Daniele era una buona forchetta, mentre io avevo una fame da lupi, visto e considerato che avevo quasi saltato il pranzo.&lt;br /&gt;Terminata la cena, Daniele mi chiese se poteva dare un’occhiata alla casa. Naturalmente acconsentii senza problemi e gli feci girare tutto l’appartamento. Il suo commento fu:&lt;br /&gt;- Devi essere molto diversa dai tuoi. La tua camera è l’unica a differenziarsi dal resto della casa.&lt;br /&gt;Effettivamente, dalla sala alla camera dei miei, tutta la casa era arredata con mobili vecchio stile, anzi in alcuni casi si trattava di autentici pezzi d’antiquariato. Nella mia stanza, invece, a governare era non un principio estetico ma di packaging: non potevo permettermi di usare mobili particolarmente belli o ricercati, se poi non mi permettevano di collocare nel modo più razionale e meno dispendioso tutti i miei libri, dischi e videocassette.&lt;br /&gt;Adoravo sentirmi circondata dalle mie collezioni: erano parti di me che tenevo costantemente sott’occhio. Erano l’unica parte della casa che spolveravo volentieri, che tenevo con cura, che restauravo se mi accorgevo di una pagina strappata o un angolo piegato. Ci mettevo la massima cura, e una dose di pazienza che per altre cose mi era del tutto estranea.&lt;br /&gt;In definitiva, camera mia sembrava tutta uno scaffale: ogni angolino era meticolosamente sfruttato tramite comodissime scansie che potevo spostare e ricollocare ogni volta che lo spazio finiva, quando dovevo rivedere da capo la collocazione di ogni pezzo. Ora avevo da poco finito uno dei miei ciclopici riassestamenti, sicché la camera era ordinata e aveva un delizioso aspetto di precisione svizzera.&lt;br /&gt;Daniele si piazzò immediatamente davanti ai due videoregistratori.&lt;br /&gt;- Che roba è questo qui? - domandò indicando il più piccolo dei due.&lt;br /&gt;- Sono quelli che si adoperano in Giappone, lì non usano i VHS. L’ho preso per poter vedere le videocassette in lingua originale.&lt;br /&gt;- Ma, studi il giapponese? - chiese lui spalancando gli occhi.&lt;br /&gt;Scossi la testa.&lt;br /&gt;- No... però a volte vengo a sapere che escono film molto belli che in italiano non vengono tradotti... così me li compro in giapponese, e almeno mi guardo le immagini. Altri, invece, li ho sia in italiano che in giapponese.&lt;br /&gt;Daniele non sembrava convinto, e in effetti ero stata volutamente ambigua nella mia spiegazione.&lt;br /&gt;- Cioè... ti interessi di cinema orientale? Voglio dire, Kurosawa e roba del genere...&lt;br /&gt;Decisi di calare le carte in tavola: se anche Daniele avesse reagito guardandomi come se fossi una cretina, non sarebbe stato il primo né l’ultimo.&lt;br /&gt;- Guarda - gli dissi indicando una serie di scaffali alla sua destra; - quella è la mia collezione di cassette originali.&lt;br /&gt;Daniele passò in rassegna le costine e lesse i titoli, che in alcuni casi erano tradotti in inglese.&lt;br /&gt;- Non ne conosco neanche uno... &lt;em&gt;Record of Lodoss War&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Cyber City&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Bubble Gum Crisis&lt;/em&gt;... ma mi spieghi che roba è?&lt;br /&gt;E la sua perplessità aumentò quando lesse i titoli traslitterati dal giapponese:&lt;br /&gt;- &lt;em&gt;Oniisama e...&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Grendizer&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Versailles no bara&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Hokuto no Ken&lt;/em&gt;... ma che razza di film sono? E perché di alcuni c’è più di una videocassetta? Sono telefilm a puntate?&lt;br /&gt;Tirai giù la cassetta di &lt;em&gt;Grendizer&lt;/em&gt;, sapendo che nessuno avrebbe potuto non riconoscerla, e gliela mostrai. Quando Daniele vide il disegno in copertina, si illuminò:&lt;br /&gt;- Goldrake! Quello che tirava i missili e le lame rotanti! Ma questo io lo guardavo quando ero piccolo!&lt;br /&gt;“Alè, ci siamo”, pensai.&lt;br /&gt;- E io invece lo guardo anche adesso che sono grande - ribattei con un pizzico di acidità.&lt;br /&gt;Lui non se ne accorse neanche. Iniziò a tirare giù altre cassette, per vedere se era in grado di trovare altri personaggi a lui noti. Riconobbe &lt;em&gt;Maison Ikkoku&lt;/em&gt;, che aveva visto nella traduzione italiana &lt;em&gt;Cara dolce Kyoko&lt;/em&gt;, e poi anche &lt;em&gt;Macross&lt;/em&gt;, che lui conosceva come &lt;em&gt;Robotech&lt;/em&gt;. Mi chiese se poteva vederne qualche pezzetto, e così passammo le due ore successive a guardare frammenti di &lt;em&gt;Mazinga Z&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Heidi&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Devilman&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Jeeg Robot&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Daniele guardava quelle vecchie puntate di cartoni animati con un pizzico di commozione, probabilmente ricordandosi di quando era piccolo e, come tutti i bambini, aspettava ansiosamente di vedere se Mazinga ce l’avrebbe fatta di nuovo, oppure se i nemici lo avrebbero sconfitto. Probabilmente anche lui aveva seguito trepidante la sconfitta del perfido Hydargos e il primo bacio tra Lamù e Ataru Moroboshi.&lt;br /&gt;- E così - concluse dopo aver soddisfatto la sua ansia di revival - tu collezioni cartoni animati come se fossero francobolli.&lt;br /&gt;- Bè, non solo cartoni animati. Ho anche un po’ di film tradizionali, tipo &lt;em&gt;Via col vento&lt;/em&gt;... se ne parlava stamattina, no?&lt;br /&gt;- Sì, certo. Comunque hai bisogno di una quantità di spazio notevole per tenere tutte ‘ste cose!&lt;br /&gt;Annuii.&lt;br /&gt;- Se fosse solo per le videocassette, ce la farei anche... ma poi ci sono anche i libri e i dischi, quindi capisci che lo spazio è sempre poco...&lt;br /&gt;Non l’avessi mai detto. Altre tre ore per spulciare fra romanzi e saggi, e per accesi dibattiti volti a decidere quale fosse il romanzo più bello tra &lt;em&gt;Il rosso e il nero&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Capitani coraggiosi&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;I promessi sposi&lt;/em&gt;. Una trilogia originale, venuta fuori il cielo sa come, ma che costituì un impegnativo argomento di conversazione. Poi c’era tutto il reparto riservato ai fumetti, e anche lì tirammo giù di tutto, da Tex ai Fantastici Quattro.&lt;br /&gt;A un certo punto Daniele mi chiese il permesso di usare il bagno, e quando tornò si era portato dietro Daisy.&lt;br /&gt;- E’ tuo questo papero?&lt;br /&gt;- Non è un lui, è una lei! Si chiama Daisy.&lt;br /&gt;E mi resi conto di aver parlato senza pensare, trattando Daisy come un essere vivente davanti a un’altra persona. C’era mancato poco che li presentassi.&lt;br /&gt;Tump tump, mi faceva il cuore in petto. Una sciocchezza. Però ero emozionata da morire... potevo continuare su quella strada? O invece dovevo trattenermi? Che cosa avrebbe pensato Daniele? Eppure mi era venuto così spontaneo, così naturale. Chissà se Daniele poteva essere la persona giusta per parlare come volevo, per agire come sognavo, anche se alla fine lo trovavo triste.&lt;br /&gt;Tump tump.&lt;br /&gt;Tump tump tump.&lt;br /&gt;Alla fine fu lui a darmi la risposta. Guardò Daisy nel suo ormai unico occhio azzurro e le disse:&lt;br /&gt;- E io mi chiamo Daniele. Ciao, Daisy. Molto lieto.&lt;br /&gt;Subito gli andai vicino e premetti la pancia di Daisy.&lt;br /&gt;- Quack quack - fece lei.&lt;br /&gt;- Gli sei simpatico - aggiunsi io - altrimenti non ti avrebbe risposto. Sapessi quanto è timida.&lt;br /&gt;Daniele sorrise, disposto a portare avanti il gioco.&lt;br /&gt;- Oh, grazie, Daisy. E’ un onore per me godere della tua stima.&lt;br /&gt;Abbozzò un piccolo inchino di cortesia, poi appoggiò Daisy sulla scrivania.&lt;br /&gt;- Sai - mi disse - dovrei farti conoscere Donald.&lt;br /&gt;- Chi è? Un tuo amico?&lt;br /&gt;- Abita in casa mia. Ha il becco giallo, le piume bianche e un completino da marinaio.&lt;br /&gt;- Paperino! - esclamai.&lt;br /&gt;- Donald Duck - corresse lui. - O, almeno, il mio amico si chiama Donald. Non credo che gli piacerebbe essere chiamato Paperino.&lt;br /&gt;- Un giorno verrò volentieri a conoscerlo - dissi entusiasta - e starò attenta a chiamarlo Donald.&lt;br /&gt;Ridemmo insieme.&lt;br /&gt;Ridemmo perché eravamo complici in qualcosa che avevamo sempre dovuto fare da soli prima di allora.&lt;br /&gt;Ridemmo di gusto, perché un nostro desiderio era stato soddisfatto in un momento in cui nessuno se lo aspettava, in una sera che doveva contemplare semplicemente una cena.&lt;br /&gt;Ridemmo come pazzi, increduli, entusiasti.&lt;br /&gt;Ridemmo tra una recitazione e un’altra, tra una battuta e l’altra. Per un po’ giocammo ad essere Amleto e Ofelia, quindi Hansel e Gretel. E poi fummo Rossella e Rhett, e poi Galadriel e Celeborn, Superman e Lois Lane, e così via finché non iniziammo ad intrecciare un personaggio con un altro, una storia con un’altra, e a farci quello che ci pareva. Così finì che Renzo e Lucia si lasciarono, l’Uomo Ragno morì spiattellandosi contro un grattacielo e Marco Polo se ne rimase in Mongolia col suo amico, il Gran Khan.&lt;br /&gt;Quando poi scoprii che anche Daniele conosceva la fiaba della Principessa della Selva dei Glicini, fu veramente il massimo. Recitammo la fiaba dall’inizio alla fine. Io ero la Principessa e lui era An, il giovane cinese che se ne innamora. Quando, come la storia prescrive, la Principessa lo lasciò, vennero le lacrime a tutti e due.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Erano ormai le due di notte. La città era silenziosa, avevamo spento il videoregistratore e il compact disc. Solo lo sguardo di Oscar vegliava su di noi.&lt;br /&gt;La stanza era in preda al disordine: libri e fumetti ovunque, per non parlare delle custodie delle videocassette, aperte qua e là. Al momento, però, non diedi importanza alla cosa. In ordine o meno, ero pur sempre circondata dai miei amici del cuore, e però non ero da sola come le altre volte. E non ero neppure con qualcuno di fisicamente presente, ma che non percepiva il senso di calore che quegli oggetti mi davano: Daniele sembrava godere di quell’atmosfera quanto me. Non era come le mie amiche, non era come Francesco. Men che meno come papà.&lt;br /&gt;Forse ci sembrò l’ora giusta per parlarne, o forse era da molto tempo prima che avremmo voluto farlo. In ogni caso dovevamo farlo, prima o poi. Fu lui ad iniziare.&lt;br /&gt;- Parli spesso con Daisy?&lt;br /&gt;- Abbastanza. Più che altro quando faccio il bagno. E tu con Donald?&lt;br /&gt;- Tutte le sere, prima di andare a letto. E’ un buon amico. Sa ascoltare.&lt;br /&gt;Pausa di silenzio.&lt;br /&gt;- E quando parli con Daisy siete sempre da sole?&lt;br /&gt;- Sì.&lt;br /&gt;Daniele sospirò piano.&lt;br /&gt;- E magari non ti senti tanto normale.&lt;br /&gt;- No, infatti.&lt;br /&gt;Altra pausa.&lt;br /&gt;- Ho letto dei libri, sai, su... su questa cosa. Sai come la chiamano? Il compagno immaginario.&lt;br /&gt;- No - corressi io; - il compagno immaginario è quando non c’è nessuno e tu ti immagini qualcuno con cui parlare o giocare. Noi invece usiamo delle immagini esistenti. Voglio dire, il pupazzo Daisy esiste, e anche Donald.&lt;br /&gt;- Non è poi così diverso.&lt;br /&gt;Ci pensai un attimo.&lt;br /&gt;- No, non lo è.&lt;br /&gt;Poi chiesi:&lt;br /&gt;- Dici che siamo un po’ pazzi?&lt;br /&gt;- Forse sì. Però pazzi innocui.&lt;br /&gt;- Come i mitomani.&lt;br /&gt;- O i cleptomani.&lt;br /&gt;- O certi schizofrenici.&lt;br /&gt;- Insomma, siamo un po’ fuori.&lt;br /&gt;- Ti prego, non usare quell’espressione.&lt;br /&gt;- Quale?&lt;br /&gt;- “Essere fuori”. Me l’ha detto oggi il mio ragazzo al telefono, proprio mentre gli parlavo di Daisy.&lt;br /&gt;- E ci sei rimasta male?&lt;br /&gt;- Ma no, ormai ci sono abituata.&lt;br /&gt;- Il tuo ragazzo non... condivide le tue passioni?&lt;br /&gt;- A dire il vero non gliene parlo molto. Oggi gli avevo semplicemente detto che ero nella vasca con Daisy, e che poi avrei chiacchierato con uno dei vari “compagni”.&lt;br /&gt;- Andiamo bene...&lt;br /&gt;- In che senso?&lt;br /&gt;- No, scusa, non volevo criticarlo...&lt;br /&gt;- Figurati, lo faccio già io.&lt;br /&gt;Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti, entrambi sentendoci delle specie di malati di mente. I compagni immaginari se li fanno i bambini, non i venticinquenni. Le persone serie non lo fanno. Le persone serie non parlano coi pupazzi, non usano personaggi di mondi fantastici come proiezioni della propria coscienza. Le persone serie, quando devono pensare a qualcosa, ci pensano e basta, non blaterano a vanvera con interlocutori inesistenti. Le persone serie non considerano pupazzi e figure come buoni amici. Le persone serie sono persone serie e si occupano di cose serie.&lt;br /&gt;- Ce l’hai &lt;em&gt;Il Piccolo Principe&lt;/em&gt;? - mi chiese Daniele.&lt;br /&gt;- Certo.&lt;br /&gt;- Me lo prenderesti un attimo?&lt;br /&gt;Tirai fuori il libro dallo scaffale e glielo passai. Lui iniziò a sfogliarlo, finché non trovò il punto che gli interessava. Si alzò in piedi e iniziò a declamare:&lt;br /&gt;- “In quel momento mi dicevo: «Se questo bullone resiste ancora, lo farò saltare con un colpo di martello». Il piccolo principe disturbò di nuovo le mie riflessioni. «E tu credi, tu, che i fiori...» «Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io!» Mi guardò stupefatto. «Di cose serie!» Mi vedeva col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un oggetto che gli sembrava molto brutto. «Parli come i grandi!»”&lt;br /&gt;Daniele interruppe la lettura.&lt;br /&gt;- Non ti sembra molto istruttivo?&lt;br /&gt;Lo guardai scettica e feci segno di no con la testa. Lo sguardo interrogativo di Daniele mi spinse a spiegarmi.&lt;br /&gt;- Si dà il caso che noi &lt;em&gt;siamo&lt;/em&gt; grandi. E poi non puoi giustificare i nostri... come dire, ingressi forzati nella fantasia usando &lt;em&gt;Il Piccolo Principe&lt;/em&gt;. Un romanzo sarà sempre dalla parte dei romanzi.&lt;br /&gt;Daniele mi guardò deluso:&lt;br /&gt;- Ingressi forzati, li chiami?&lt;br /&gt;- No, hai ragione. Non è il termine adatto. Sono ingressi falsi. Sono illusioni, sono menzogne. Noi recitiamo, facciamo finta, ci illudiamo. Ma noi siamo di qua e loro - i personaggi, i mondi della fantasia - sono di là. E non c’è un cavolo da fare. E al massimo possiamo sognarle, certe cose. E comunque, poi ci svegliamo.&lt;br /&gt;- La stai mettendo giù pesante - fece lui.&lt;br /&gt;- La sto mettendo giù com’è - replicai io.&lt;br /&gt;Daniele aveva proprio voglia di insistere.&lt;br /&gt;- Sì, però almeno quei piccoli momenti di illusione saranno pure meglio di niente, oppure no?&lt;br /&gt;- Questo non saprei dirtelo. A volte sì, mi sollevano e mi distraggono. Altre volte sono tristi, perché sotto sotto so che sono falsi.&lt;br /&gt;Lui fece spallucce e rifletté un attimo.&lt;br /&gt;- Posso chiederti una cosa?&lt;br /&gt;- Certo - feci io.&lt;br /&gt;- Chi è il tuo... compagno immaginario preferito?&lt;br /&gt;Daniele non immaginava che bella domanda mi avesse appena fatto. Adoravo parlare di Oscar, sempre. Anche quando il contesto era un po’ triste, anche se mi sentivo un po’ scema. Però, Oscar era Oscar.&lt;br /&gt;- E’ lei - risposi, indicando il poster sulla porta.&lt;br /&gt;- Ah, beh! Ecco spiegato perché sei così depressa!&lt;br /&gt;- Ehi, un momento! Io non sono depressa, e comunque non vedo cosa c’entri lei!&lt;br /&gt;Daniele rise.&lt;br /&gt;- Bè, certo non mi dirai che Lady Oscar sia un tipo allegro. Se tu passi il tuo tempo a parlare con lei...&lt;br /&gt;Assunsi un piglio polemico.&lt;br /&gt;- Si dà il caso che lei abbia i suoi motivi per essere un po’ giù! Dico, mica ha avuto una vita facile, lei!&lt;br /&gt;- Capirai... avrebbe potuto averla, se solo si fosse accorta un po’ prima di essere innamorata di André!&lt;br /&gt;- Ma è perché prima si era innamorata di un altro! Insomma, alla fine si sono pur messi insieme, no?&lt;br /&gt;- Ah, certo... e dopo due giorni, sono morti tutti e due. Io dico che, se si fosse decisa un po’ prima...&lt;br /&gt;- Ma come faceva a decidersi prima! Aveva da pensare alla regina, alla rivoluzione, ai soldati, al padre stronzo, alla malattia...&lt;br /&gt;- Quale malattia?&lt;br /&gt;- Come, quale: la tubercolosi.&lt;br /&gt;- Aveva la tubercolosi?!?&lt;br /&gt;Lo guardai come un cerebroleso.&lt;br /&gt;- Ma, lo hai visto il cartone animato o no? Certo che aveva la tubercolosi, a furia di fare la guardia all’Assemblea Nazionale sotto la pioggia...&lt;br /&gt;- Ho perso qualche puntata. Va bè, ma allora era tonta! Non poteva starsene al coperto nella villona di famiglia, starsene a letto a riposare per qualche giorno e lasciare le altre guardie a mollo?&lt;br /&gt;Mi stavo quasi arrabbiando.&lt;br /&gt;- Lei era un soldato, lei! E faceva il suo dovere senza pensare a se stessa!&lt;br /&gt;- Sarà... ma poi era guarita?&lt;br /&gt;- No, era ancora malata quando è morta, durante la presa della Bastiglia...&lt;br /&gt;- Hmm. Quindi il fatto che sia lei che André siano morti di morte violenta era anche uno stratagemma narrativo per risolvere i loro problemi di salute... lei tubercolotica, lui praticamente cieco!&lt;br /&gt;- Bè, diciamo che è stato meglio che siano morti così. E poi, vuoi mettere, morire in un modo qualsiasi o sotto la Bastiglia?&lt;br /&gt;Daniele annuì.&lt;br /&gt;- Io non ho visto tutta la serie, ho perso dei pezzi. Però mi piaceva. Dài, adesso tu fai Oscar e io faccio André, e ci esercitiamo col fioretto!&lt;br /&gt;E così recitammo tutte le scene fondamentali della storia di Oscar: i numerosi dialoghi con la regina Maria Antonietta e con il Conte di Fersen, la rapida carriera militare, gli scontri con Robespierre e Saint-Just, le prime scaramucce tra popolo e soldati.&lt;br /&gt;Ma non arrivammo in fondo alla storia. André non venne colpito sull’argine della Senna, e Oscar non cadde sotto i colpi dei fucilieri della Bastiglia. La nostra recitazione si fermò alla notte del 12 Luglio 1789: la prima notte (e, per loro, l’ultima) fra Oscar e André. Recitammo fedelmente ogni singola scena senza saltare niente. Ma proprio niente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci svegliammo la mattina dopo, verso le otto, nel mio letto. Daniele fece un attimo mente locale, guardò l’orologio e si rese conto di essere in ritardo per andare a lavorare. Si alzò di scatto e si rivestì.&lt;br /&gt;Io rimasi nel letto, sotto le lenzuola, a guardarlo. Sa il cielo cosa stava pensando, ma io avevo già abbastanza da fare con ciò che stavo pensando io. Perché l’avevo fatto? Come mi era venuto in mente? E come l’avrei messa con Francesco?&lt;br /&gt;Lo avrei lasciato, per forza. Quando fai le corna a uno, vuol dire che non sei poi tanto innamorata. Ma cosa gli avrei detto? Che gli avevo preferito Daniele perché leggeva i fumetti e guardava i cartoni animati, e perché parlava con Donald e Daisy, e perché sapeva fare le parti di Rhett Buthler e André Grandier?&lt;br /&gt;E poi, dettaglio non trascurabile, come avevo fatto ad innamorarmi di Daniele in una sera? Oppure era da un po’ che, frequentandolo, me ne ero innamorata senza saperlo, proprio come aveva fatto Oscar con André? Oppure non ne ero affatto innamorata e avevo semplicemente passato una bella nottata?&lt;br /&gt;Insomma, era un casino. Un casino e nient’altro.&lt;br /&gt;- Qualcosa non va? - mi interruppe Daniele.&lt;br /&gt;Sorrisi, un po’ impacciata.&lt;br /&gt;- Eeh, insomma... cioè...&lt;br /&gt;- Sì, ho presente... non è che anche io avessi calcolato niente, ma d’altra parte è andata così e...&lt;br /&gt;Lo interruppi:&lt;br /&gt;- Senti, ne riparliamo. Adesso fila, se no fai tardi.&lt;br /&gt;- Okay. Ti chiamo stasera... ti trovo?&lt;br /&gt;- No, stasera ho da fare. Magari ti chiamo io quando torno.&lt;br /&gt;- Okay. Ciao...&lt;br /&gt;- Ciao.&lt;br /&gt;Non ci salutammo neppure con un bacio. Ci vergognavamo tutti e due da morire per come erano andate le cose: lui perché temeva di avermi dato l’impressione di aver avuto secondi fini sin da quando mi aveva telefonato, e io perché pensavo a Francesco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella sera non fu facile lasciarlo, Francesco intendo. Fui talmente impacciata e incerta mentre cercavo di spiegargli i perché e i percome, che lui pensò giustamente che lo stessi prendendo in giro. Me ne disse di tutti i colori, e altrettanto feci io. Però non mi sentivo addolorata. Più che altro rimpiangevo di non averlo fatto prima. Ma come si fa ad essere convinti di essere innamorati di qualcuno, e poi di colpo a rendersi conto che non è affatto vero? Che cretina ero stata.&lt;br /&gt;Quando tornai a casa, per prima cosa riordinai tutte le cose che avevamo lasciato in giro la sera prima: rimisi al suo posto &lt;em&gt;Il Piccolo Principe&lt;/em&gt;, e riposi tutte le videocassette. Ad Oscar non dissi una parola.&lt;br /&gt;Rimasi a lungo in silenzio, al buio, confusa. Mi sorpresi a pensare che quelli che per me erano stati due giorni incasinatissimi, nel quadro globale degli avvenimenti del mondo erano giorni come gli altri. Erano successe cose normali, anzi banali. La gente cena insieme tutte le sere, e si fa le corna più spesso di quanto non si creda; e ancora più spesso le coppie si lasciano, e gli stessi casini miei li avevano già vissuti chissà quante altre persone. Tutto era semplicemente regolare, ovvio e scontato. Tutto ciò che sarebbe stato più originale (che so: conoscere e servire la regina di Francia, guidare un enorme robot contro degli extraterrestri, volare con un mantello rosso sulla schiena) era disperatamente, tragicamente fuori dalla mia portata.&lt;br /&gt;Telefonai a Daniele. Ci vedemmo ancora, spesso. Ci eravamo innamorati, e quindi stavamo insieme. Nulla di più giusto. Passammo tutta l’estate a lavorare; ancora io soffrii per il caldo torrido, ancora ebbi i miei sbalzi di pressione. Tutto regolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono passati due anni da allora, e ancora nulla è cambiato. Sto ancora con Daniele, e lavoro ancora per il piccolo editore di libri per l’infanzia. Adesso sto traducendo Kipling, e devo ammettere che rispetto a Beatrix Potter è più impegnativo. Stefania è sempre il mio diretto superiore, e sia con lei che con le altre vado molto d’accordo. Papà, come al solito, ogni anno passa qualche mese all’estero per lavoro. Continuo a detestare la moquette in corridoio e continuo a malsopportare di sentirmi nuda. Sarà una tara. Mi piace sempre andare a fare il bagno al fiume. Continuo anche a ritenere che, nella fiaba della Principessa della Selva dei Glicini, ci starebbero benissimo dei campanellini che suonano lievemente al suo passaggio. Faccio sempre il bagno con Daisy (quando non lo faccio con Daniele, intendo), e a quella povera paperella sta venendo via anche l’altro occhio. Ho conosciuto Donald, e anche lui non è in condizioni tanto migliori: le piume della coda le ha perse quasi tutte, e il nastro del berretto da marinaio è lacerato in diversi punti. Però è simpatico.&lt;br /&gt;Ho trasferito un po’ di libri, fumetti e videocassette in soffitta, accuratamente imballati in degli scatoloni; la mia camera potrà anche essere il miglior esempio al mondo di sfruttamento dello spazio, ma non è infinita. E papà non ne vuole sapere di avere le mie idiozie in giro per casa.&lt;br /&gt;Il poster di Lady Oscar è sempre al suo posto, sulla porta. Prima o poi dovrò incorniciarlo, in modo che non ingiallisca.&lt;br /&gt;Lei è sempre più bella: ha sempre i capelli biondi al vento, il mantello bianco, le spalle protette da sottili piastre metalliche, la mano destra sull’elsa della spada e la sinistra sulle briglie. Interpreto di volta in volta il suo sguardo così enigmatico, e capace di dire qualsiasi cosa. A volte mi piace pensare che fondamentalmente esprima tristezza per non poter veramente parlare con me.&lt;br /&gt;Qualsiasi cosa io faccia, ne parlo con lei e così rifletto ad alta voce. Le pongo tutti i miei dubbi, tutte le perplessità, tutte le incertezze e, quando per qualche motivo sono tesa, arrabbiata o triste, aspetto disperatamente un commento alle mie domande, un consiglio, qualche parola di conforto.&lt;br /&gt;Ma lei, naturalmente, non mi risponde mai.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116103495332698058?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116103495332698058/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116103495332698058' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116103495332698058'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116103495332698058'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-settimo-e-ultimo.html' title='Raccolta 1996 - il settimo e ultimo racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116092941645223654</id><published>2006-10-15T18:12:00.000+02:00</published><updated>2006-10-15T18:23:36.723+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il sesto racconto</title><content type='html'>Con questo penultimo racconto della famosa raccolta inviata al famoso concorso che NON ho vinto (e ci credo!), rasentiamo veramente la stomachevolezza più assoluta. Una storiella tanto sdolcinata e piena di melassa, nonostante fra le righe si legga il contrario, spero di non leggerla mai più, tanto meno scriverla...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;STORIA DI SWAN, DI PAFFURINA E DELLA FIDUCIA&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,&lt;br /&gt;non la profondità, né l’ardimento,&lt;br /&gt;ma la ripetizione di parole,&lt;br /&gt;la mimesi senza perché né come&lt;br /&gt;dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine&lt;br /&gt;morsa dalla tarantola della vita, e basta.&lt;br /&gt;Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze, e non senti che è troppo.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;M. Luzi, “Presso il Bisenzio”&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Cari bambini, c'erano una volta Swan e Paffurina.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- E chi sarebbero ‘ste due con dei nomi così schifidi?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Ehm. Preferite Genoveffa e Petronilla?&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ah, bell’alternativa...&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Ecco, allora abbiate pazienza. Dunque, Paffurina e Swan erano due sorelle, ma non nel senso che avevano la stessa mamma e lo stesso papà...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- E allora come facevano ad essere sorelle?&lt;br /&gt;- Erano orfane e adottate dalla stessa famiglia?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;No, bambini, no: si erano adottate tra di loro. Un giorno si erano dette:&lt;br /&gt;- Tu, per me, sei come una sorella.&lt;br /&gt;- E tu lo sei per me.&lt;br /&gt;Perché vedete, bambini, i legami non dipendono necessariamente dal sangue; essi nascono dall'affetto e da...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Va bene, ma poi?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Figurati... uno cerca di fare un po’ di pedagogia, e questi subito ti sbranano.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Allora, cosa successe?&lt;br /&gt;- Arrivò un principe?&lt;br /&gt;- Arrivò una strega cattiva?&lt;br /&gt;- Arrivò un feroce bandito?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Scusate, bambini: dimenticavo che, a voi, certe cose non interessano, soprattutto nel bel mezzo di una storia.&lt;br /&gt;Allora, dove ero rimasta? Ah, sì: erano sorelle. E si vedevano spesso, ogni volta che potevano, anche se mai quanto avrebbero voluto; infatti, non avendo la stessa mamma e lo stesso papà, abitavano in due case diverse, e non si potevano vedere proprio tutti i giorni.&lt;br /&gt;Infatti, Swan aveva la casa su delle verdi colline, con un giardino pieno di ulivi e di fiori; mentre Paffurina abitava vicino al mare, che era dello stesso colore dei suoi occhi, tanto simili a due acquamarine.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Cosa sono le acque marine?&lt;br /&gt;- Scemo, l'acqua marina è l'acqua del mare!&lt;br /&gt;- Sì, ma allora cosa significa "due" acque marine?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;No, no, bambini: non acque, staccato, marine. Tutto attaccato: acquamarine. L'acquamarina è una pietra preziosa.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Come il diamante?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Sì, precisamente: però è azzurra.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ma è trasparente o opaca?&lt;br /&gt;- E che te ne frega!&lt;br /&gt;- Sì, sta zitto!&lt;br /&gt;- Vogliamo sentire la favola!&lt;br /&gt;- Allora, cosa successe dopo? Arrivò una strega, un principe, oppure un...&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Arrivò un drago, bambini.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Un drago!&lt;br /&gt;- Davvero?!&lt;br /&gt;- Ma un drago grosso?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Oh sì, era un drago enorme: era grande come... vediamo, sì, ecco! Grande come una balena, tutto coperto di scaglie verdi impenetrabili! E aveva gli occhi rossi come il fuoco, e vero fuoco usciva dalle sue fauci, che erano piene di decine di zanne aguzze.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- E cosa fece il drago?&lt;br /&gt;- Le attaccò?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Bè, più o meno. Infatti, un giorno Swan, che era andata a trovare Paffurina, non la trovò. Trovò solo la sua mamma che, piangendo, le disse:&lt;br /&gt;- Un drago l'ha rapita!&lt;br /&gt;Adesso, bambini, dovete sapere che la mamma di Paffurina non aveva mai creduto ai draghi: quindi, se diceva una cosa simile, doveva proprio essere così, non poteva essersi inventata nulla.&lt;br /&gt;- E dove l'ha portata? - chiese subito Swan.&lt;br /&gt;- Non lo so, non lo so! - rispose disperata la mamma di Paffurina.&lt;br /&gt;Swan si sentì perduta, senza Paffurina, e decise di andare a cercarla. Ma dove si cercano i draghi?&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Già, dove?&lt;br /&gt;- Dove abitano i draghi?&lt;br /&gt;- Ma esistono veramente?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Ma certo che esistono! Solo, Swan non sapeva dove abitassero. L'unica a saperlo era sempre stata Paffurina, e invece era proprio lei ad essere stata rapita dal drago.&lt;br /&gt;Allora, Swan gettò una piuma blu per aria...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Una piuma blu?&lt;br /&gt;- E dove l'ha trovata, una piuma blu?&lt;br /&gt;- Perché, proprio blu?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Uff... era un piccolo plag... beh, insomma, una citazione, un omaggio, un riferimento letterario!&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Bambini ignoranti che non conoscono Richard Bach... va bè, forse sono ancora un po’ piccoli. Per stavolta passi.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Comunque, Swan gettò in aria questa piuma e decise di dirigersi nella direzione indicata dalla piuma caduta a terra. Così si incamminò per le strade del mondo, e viaggiò per giorni e giorni, per mesi e mesi, e finalmente giunse in un luogo che non riconosceva; così chiese ad un usignolo che cinguettava sui rami di un albero:&lt;br /&gt;- Perdonami, uccellino, se ti disturbo: mi potresti dire dove sono capitata?&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ma come, chiede informazioni a un uccello?&lt;br /&gt;- Scemo, nelle favole anche gli uccelli parlano!&lt;br /&gt;- Sì, ma Swan mica lo sa, di essere in una favola!&lt;br /&gt;- E' vero!  Allora, come mai si mette a parlare con un usignolo? Questa ce la spieghi!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Cribbio... e adesso come gliela giro? Allora, ovviamente nelle favole gli animali parlano, e questo non si discute. Swan, però, non è detto che lo sappia... certo che Cappuccetto Rosso però, quando ha sentito il lupo parlare, non ha fatto una piega. D’altra parte, Cappuccetto Rosso non fa testo perché era tonta (una che non riconosce un lupo al posto di sua nonna è tonta per forza...). Ossignore, e adesso come me la cavo...&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Beh... ehm... mettiamola così: lo chiese all'usignolo così, come lo avrebbe chiesto a un albero, tanto per dire due parole dopo una vita che camminava da sola. Non c'era nessuno in giro, a parte l'uccellino, e così, come per prendersi in giro, come quando si parla da soli, gli fece la domanda. E quindi, ci rimase di stucco quando l'usignolo, compiaciuto del garbo con cui era stata formulata la domanda (perché, bambini, gli animali non rispondono a chi è scortese con loro), disse:&lt;br /&gt;- Sei ad Azerània, il paese fatato.&lt;br /&gt;- Come! Ma tu sei capace di parlare!&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- "Oh, cielo! Ma come è possibile?"&lt;br /&gt;- "Devo avere le allucinazioni!"&lt;br /&gt;- Sì, davvero una frase originale, quella di Swan!&lt;br /&gt;- Non potevi inventare una favola più decente?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ma porc... Siete stati voi a chiedermi di specificare che Swan non poteva sapere che nelle favole anche gli animali parlano, adesso mi toccherà pure farglielo scoprire! Fosse stato per me, questo problema lo avrei saltato a piè pari; e se la favola non vi piace, possiamo anche finirla qui!&lt;br /&gt;&lt;em&gt;E così mi gioco le diecimila lire all’ora come baby-sitter...&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- No, no... va bene, va benissimo così... &lt;br /&gt;- Già, è una frase perfetta...&lt;br /&gt;- Adesso però continua, per favore!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;E va bene, pesti. Allora velocizziamo il tutto, dicendo che l'usignolo dovette spiegare a Swan che, nel paese fatato di Azerània, gli animali parlano a chi si rivolge loro educatamente; e che Swan, dopo un pizzico iniziale di incredulità, riuscì ad entrare in quell'ordine di idee e lo interrogò nuovamente:&lt;br /&gt;- E dov'è Azerània?&lt;br /&gt;- Azerània è nel  Mondo del  Sogno! - rise  l'usignolo; - Ma tu, che ignori una cosa simile, come hai fatto ad arrivarci?&lt;br /&gt;- Non lo so... ho camminato a lungo, e sono finita qui senza rendermene conto...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Aspetta, aspetta! Cosa sarebbe 'sto Mondo Del Sogno?&lt;br /&gt;- Esiste davvero?&lt;br /&gt;- E' come il Paese Dei Balocchi?&lt;br /&gt;- E' come il Paese Delle Meraviglie?&lt;br /&gt;- E' come il Paese Di Lilliput?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Un momento, bambini, un momento! Sì, il Mondo Del Sogno esiste veramente, ma non è come nessuno dei paesi che avete detto. E' semplicemente quel posto dove gli animali parlano, dove le fate e gli stregoni studiano la magia, e dove i principi salvano le principesse dai pericoli.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;E, disgraziatamente, le sposano... come se tutte le principesse delle favole fossero delle casalinghe mancate che non aspettano altro che un povero cristo da accalappiare... e come se tutti i principi del mondo fossero dei pantofolai che aspettano di sposarsi per sfornare un po’ di nipotini da far tenere a nonno re!&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Insomma, praticamente il Mondo Del Sogno è un po' come una grande nazione che contiene il Paese Dei Balocchi, quello Delle Meraviglie, eccetera.&lt;br /&gt;Comunque, l'usignolo chiese:&lt;br /&gt;- Ma tu chi sei, e cosa ci fai qui?&lt;br /&gt;- Mi chiamo Swan - rispose lei - e sto cercando mia sorella, Paffurina. Un drago l'aveva rapita, mesi fa: ed io vorrei trovarla, ma non so dove possa averla portata. Puoi aiutarmi? L'hai vista?&lt;br /&gt;- Non saprei. Però, tre o quattro mesi fa, il mio amico Mago mi disse di aver incontrato, vicino all'Isola Nebbiosa A Forma Di Schiena Di Drago, una fanciulla con l'anima trasparente come il diamante, gli occhi colore del cielo, e i capelli biondi come l'oro...&lt;br /&gt;- E' lei, è lei! - esclamò Silver Swan; - non può essere che lei!&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Un momento, aspetta un momento! Cosa significa "con l'anima trasparente come il diamante"? Come aveva potuto vederle l'anima?&lt;br /&gt;- Perché era un Mago, scemo!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Bè, non proprio; in realtà l'aveva conosciuta e... ma insomma, volete lasciarmi andare avanti? Poi capirete tutto, per la miseria!&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Ecco, io le provo tutte per inserire qualche passaggio carino... e loro, di uno manco si accorgono (come se fosse stato facile farmi venire l’idea di un’isola a forma di schiena di drago... ma come saranno fatte, le schiene dei draghi?), e l’altro me lo contestano... giuro che alla prossima li imbavaglio.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;- Seguimi - suggerì l'usignolo a Swan, e si incamminarono verso una cascata a un'oretta di cammino da loro. Quando furono arrivati, l'usignolo cominciò a strillare:&lt;br /&gt;- Mago! Grande Mago! - con tutto il fiato che aveva in gola.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ma come! E' così che si invoca un Mago?&lt;br /&gt;- E' vero! Di solito bisogna arrivare dove ha la sua dimora, entrare tra migliaia di pericoli, e finalmente essere ammessi alla sua presenza!!!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Seee... come se avessi anche avuto il tempo di inventarmi delle prove strampalate da far superare a Swan. Mi spiace, piccole pesti, ma se volete vedere lotte e ammazzamenti vari dovrete cercarveli sui videogiochi.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Sentite, bambini, questo Mago non funziona come gli altri: questo Mago era amico dell'usignolo, ed era sufficiente che lui lo chiamasse, come io chiamerei uno qualsiasi di voi. Infatti, improvvisamente la cascata si fermò e divenne tutta di solido ghiaccio; una porticina si aprì ai suoi piedi e ne uscì un omino piccolo piccolo, che chiese sbuffando:&lt;br /&gt;- Stavolta che c'è? - rivolto all'usignolo.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Un omino piccolo piccolo?&lt;br /&gt;- Ma quanto piccolo?&lt;br /&gt;- Un nano?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;No, non un nano: un omino alto una decina di centimetri, insomma un po' più di uno dei vostri soldatini.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ma come fa un Mago ad essere così piccolo?&lt;br /&gt;- E' vero!  I maghi sono grandi, alti, con una lunga barba bianca e un enorme cappello a cono in testa!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Non questo Mago: questo Mago è piccolissimo, ha la barba bianca sì, ma corta, e invece del cappello a cono porta in testa un mezzo guscio di nocciola.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- E sarebbe un Mago?&lt;br /&gt;- Questo Mago non mi piace...&lt;br /&gt;- Sì, in effetti sembra un po' sfigato...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;E a me sembrava tanto carino! Allora, se racconti delle cose tradizionali non va bene perché sono banali; se cerchi di fare un po’ l’originale non va bene perché ti esce il mago sfigato...ma cosa cavolo vogliono, ‘sti delinquenti?!?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Bè, bambini, mi dispiace se il Mago non è di vostro gradimento: ma questo Mago è fatto così. L'usignolo gli disse:&lt;br /&gt;- Questa ragazza si chiama Swan e sta cercando sua sorella, che qualche tempo fa è stata rapita da un drago, e cercandola è arrivata fino qua; e io ho pensato che potesse essere la fanciulla che tu vedesti all'Isola!&lt;br /&gt;L'ometto guardò severamente l'usignolo, come se avesse voluto rimproverargli qualcosa; poi squadrò da capo a piedi Swan, che lo supplicò:&lt;br /&gt;- Ti prego, Mago, se sai qualcosa di Paffurina, la mia sorellina che sto cercando da mesi, aiutami. Il drago potrebbe non averle ancora fatto del male, e io vorrei liberarla e riportarla a casa.&lt;br /&gt;Allora, bambini, l'omino scoppiò in una grande risata. Fece segno a Swan di inchinarsi; lei lo fece, e lui salì sul palmo della sua mano. Così, quando lei lo portò davanti al suo naso e si poterono guardare negli occhi, il Mago le puntò contro la sua bacchetta e le disse, ancora ridendo:&lt;br /&gt;- Ma tu, sei sicura che lei voglia tornare a casa?&lt;br /&gt;- Come! - esclamò Swan; - a casa la aspetta la sua famiglia, e...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- In effetti, è una domanda davvero cretina!&lt;br /&gt;- Sì, questo Mago fa veramente schifo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Aaargh.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Bambini! Non dite mai una cosa simile dei maghi! Essi vi sentono ovunque, e non sopportano che si sparli di loro... il Mago di Azerània potrebbe avervi udito, e stanotte entrare nei vostri sogni e trasformarli in incubi pieni di streghe e pipistrelli e mostri e...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Oh, no!&lt;br /&gt;- No, veramente, noi scherzavamo! E' un Mago meraviglioso!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Questa, poi... l’hanno bevuta...&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ma piantatela, scemi! I maghi non esistono per davvero!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Mph. Mi pareva.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Zitto, che se ti sente!&lt;br /&gt;- Ma è vero che non esistono?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;No, è falso: i maghi esistono eccome... è solo che non abitano qui con noi, oppure non si fanno vedere.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- E perché?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Ma perché non avrebbero mai un attimo di pace! Tutti andrebbero da loro a implorare le loro magie, o i malocchi contro i nemici, o chissà cos'altro, e loro non avrebbero mai il tempo di leggere, di studiare i loro libroni, di provare nuovi incantesimi.&lt;br /&gt;Comunque, bambini, lasciatemi continuare. Quando Swan disse che, secondo lei, Paffurina non vedeva l'ora di tornarsene a casa e di scappare dal drago che l'aveva rapita, il Mago non sembrò molto convinto.&lt;br /&gt;- E dimmi: sei in grado di darmi una prova di ciò che affermi?&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Ma insomma, cosa vuole questo!&lt;br /&gt;- E dov'è Paffurina?&lt;br /&gt;- Cosa le ha fatto il drago?&lt;br /&gt;- E quando arrivano i prìncipi?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Scusate, bambini: quali prìncipi?&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- E' una favola, no? E allora ci saranno due prìncipi che sposeranno le due ragazze, e vivranno tutti felici e contenti! Vero?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Gmr%nm^f#rzsn@r£b&amp;$k°frd§ç...&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Er... sposeranno, già, come no... bè... insomma, adesso vedremo. Swan, un po' scocciata, rispose al Mago:&lt;br /&gt;- Bè... a parte il fatto che generalmente uno non è contento di venire rapito, non ho una prova vera e propria. Ma Paffurina mi vuole molto bene, e non credo che si troverebbe a suo agio, lontana da me.&lt;br /&gt;- Presuntuosa! - le disse il Mago. - Come fai ad essere sicura che preferisca il tuo Mondo Senza Magia ad Azerània, e che preferisca stare laggiù con te piuttosto che qui, come ha sempre sognato?&lt;br /&gt;- Perché mi vuole bene! - esclamò Swan quasi piangendo, - e io ho fiducia in lei e nel suo affetto!  Ma tu perché mi fai queste domande, Mago? L'hai vista? Le hai parlato? Ti ha detto qualcosa?&lt;br /&gt;- Sì - rispose  il Mago. - L'ho conosciuta e le ho parlato. Vedi, devi sapere che esiste un incantesimo, qui ad Azerània, per il quale chi arriva dal Mondo Senza Magia non deve vedere nessun altro che provenga dallo stesso luogo, altrimenti sarebbe costretto a lasciare il Mondo Del Sogno, dopo aver faticato tanto per entrarci.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Fantastico. Ero a corto di idee, ho buttato là ‘sta cosa dell’incantesimo, e adesso non so più come tirare avanti... va bè, continuiamo a improvvisare.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;- Lasciare il Mondo Del Sogno... - mormorò Swan.&lt;br /&gt;- Già, lasciarlo - ripeté il Mago; - ora Paffurina è felice della sua nuova vita, e, quando le ho spiegato dell'incantesimo, mi ha detto: "Non è escluso che, prima o poi, venga a cercarmi una certa Swan... se per caso dovessi vederla, le dirai da parte mia di ritornare a casa, e comunque di non farsi vedere".&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Che cattiveria...&lt;br /&gt;- E Swan che si era fatta tutta quella strada...&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;E già... bell’amica!&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Aspettate, che mica è finita. Swan scosse la testa:&lt;br /&gt;- No, è impossibile! Paffurina non si farebbe nessun problema a dare la sua vita per me, figurarsi se mi lascia detta una cosa simile!&lt;br /&gt;- Oh, sì, probabilmente darebbe la vita - disse il Mago con noncuranza; - ma certamente  non lascerebbe un luogo che proprio per tutta quella stessa vita ha inseguito!&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Il che è abbastanza plausibile... fino ad ora ho pensato al personaggio di Paffurina modellandolo sulla mia migliore amica... ma lei sacrificherebbe tutti i suoi sogni per me? Qual è, a questo punto, il modo più ragionevole di continuare? Va bè, intanto prendiamo tempo...&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;A questo punto, bambini, Swan vide realizzarsi una delle sue più grandi paure: che Paffurina l'abbandonasse, e lo temeva talmente tanto che credette senza dubbio che quel momento fosse arrivato; un po' come quando voi avete paura delle punture, e se vi portano dal medico date per scontato che sia per una puntura, dalla fifa che ne avete, anche se non ne avete delle prove effettive...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Cos'è, adesso nel bel mezzo di una favola ci psicanalizzi?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Li ammazzo. Adesso li ammazzo.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Macché vi psicanalizzo! Era solo per spiegarvi il motivo per cui Swan perse in quel momento ogni speranza. Iniziò a piangere, inginocchiata a terra, e rimase lì per un giorno e una notte interi, sempre piangendo, e pensando: "Allora il drago non l'aveva rapita... lei era andata con lui spontaneamente, lui la era venuta a prendere per portarla qui, in questo paese che lei ama... ma perché non è passato a prendere anche me? Già, bella domanda! Cretina, tu non ci hai mai creduto abbastanza, ai draghi... figurati, sei arrivata qui solo perché eri spronata dal doverla ritrovare e... e lei ha lasciato  dette al Mago quelle cose, e che io dovrei tornare a casa da sola, e lasciarla qui, e..."&lt;br /&gt;In quel momento sorse il sole, i cui raggi si rifletterono nell'acqua del lago ai piedi della cascata, colpendo coi loro vividi bagliori gli occhi di Swan.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Okay, qui si gioca il tutto per tutto. Magari Paffurina non ricalcherà del tutto la mia amica, ma è dall’inizio di ‘sta storia che la meno con la grande amicizia tra Swan e Paffurina... Swan non potrà mica prendere e tornarsene a casa!&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Improvvisamente, Swan smise di piangere e si alzò. Si guardò intorno: il Mago doveva essersene andato la sera prima, senza che lei, completamente assorbita dalla sua tristezza, lo notasse. Non vide neanche l’usignolo. Mise le mani ad imbuto e chiamò:&lt;br /&gt;- Mago! Grande Mago!&lt;br /&gt;La cascata si congelò, la porticina si aprì, e il Mago arrivò.&lt;br /&gt;- Sei ancora qui? Credevo fossi partita! Dimmi, cosa c'è?&lt;br /&gt;- C'è che tu mi hai mentito, ecco cosa c'è!&lt;br /&gt;E, così dicendo, lo afferrò per la barba e lo tenne stretto.&lt;br /&gt;- Portami da lei,  subito! Io non credo a quello che mi hai detto: non è possibile che lei non voglia vedermi!&lt;br /&gt;- Come devo  dirtelo? - protestò  il Mago  che si  teneva la barba con le mani, perché Swan lo stava strapazzando talmente forte che temeva potesse strapparsi; - è l'unico modo in cui possa rimanere ad Azerània! Davanti a questa opportunità, cosa vuoi che conti il resto?!?&lt;br /&gt;Il Mago si dibatteva, ma Swan non lo mollava, anzi lo teneva sempre più stretto.&lt;br /&gt;- E ci ero cascata, lì per lì! E per un giorno intero il dolore mi ha impedito di pensare!&lt;br /&gt;- E cosa diavolo - fece  il Mago - ti avrebbe fatto "pensare", adesso?!?&lt;br /&gt;- Il sole,  che ha illuminato l'acqua del lago. Le onde luccicanti e azzurre come due acquamarine... come i suoi occhi, che sono sempre stati sinceri con me... che non avrebbero mai voluto starmi lontana!&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Aaaah, che schifo!&lt;br /&gt;- Ma quant’è caramellosa, ‘sta tizia?&lt;br /&gt;- Davvero, mi si stanno cariando i denti!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Hanno ragione. Dio mio, come hanno ragione...&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Insomma, abbiate pietà... mica sono una cantastorie di professione!&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Va bè...&lt;br /&gt;- Okay, continua pure.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Grazie.&lt;br /&gt;- Ah,  ma allora ci risiamo da capo! - sbuffò il Mago; - come fai ad esserne così sicura? "Lei mi vuole bene", "lei non vorrebbe starmi lontana", lei di su e lei di giù! Ma perché diavolo dovresti essere così importante per lei, eh? Credi veramente di contare tanto? Credi veramente che per te lei lascerebbe Azerània? Credi...&lt;br /&gt;- Sì, lo credo - lo interruppe Swan con la voce che tremava; - e tu, specie di Pollicino, puoi dirmi tutte le balle che vuoi... io non ti ascolto più - concluse con fermezza.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Magari le avessi io, tutte ‘ste sicurezze...&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Il Mago scalciò e si dibatté, morse e graffiò, e finì per strapparsi metà della sua barba; ma alla fine si arrese.&lt;br /&gt;- E' vero: ti avevo mentito, e non esiste alcun incantesimo. Ma lo avevo fatto per lei, per Paffurina, per impedire che tu la riportassi nel suo mondo di origine. Azerània la vuole qui, il drago le è affezionato, io anche, tutti gli animali vogliono che resti... a parte quello stupido usignolo, che ti ha portata da me. Lui è un inguaribile ottimista, e crede ancora che nel Mondo Senza Magia si possa essere felici, e che ci sia gente che si vuole bene...&lt;br /&gt;- E te l'ho dimostrato,  vero, Mago? - cinguettò l’usignolo dall'alto di un albero.&lt;br /&gt;- Sì - ammise il Mago; - purtroppo sì. Sappi, Swan, che non esiste alcun incantesimo come quello di cui ti parlavo... era stato solo un tentativo per scoraggiarti e mandarti via.&lt;br /&gt;- Ma, Mago, - intervenne Swan; - perché pensavi che io avrei voluto per forza riportare Paffurina al Mondo Senza Magia? Avrei certamente rispettato la sua volontà, se lei avesse voluto rimanere, e non l'avrei forzata a fare nulla; semplicemente, le avrei fatto presenti tutte le cose di cui avrebbe dovuto tenere conto: la sua famiglia, i suoi studi, il suo ragazzo...&lt;br /&gt;- E ti pare poco! - ribatté il Mago; - tu sei... sei... sei così dannatamente rigorosa in tutto! Per te, bisogna essere disposti a tutto pur di avere la consapevolezza di sé, di ciò che ci sta intorno! Non si può prendere la vita così, come viene, no, bisogna sempre pensare a tutto e fare presente tutto! "Ricordati di questo, tieni presente quest'altro, e non dimenticarti..." Oh, sì, le avresti lasciato la libertà di scegliere... ma magari l'avresti convinta a tornare indietro, presentandole i tuoi dannati motivi!&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Giusto!&lt;br /&gt;- Macché, giusto un fico!&lt;br /&gt;- Ha ragione il Mago!&lt;br /&gt;- No, ha ragione Silver Swan!&lt;br /&gt;- Il Mago!&lt;br /&gt;- Silver Swan!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;Hah... se sapessi chi ha ragione su ‘ste cose, a quest’ora mi sentirei un genio.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Buoni, bambini! Non è questo che ci interessa, per la storia; l'unica cosa che ci serviva era sapere il motivo per cui il Mago aveva mentito a Swan, e adesso lo sappiamo: era la paura che Paffurina andasse via.&lt;br /&gt;Ma adesso fatemi arrivare in fondo, se no qui non finiamo più.&lt;br /&gt;- Vieni, Swan - le disse  il Mago,  sconsolato; - ti porterò da lei all'istante.&lt;br /&gt;- Un momento - disse Swan; - ma lei, perché non ha tentato di tornare... visto che non vuole starmi lontana?&lt;br /&gt;- Indovina - rispose il Mago.&lt;br /&gt;- Uhmmm... perché sapeva  benissimo che prima o poi sarei riuscita a raggiungerla, e voleva che anche io visitassi Azerània?&lt;br /&gt;- Appunto.&lt;br /&gt;Il Mago tirò fuori la bacchetta, la agitò per aria e trasportò Swan fino all'Isola Nebbiosa A Forma Di Schiena Di Drago. Paffurina la stava aspettando, più radiosa che mai, fra un gruppo di gnomi e folletti, e, accucciato dietro di lei, il drago.&lt;br /&gt;- Finalmente, sorellina!&lt;br /&gt;Si abbracciarono forte, felici di essersi finalmente riunite. Paffurina fece vedere a Swan tutta Azerània: le fece conoscere il drago che l'aveva condotta sin lì, e gli altri suoi nuovi amici: gli elfi, i nanetti, le fate...&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;-Va bene, va bene; ma adesso raccontaci la fine.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Come, la fine? La storia è già finita da un pezzo!&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Finita?&lt;br /&gt;- E non arriva nessun principe?&lt;br /&gt;- Ma cosa fanno adesso loro due?&lt;br /&gt;- Restano ad Azerània?&lt;br /&gt;- Tornano nel Mondo Senza Magia?&lt;br /&gt;- Stanno un po' di qua e un po' di là?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Ma in fondo, bambini, ha importanza?&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Certo! Così, la storia non ha una fine!!!&lt;br /&gt;- Il finale! Vogliamo un vero finale!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Il finale... dunque, un finale... ah, sì: il più classico.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#3333ff;"&gt;- Cioè?&lt;br /&gt;- Quale?&lt;br /&gt;- Cosa fanno?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Ecco, bambini: vissero per sempre felici e contente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116092941645223654?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116092941645223654/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116092941645223654' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116092941645223654'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116092941645223654'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-sesto-racconto.html' title='Raccolta 1996 - il sesto racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116086232161821265</id><published>2006-10-14T23:36:00.000+02:00</published><updated>2006-10-14T23:45:32.200+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il quinto racconto</title><content type='html'>Sempre per la serie "citiamo, rielaboriamo, plagiamo". Questo racconto prende diretta ispirazione da una serie di fumetti uscita a metà anni Novanta, un fantasy molto bello intitolato &lt;em&gt;2700&lt;/em&gt;. Tra i personaggi di questa serie ve n'erano alcuni detti "fanti", sulla cui esistenza faceva perno un po' tutta la saga: personaggi molto tristi, né uomini né donne, creature sole, dall'aspetto indecifrabile. E un giorno, su un autobus, per un istante ho veramente creduto di vederne uno. Tuttora ho un ricordo molto vivo di questa strana persona che era seduta di fronte a me e che mi ha spinta a scrivere quanto segue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;IL FANTE&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Tutto l’altro che deve essere è ancora,&lt;br /&gt;il fiume scorre, la campagna varia,&lt;br /&gt;grandina, spiove, qualche cane latra,&lt;br /&gt;esce la luna, niente si riscuote,&lt;br /&gt;niente dal lungo sonno avventuroso.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;M. Luzi, “Notizie a Giuseppina dopo tanti anni”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Oggi ho visto un fante.&lt;br /&gt;Per essere esatti, ho visto un fante sull’autobus, mentre tornavo a casa dopo alcune commissioni in città. Quindi mi trovavo in una situazione molto prosaica, eppure proprio per questo l’apparizione del fante ha mutato l’atmosfera dell’intero viaggio.&lt;br /&gt;Era seduto proprio di fronte a me, e l’ho fissato per tutto il tragitto con prolungata maleducazione.&lt;br /&gt;Sospettavo però che non fosse ciò che avevo inizialmente pensato; come avrebbe fatto, un fante, a trovarsi lì?&lt;br /&gt;Ho ripassato a memoria ciò che sapevo dei fanti: “furono scoperte le Sinapsi e la loro scienza. [...]. Chiesa e nobiltà si spartirono il mondo incontrastati. Stato e Chiesa, Master e Made: dicotomia Uomo e Donna sulla quale si basavano le Sinapsi. Comparvero però i Fanti. “Mutanti Androgini”, nuovo potere che, incontrollato, avrebbe preso in mano il globo. Si affacciarono alla vita per essere odiati, temuti e inseguiti”.&lt;br /&gt;Chi sei, tu che siedi davanti a me con l’evidente intenzione di passare inosservato, e che invece ti ritrovi il mio sguardo piantato addosso?&lt;br /&gt;Sei forse veramente un fante? Sei uno strano misto di uomo e donna, senza essere né l’uno né l’altro? Provi insieme attrazione e repulsione per l’uno e l’altro sesso?&lt;br /&gt;Se sei un fante, allora sei completamente asessuato. Non è una condizione immaginabile senza che un brivido mi scorra per la schiena.&lt;br /&gt;Se sei un fante, allora sei in fuga perché quelli della tua razza, lì da dove vieni, sono perseguitati, e spesso torturati e uccisi.&lt;br /&gt;Ma è mai possibile che tu abbia trovato un passaggio, un varco per fuggire dalla tua terra? Forse sei venuto in possesso di una sinapsi particolarmente potente: una pietra magica con la quale hai lanciato un incantesimo. Ovviamente potresti averlo fatto, perché per usare le sinapsi c’è bisogno di un uomo e una donna, e tu sei entrambi, e puoi usarle da solo.&lt;br /&gt;Sì, è indubbiamente andata così. Tu vieni da là. Hai trovato o costruito un varco e te ne sei andato.&lt;br /&gt;Poi devi avere trovato dei vestiti adatti a questo mondo, è evidente. Li hai cercati più banali e discreti possibile, in modo da non attirare l’attenzione. Tuttavia, è evidente che sei diverso.&lt;br /&gt;Hai i capelli biondi e lunghi, completamente lisci, senza neppure un’onda. Li hai raccolti in una coda di cavallo, mentre sulla tua fronte piove una leggera frangetta.&lt;br /&gt;I tuoi capelli sembrano molto puliti, ordinati, senza sbavature. Direi anzi che in generale sei estremamente ordinato, curato; dai un’impressione complessiva di pulizia e anche... come dire... classe. Sei perfino seduto in maniera fin troppo composta, come uno scolaretto il primo giorno di scuola.&lt;br /&gt;I tuoi lineamenti sono regolari. Non sei bellissimo, ma certo hai un viso gradevole. Un viso di uomo, s’intende. Ma le espressioni, lo sguardo, i movimenti dei muscoli labiali sono di donna. Ti comporti e ti muovi come tale: ma sul tuo mento compare il grigiore della barba, per quanto accuratamente rasata.&lt;br /&gt;Sei alto, almeno un metro e ottantacinque se non di più. Una statura da uomo. Ma cammini come una donna; il che non vuol dire che ancheggi o cose del genere. Semplicemente che hai come un’eleganza innata, un modo sfuggente e ambiguo di muoverti.&lt;br /&gt;Sei vestito con un paio di jeans, una camicia a tinta unita e un gilet con qualche frangia. Abbigliamento “unisex”, ovviamente. La camicia è abbondante e non mi permette di capire se hai il seno.&lt;br /&gt;Tieni sulle ginocchia una sobria borsa da viaggio, che pure non mi dà alcuna informazione in più su di te. Ma le tue mani, che tieni posate sulla borsa, quelle sono mani di donna. Sono grandi, perché proporzionate alla tua statura; ma sono affusolate, curate, insomma sono di donna e basta, non c’è molto da dire in merito. Hai persino lo smalto sulle unghie, quello trasparente, appena lucido.&lt;br /&gt;Se ti si guardasse di sfuggita, sembreresti semplicemente una donna molto alta e dalla corporatura robusta. Ma i lineamenti un po’ troppo duri e, soprattutto, quell’ombra a puntini scuri sul mento, denunciano il tuo essere uomo.&lt;br /&gt;Insomma, sei un fante, non puoi essere altro. Potrei scommettere che appesa al collo, sotto la camicia, tieni una sinapsi. Una pietruzza apparentemente innocua, simile a quella che vendono i vu’ cumprà in giro per la spiaggia: ma tu, con quella, puoi fare di tutto.&lt;br /&gt;Si potrebbe anche avere paura di te, ma hai un’aria così sperduta e intimidita che sembri essere tu quello impaurito. Che cosa temi? Se sei riuscito a fuggire dal tuo mondo, qui devi temere al massimo qualche sguardo indiscreto, ma certo non la persecuzione o la morte. A meno che proprio non incappi in qualche gruppo di imbecilli con dei tatuaggi a forma di svastica, insomma.&lt;br /&gt;L’autobus continua il suo tragitto, nella campagna primaverile. E’ ormai ora di pranzo, in giro c’è poca gente. Fuori non c’è nulla che attragga la mia attenzione, nonostante di solito non sia indifferente agli spettacoli della natura. L’unico a calamitare il mio sguardo sei tu, e scommetto che parecchi altri, a bordo, ti hanno notato. Naturalmente devi esserci abituato, perché uno come te è abbastanza raro.&lt;br /&gt;Ma, lo vedi anche tu, gli sguardi degli altri passeggeri sono molto più prosaici dei miei. Io sembro in adorazione davanti a un essere quasi magico, mentre il loro è un misto di curiosità e disprezzo. Capirai, siamo su un autobus che serve una zona di campagna, e sul quale viaggiano abitualmente vecchietti e contadini, che non sono abituati a vedere tuoi simili, e tantomeno ad accettarli.&lt;br /&gt;Se sei un fante, e se hai la tua sinapsi al collo, allora sei anche un mezzo telepate. Forse parole come “finocchio” o “travestito” stanno giungendo alla tua mente. Non devi farci caso, qui la gente è fatta così.&lt;br /&gt;Forse anche i miei pensieri ti sono giunti, e allora avrai sentito la parola “fante”. Devi aver rabbrividito, alla sola idea che qualcuno sappia di te e dei tuoi simili, e possa volerli cacciare e uccidere. Ma senz’altro avrai anche percepito l’assenza di sentimenti ostili da parte mia, e allora ti sarai tranquillizzato.&lt;br /&gt;La mia fermata, fin troppo nota, si avvicina. Presto dovrò scendere, e non saprò qual è la tua destinazione. Dove stai andando? Che ci fa uno come te da queste parti?&lt;br /&gt;Comunque, non è poi così matematico che tu sia un fante. Penso anzi che potresti benissimo essere un elfo.&lt;br /&gt;E’ arcinoto che gli elfi sono uomini più snelli, eleganti ed effeminati degli altri. I loro lineamenti sono morbidi, i loro sguardi vellutati. Come il tuo.&lt;br /&gt;E allora, da dove vieni? Perché, se potessi saperlo, prenderei armi e bagagli e andrei a visitare il tuo luogo d’origine. Se sei un elfo, ce ne saranno altri come te, da qualche parte, e allora sarebbe bello poter vedere le vostre case, i vostri boschi e giardini.&lt;br /&gt;Ma, ripensandoci, non puoi essere un elfo. Tanto per cominciare, non hai le orecchie a punta; in secondo luogo, da che mondo è mondo gli elfi sono glabri, non hanno la barba; infine, saranno anche effeminati ma non hanno le mani così affusolate e femminili.&lt;br /&gt;Facciamo ancora un’altra ipotesi: sei un mezz’elfo. Sei parte uomo e parte elfo, insomma un mezzosangue.&lt;br /&gt;Questo sarebbe fantastico, perché vorrebbe dire che, da qualche parte, c’è un umano che sa di voi e sa esattamente chi e cosa siete. Di solito, la vostra stessa esistenza è messa in dubbio dal genere umano.&lt;br /&gt;Ma, ancora non ci siamo. Se sei un mezzelfo, barba e orecchie a punta non sono un problema; ma rimangono le mani. No, non sei un mezzelfo.&lt;br /&gt;Purtroppo, per lo stesso motivo, non sei neppure un fante. I fanti sono asessuati ma, una volta vestiti, appaiono come uomini leggermente effeminati. Non destano sospetti, insomma, finché non vengono scoperti con delle sinapsi e non sono denudati.&lt;br /&gt;Ma le tue mani sono di donna. Se vedessero una persona fatta così, nel mondo dei fanti, la catalogherebbero immediatamente come tale. I fanti non hanno le mani così evidentemente femminili, altrimenti sarebbe semplicissimo scoprirli.&lt;br /&gt;Quindi non sei un fante, né un elfo, né un mezzelfo.&lt;br /&gt;Purtroppo ho esaurito le ipotesi più belle.&lt;br /&gt;Meglio tornare sulla terra e ammettere che sei effettivamente, come già da tempo pensano gli altri occupanti dell’autobus, una specie di travestito.&lt;br /&gt;Cioè, o sei una donna che sta diventando uomo, o sei un uomo che sta diventando donna. Insomma, quelle cose tipo cure di ormoni, operazioni chirurgiche ai genitali, dermocoagulazioni e così via.&lt;br /&gt;Lo smalto sulle unghie mi fa pensare che tu sia un uomo che vuole diventare donna. Se fosse il contrario, una che vuole passare per uomo eviterebbe di mettersi addosso una cosa così tipicamente femminile.&lt;br /&gt;Allora, sei un uomo in procinto di diventare donna. Chissà se sei solo all’inizio del procedimento, oppure in una fase avanzata, o a metà strada.&lt;br /&gt;La prossima è la mia fermata. Naturalmente non ti rivedrò mai più, a meno che non abiti da queste parti. Ma, se anche così fosse, io prendo l’autobus così di rado...&lt;br /&gt;Dopo questa curva, casa mia appare a poca distanza. Suono per prenotare la fermata. Addio, passeggero sconosciuto, metà uomo e metà donna. Dopotutto, non sono più interessata a scoprire chi o cosa tu sia.&lt;br /&gt;Ma è un peccato, che tu non sia un fante.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116086232161821265?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116086232161821265/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116086232161821265' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116086232161821265'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116086232161821265'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-quinto-racconto.html' title='Raccolta 1996 - il quinto racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116075914583386195</id><published>2006-10-13T18:58:00.000+02:00</published><updated>2006-10-13T19:07:45.236+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il quarto racconto</title><content type='html'>Di questo racconto sono in grado di ricostruire l'età: l'ho scritto all'inizio del 1993. Me lo ricordo perché con questo racconto partecipai a un concorso letterario che si chiamava &lt;em&gt;Mal D'Estro&lt;/em&gt;, aperto (credo) agli studenti universitari, e arrivai terza, vincendo un premio di ben 100.000 Lire. Insomma, preistoria. Quando poi nel '96 decisi di mettere insieme un gruppetto di racconti per l'altro concorso, vi inserii anche questo. Come il racconto precedente, è spudoratamente citazionista e post-moderno, ma una volta individuato il giochino su cui si basa, non ha più molto da dire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;IL VERO VOLTO DI ALEC KHIN&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Da dove vengono i sogni, da dove i misfatti e come&lt;br /&gt;immaginare il bello e il nefando?&lt;br /&gt;&lt;em&gt;J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una sera, il principale mandò a chiamare Alec Khin: uno dei dipendenti più infidi, subdoli e spregiudicati dell'azienda. E Alec, sebbene un po' timoroso, si avviò immediatamente verso l'ufficio del capo.&lt;br /&gt;Si fermò per un istante davanti alla targa di ottone, che riportava la scritta: "Luke Hyper, presidente".&lt;br /&gt;- E' pe-pe... permesso? - domandò bussando alla porta.&lt;br /&gt;- Khin? - tuonò la voce del principale dall'interno.&lt;br /&gt;- Sì, signore.&lt;br /&gt;- Entra pure.&lt;br /&gt;Alec aprì la porta e si trovò davanti al suo imponente e temutissimo datore di lavoro.&lt;br /&gt;- Allora - cominciò il presidente senza far caso alla tremarella del suo impiegato - mi è giunta notizia che ti farebbe piacere un trasferimento.&lt;br /&gt;- Ehm... sì, signore. Lavoro alle stesse cose da secoli, e cominciavo a voler cambiare.&lt;br /&gt;- Bene, bene. Ti ho mandato a chiamare, Khin, perché voglio vedere come te la cavi come agente sul campo. In effetti, è da troppo tempo che resti confinato in ufficio, mentre altri tuoi colleghi scorrazzano su e giù per il mondo.&lt;br /&gt;- Sta dicendo sul serio?&lt;br /&gt;- Ho mai avuto la faccia di uno che scherza?!?&lt;br /&gt;- No... no, ci mancherebbe... - replicò Alec tremando, ma poi soggiunse tra sé e sé: "Vecchio barbogio surgelato..."&lt;br /&gt;- Bene - riprese il capo - allora, se sei d'accordo (ma anche se non lo sei, naturalmente) ti mando in Italia.&lt;br /&gt;- Addirittura nella patria di quel tizio che...&lt;br /&gt;- Khin! - ruggì il capo. - Sai quanto odio quell'uomo e il suo lavoro, e non azzardarti a nominarlo, ma anche in Italia dovremo pur mandarci qualcuno!&lt;br /&gt;- Va bene, va bene... ma dove, esattamente?&lt;br /&gt;- La scelta è tua; vedi un po' dove preferisci.&lt;br /&gt;Così, Alec scelse il primo posto che gli venne in mente, uscì dall'ufficio del principale e andò a preparare i bagagli. Salutò i colleghi e partì per Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un paio di settimane dopo, Alec si disse che, se il principale avesse controllato il suo comportamento di "agente sul campo", sarebbe rimasto molto male. Si immaginava già cosa avrebbe detto: «Khin, non ti stai impegnando affatto, speravo in almeno un paio di clienti. E invece, tu, niente! Non solo non procuri contratti, ma perdi il tuo tempo andando in giro con quell'oca che ti sussurra frasi d'amore!»&lt;br /&gt;Già, perché nell'arco di due settimane Alec si era trovato la ragazza. E tutto sommato - si diceva - anche quello poteva essere considerato lavoro, perché forse, un giorno, Isabella avrebbe potuto diventare cliente del suo capo.&lt;br /&gt;Per lei si era letteralmente trasformato. Normalmente Alec era arrogante, spregiudicato, violento, collerico, ruffiano: praticamente un’accozzaglia di difetti. Ma davanti a lei si mostrava tenero, sensibile, gentile, educato, generoso, galante: un vero angelo.&lt;br /&gt;Isabella era una ragazza splendida. Assomigliava un po' a Michelle Pfeiffer nel film "Lady Hawk", dove peraltro la protagonista si chiama appunto Isabeau... anche se ad Alec quel film non era mai piaciuto, perché in generale detestava le storie a lieto fine. A parte questo, usciva spessissimo con Isabella ed era molto fiero di aver conquistato il suo amore. Tra l'altro si sentiva un po' imbarazzato, perché ogni volta che si parlava di lavoro gli toccava cambiare discorso... la sua ditta era unica nel suo genere (una via di mezzo tra un albergo e un'agenzia di viaggi), ma un po' particolare, e insomma non era il caso di raccontare troppe cose. Isabella sapeva solo che il principale di Alec si chiamava Luke Hyper; che, come lui, era straniero, e che era un tipo collerico; e poi, che Alec lavorava per lui da secoli e aveva generalmente incarichi di pubbliche relazioni, principalmente per ciò che riguardava la permanenza degli ospiti dell'albergo.&lt;br /&gt;Invece, lui sapeva tutto di lei. Isabella era una persona colta e istruita, che sapeva discorrere piacevolmente di musica, cinema, letteratura e tante altre cose. E così Alec passava praticamente tutto il suo tempo con lei; il problema era quello di conciliare la presenza di Isabella con le faccende di lavoro, che esigevano un'attenzione a dir poco totale. Bisognava contattare parecchia gente, imparare a conoscerla, vedere se aveva le necessarie caratteristiche che accomunavano i clienti del suo principale, e poi coinvolgerle nell'affare, insomma un lavoro lungo e meticoloso. Ma lui, no: lui si era intestardito con Isabella, una ragazza talmente buona e sincera, che riuscire a stipulare un contratto con lei sarebbe stato il massimo, il signor Hyper lo avrebbe sicuramente promosso. E così, stava sempre con lei sia perché era la sua ragazza, e sia per il motivo più professionale. Passarono altre tre o quattro settimane, durante le quali lei si innamorava sempre di più e lui temeva le ire del principale, che aspettava invano nuovi clienti da un mese e mezzo. Senza contare che il signor Hyper non era famoso per la sua pazienza e la sua tolleranza.&lt;br /&gt;Alla fine, fu il destino a decidere per lui. Una sera, usciti da un ristorante, ci fu un incidente: una macchina perse il controllo, sbandò e finì sul marciapiede dove si trovavano lui e Isabella. La ragazza strillò e spinse Alec da parte, finendo sotto la macchina al suo posto.&lt;br /&gt;Non c'era più nulla da fare; Alec si chinò su di lei e raccolse le sue ultime parole.&lt;br /&gt;- Tu stai bene... sei salvo? Avevo paura che...&lt;br /&gt;- Sì, sì, sto bene, ma tu...&lt;br /&gt;Si interruppe appena si accorse che era morta. La gente che si ammassava credette che la sua espressione assente e il suo pallore fossero dovuti allo shock e al dolore; in realtà, il suo pensiero era rivolto al signor Hyper. Tutte le ambizioni di Alec per la sua carriera erano sfumate con la vita di Isabella.&lt;br /&gt;Mormorò a voce bassa:&lt;br /&gt;- Mi hai spinto da parte perché temevi per la mia vita... stupida. I diavoli non muoiono.&lt;br /&gt;Si allontanò dalla strada facendosi largo tra la gente con forza sovrumana e andò a sbattere contro un passante.&lt;br /&gt;- E lèvati dai piedi, imbecille... Oh no, non tu!&lt;br /&gt;- Ciao, Alec - rispose l'uomo. - Scusami, ma adesso ho da fare. Salutami il tuo principale, quando lo vedi.&lt;br /&gt;Alec disse qualcosa tra i denti, abbassò la testa e scomparve nel buio. L'altro uomo si fermò un istante per controllare che Alec non tornasse indietro ad infastidirlo; poi si diresse verso il luogo dell'incidente a compiere il suo lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * *&lt;br /&gt;- Khin? Dov'è finito Alec Khin? Khin, ti vuole il capo!&lt;br /&gt;Alec tremò come una foglia e si avviò per i vari fossi e scarpate, passando tra i colleghi che ridacchiavano alle sue spalle. Attraversò il Pozzo Dei Giganti e il Cocito e si trovò nuovamente davanti alla porta dell'ufficio del principale. Bussò timidamente e, dall'interno, rispose la solita voce:&lt;br /&gt;- Chi è?!?&lt;br /&gt;- Sono Alec Khin, signor Hyper... posso entrare?&lt;br /&gt;La voce si fece suadente e melliflua:&lt;br /&gt;- Oh, eccome se puoi...&lt;br /&gt;Alec si fece coraggio ed entrò, venendo travolto da folate di vento gelido che il principale produceva con le sue enormi ali.&lt;br /&gt;- Khin, non ti dirò che sono deluso, né che sono arrabbiato con te... io sono NERO!&lt;br /&gt;- Signore, la prego, aspetti un attimo...&lt;br /&gt;- Aspettare? Ho aspettato anche troppo! Un mese e mezzo senza nuovi dannati, e solo perché tu perdi il tuo tempo dietro a una causa persa in partenza!&lt;br /&gt;- Senta...&lt;br /&gt;- Sentire cosa? Ci sono migliaia di depravati, assassini, stupratori, pedofili, insomma tutta gente che si può far finire quaggiù come niente, tutta gente con cui si possono stipulare patti vantaggiosissimi, ma lui no! Lui doveva incaponirsi dietro a una che, non solo si innamora (che schifo) di lui, ma gli sacrifica anche la vita!&lt;br /&gt;- Guardi...&lt;br /&gt;- Chiudi le fauci! E, ciliegina sulla torta, chi incontri mentre stai venendo via? L'angelo che sta andando a prendersela! Ti rendi conto che hai fatto il gioco della concorrenza? Un dannato in meno per noi, un beato in più per loro!&lt;br /&gt;- Ma io...&lt;br /&gt;- Ma tu, cosa? Ti dico io cosa farai adesso! Primo, tornerai nella tua bolgia e non ti muoverai per almeno un secolo! Secondo, una volta alla settimana, ti immergerai nella pece bollente insieme ai barattieri! Terzo, non azzardarti mai più a chiedermi una promozione, mi sono spiegato?&lt;br /&gt;Alec abbassò la testa:&lt;br /&gt;- Sì, signore.&lt;br /&gt;- Un'ultima cosa... togliti quel disgustoso travestimento da uomo, visto che rimarrai qui a Dite per parecchio tempo.&lt;br /&gt;- Sì, signore.&lt;br /&gt;Alec uscì dall'ufficio stizzito e arrabbiato. Ma, prima che potesse tornare nella sua bolgia, venne fermato da un'arpia.&lt;br /&gt;- Khin? Khin, aspetti un attimo!&lt;br /&gt;- Cosa c'è, ancora?&lt;br /&gt;- Oh, nulla, formalità burocratiche. Vede, stiamo dotando l'Inferno di una modernissima rete di computer e ci servono i dati di tutti i dipendenti...&lt;br /&gt;- Anche i computer, adesso? Non bastava che il capo si fosse fatto fare la porta con la targa e che dovessimo chiamarlo "signor Hyper"?&lt;br /&gt;- Senta, non se la prenda con me. Anche io preferirei tormentare il tronco di un suicida, invece che stare qui a fare da segretaria. Mi dà i suoi dati, sì o no?&lt;br /&gt;Alec sospirò:&lt;br /&gt;- Cosa le serve sapere?&lt;br /&gt;- Dunque, il nome lo so già... allora, residenza?&lt;br /&gt;- Settimo cerchio, quinta bolgia.&lt;br /&gt;- Tipo di dannati ospiti?&lt;br /&gt;- Barattieri.&lt;br /&gt;- Lei è alle dipendenze di?&lt;br /&gt;- Mike Laked.&lt;br /&gt;- Cioè, con la denominazione passata... vediamo se ce l'ho in archivio... sì, eccolo, Malacoda. Non le sembra che i vecchi nomi fossero più poetici?&lt;br /&gt;- Sicuramente, ma con questa mania dell'americanizzazione...&lt;br /&gt;- Eh già, eh già, i bei vecchi tempi. Sa cosa faccio? Tolgo la targa dalla porta del capo e ne metto un'altra, con scritto bello in grande: Lucifero, altro che Luke Hyper, che mi sembra l'eroe di Guerre Stellari!&lt;br /&gt;- No, quello era Luke Skywalker... il nostro capo, nei cieli non ci cammina affatto, le pare?&lt;br /&gt;- Trova ancora il coraggio di scherzare, dopo la lavata di testa che le hanno fatto! Lei è davvero un diavolo, Alec Khin. A proposito, l'ultima informazione: il suo nome originale, prima che il capo decidesse di anglicizzare tutto.&lt;br /&gt;- Alichino. Basta così?&lt;br /&gt;- Sì, adesso la sua cartella è completa. Alichino... sì, era un nome molto più bello. E le dirò, fa anche la sua figura in quel poema di quell'italiano del Medioevo...&lt;br /&gt;La voce di Lucifero tuonò dall'ufficio, producendo tali vibrazioni che il ghiaccio del Cocito si crepò in più punti.&lt;br /&gt;- Vi ho sentiti! Potete criticare quello che volete sulle mie decisioni di modernizzarci un po', potete dire tutto quello che vi pare (tanto in ogni caso si fa come dico io)... ma non nominate quel poema e men che meno il suo autore!&lt;br /&gt;- Va in bestia ogni volta che se ne parla... - commentò l'arpia. - Mah... solo perché una volta lo ha calpestato.&lt;br /&gt;Alec Khin (nonché Alichino) fece spallucce e tornò al suo posto. Si tolse il travestimento, riprese il consueto aspetto demoniaco e si rimise a tormentare i barattieri.&lt;br /&gt;Non sono passati molti anni da quando si sono svolti questi fatti, quindi è presumibile che si trovi ancora lì, e che ogni tanto litighi con Ciampolo e sfoghi su di lui l'amarezza per la mancata promozione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116075914583386195?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116075914583386195/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116075914583386195' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116075914583386195'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116075914583386195'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-quarto-racconto.html' title='Raccolta 1996 - il quarto racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116067996673471133</id><published>2006-10-12T21:02:00.000+02:00</published><updated>2006-10-13T19:08:39.470+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il terzo racconto</title><content type='html'>Ed eccoci al terzo dei sette racconti che componevano la raccolta inviata al concorso che NON ho vinto. Grazie al cielo questo parto, a parte qualche ingenuità qui e là, mi soddisfa ancora un pochino: gli do la sufficienza. Forse anche un 6+, via. Avvertenza: è un racconto citazionista e quindi, chiaramente, chi non becca la citazione non se lo gode.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;OVUNQUE&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Rimango a misurare il poco detto,&lt;br /&gt;il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,&lt;br /&gt;mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;M. Luzi, “Presso il Bisenzio”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Lo notai per caso, in corridoio, mentre uscivo dalla segreteria. Non lo vedevo da un pezzo, almeno dall'anno prima, e così non mi lasciai sfuggire l'occasione.&lt;br /&gt;- Scusa... - e lo toccai leggermente su una spalla; - scusa, ma tu non sei...&lt;br /&gt;Lui inclinò il volto verso di me e mi guardò negli occhi. Lì per lì parve non riconoscermi, e mi fece sentire anche un po' in imbarazzo... si era forse già dimenticato di me? Certo, non eravamo mai stati amicissimi, ma dopotutto avevamo frequentato insieme qualche corso l'anno prima: avrebbe dovuto ricordarsene.&lt;br /&gt;Ad ogni modo, nonostante fosse palese che il mio viso gli era solo vagamente familiare, continuò a guardarmi negli occhi. Questo mi sorprese piacevolmente, e ricambiai con gioia. Io ero praticamente una perfetta estranea per lui, e tuttavia piantava il suo sguardo nel mio. Normalmente, la gente non lo fa. Dopo aver frugato ancora qualche istante nella sua memoria, si arrese e domandò umile:&lt;br /&gt;- Ci conosciamo?&lt;br /&gt;Gli sorrisi apertamente e risposi:&lt;br /&gt;- L'anno scorso abbiamo seguito qualche corso insieme, ti ricordi? Filosofia della musica, mi pare, e anche...&lt;br /&gt;Un lampo parve passare sul suo volto, e poi mi interruppe:&lt;br /&gt;- Ma sì, certo! Scusami, è che proprio non ti avevo riconosciuta... dove eri finita, in tutto questo tempo?&lt;br /&gt;Da un lato ero contenta che si fosse ricordato di me. Dall'altro mi spiaceva che fossimo passati al di là di quel momento di silenzio e imbarazzo, quando ad unirci erano solo i nostri occhi. Quel momento, non so perché, era sembrato magico, come se avesse dovuto portare a chissà quali conseguenze o scoperte. Avrebbe potuto anche nascerne un amore... non lo avrei più saputo.&lt;br /&gt;Risposi alla sua domanda:&lt;br /&gt;- Da nessuna parte in particolare... ho dato qualche esame, sono andata in vacanza in Francia... e tu che cosa hai fatto? Sei stato da qualche parte?&lt;br /&gt;Con quella domanda persi anche il suo sguardo, non più fisso nel mio. Infatti abbassò gli occhi a terra, e disse:&lt;br /&gt;- Dove non mi cercano...&lt;br /&gt;Ebbi la sensazione di aver toccato il tasto sbagliato e me ne dispiacque immensamente. Cercai di cambiare discorso:&lt;br /&gt;- Io sono venuta a vedere se sono usciti alcuni appelli... tu cosa devi fare?&lt;br /&gt;Rimase un momento sovrappensiero e assunse un'espressione di indifferenza. Poi rispose:&lt;br /&gt;- Bof... avevo un mezzo appuntamento, ma tanto...&lt;br /&gt;- Tanto cosa? - azzardai.&lt;br /&gt;- Ma niente... tanto posso anche non andarci.&lt;br /&gt;Ne sembrò un po' sollevato e un po' deluso.&lt;br /&gt;- Ma ti stanno aspettando? - insistetti io.&lt;br /&gt;Con l'aria indifferente di prima, mi rispose:&lt;br /&gt;- Sì... da qualche parte, dovrebbero esserci due miei amici che mi aspettano... ma tanto, che cosa ci andrei a fare?&lt;br /&gt;Obiettai ragionevolmente:&lt;br /&gt;- Bè, se ti aspettano dovrai pur andare!&lt;br /&gt;- Possono venire a cercarmi loro - fece secco lui.&lt;br /&gt;La trovai una affermazione arrogante. Per un attimo mi dissi che non erano affari miei e che aveva probabilmente le sue buone ragioni per comportarsi così, ma non riuscii a stare zitta.&lt;br /&gt;- Sì, ma se avevate preso appuntamento...&lt;br /&gt;Scosse la testa:&lt;br /&gt;- Lo avevano preso loro, l'appuntamento.&lt;br /&gt;- Senza dirtelo?&lt;br /&gt;- Sì.&lt;br /&gt;- E allora come fai a sapere che ti stanno aspettando... insomma, che l'appuntamento è con te?&lt;br /&gt;- Aspettano sempre me. Mai nessun altro. E continuano ad aspettarmi. E io ogni tanto passo di lì e loro non mi vedono. Sono troppo impegnati ad aspettarmi per accorgersi di quando passo a un metro da loro.&lt;br /&gt;Mi guardò ancora.&lt;br /&gt;Fisso, dritto negli occhi.&lt;br /&gt;C'era tutto un universo in quegli occhi.&lt;br /&gt;C'era tutto un cosmo fatto di bene e male, di sublime e orrore, di angeli e demoni.&lt;br /&gt;E c'era il desiderio che qualcuno lo vedesse, quell'universo al di là delle sue iridi verdi, ed ora il suo desiderio era appagato, e anche il mio. E poi diciamocelo, lui mi piaceva parecchio.&lt;br /&gt;Tirai avanti il discorso quasi senza accorgermene:&lt;br /&gt;- E non potresti andare da loro e dire: "Salve, sono qui, sono arrivato"?&lt;br /&gt;Allora il cosmo, le stelle, le galassie dentro i suoi occhi si spensero, e tutto rimase buio, con solo qualche colore qua e là, come lucciole morenti.&lt;br /&gt;- A cosa servirebbe, allora? - disse. - Se loro non mi vedono, e non mi chiamano, e non mi guardano, a cosa servirebbe?&lt;br /&gt;- Smetterebbero di aspettarti.&lt;br /&gt;- E aspetterebbero un altro me.&lt;br /&gt;- E se invece ti venissero a cercare?&lt;br /&gt;Le costellazioni e le nebulose si riaccesero e bruciarono.&lt;br /&gt;- Mi troverebbero.&lt;br /&gt;- E dove dovrebbero cercarti?&lt;br /&gt;- Ovunque.&lt;br /&gt;- E dove ti troverebbero?&lt;br /&gt;- Ovunque.&lt;br /&gt;Non volevo smettere di guardarlo. Galleggiare nel vuoto dello spazio e respirare dolcezza, ecco cosa mi sembrava di fare mentre i nostri sguardi erano uno solo.&lt;br /&gt;- Devi andare via? - mi chiese.&lt;br /&gt;- Io? No!&lt;br /&gt;- Non devi andare a cercare quegli appelli?&lt;br /&gt;- No!&lt;br /&gt;- Non hai niente di meglio da fare che stare qui?&lt;br /&gt;- Io voglio stare qui con te - gli risposi senza pensare. Subito dopo, mi vergognai da morire... sembrava quasi una dichiarazione.&lt;br /&gt;- Non hai bisogno di tenermi costantemente d'occhio... io mica scappo via! - rise.&lt;br /&gt;- E se non ci rivediamo?&lt;br /&gt;- Basterà che mi cerchi.&lt;br /&gt;- Ovunque?&lt;br /&gt;- Ovunque.&lt;br /&gt;- E ti troverò ovunque?&lt;br /&gt;Sorrise.&lt;br /&gt;- Sì.&lt;br /&gt;- E i tuoi amici?&lt;br /&gt;Il suo sorriso divenne amaro.&lt;br /&gt;- Magari un giorno mi cercheranno anche loro.&lt;br /&gt;- E ti troveranno?&lt;br /&gt;- Quel giorno, sì.&lt;br /&gt;Mi accorsi che gli stavo tenendo stretta una mano, come per impedirgli di andarsene. Arrossii e gliela lasciai.&lt;br /&gt;- Okay - dissi, e alzai le spalle; - mi fido.&lt;br /&gt;- Fai bene.&lt;br /&gt;- Però mi costa... avrei preferito tenerti stretto e non lasciarti più andare - obiettai, senza ormai più alcun ritegno.&lt;br /&gt;I suoi occhi scintillarono come fiamme:&lt;br /&gt;- Hai detto che ti ostinerai a cercarmi. Anche volendo, non potresti mai tenermi più imprigionato di come stai facendo.&lt;br /&gt;Feci di nuovo spallucce.&lt;br /&gt;- E va bene, allora salutiamoci pure. Io vado a cercare i miei appelli, e tu non vai dai tuoi amici.&lt;br /&gt;- Già. Alla prossima, allora.&lt;br /&gt;Gli feci un cenno di saluto mentre già cominciavo a scendere le scale. Poi mi ricordai improvvisamente di una cosa e risalii i gradini.&lt;br /&gt;- Ehi!&lt;br /&gt;- Cosa? - rispose lui, che non sembrava essersi ancora mosso.&lt;br /&gt;Arrossii come in un film.&lt;br /&gt;- Non so neanche il tuo nome...&lt;br /&gt;Socchiuse gli occhi e sorrise.&lt;br /&gt;- Mi chiamo Godot.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116067996673471133?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116067996673471133/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116067996673471133' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116067996673471133'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116067996673471133'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-terzo-racconto.html' title='Raccolta 1996 - il terzo racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116059818823411244</id><published>2006-10-11T22:19:00.000+02:00</published><updated>2006-10-11T22:24:20.123+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il secondo racconto</title><content type='html'>Incredibile: frugando con più attenzione nell'hard disk, ho ripescato un file dove mi ero anche scritta il titolo di 'sta benedetta raccolta. Si chiamava &lt;em&gt;Storie vere, storie false (1991-1996)&lt;/em&gt;. Insomma raccoglieva robe che avevo iniziato a scrivere quando avevo vent'anni. Maremma come passa il tempo...!&lt;br /&gt;Va bè: detta la banalità del giorno, ecco il secondo racconto. Appena passabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LA LEGGE DEL BOSCO&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Se ogni anfratto del mondo di elfi&lt;br /&gt;e folletti colmassimo, dèi e dimore&lt;br /&gt;formando di tenebre e splendore,&lt;br /&gt;se dei draghi evocassimo il seme, ne è nostro il diritto&lt;br /&gt;(e la scelta dell’uso). Tal diritto ancor vale.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;C'era una volta, e c'è ancora, in un paese molto lontano, un bosco enorme, abitato dai popoli degli Elfi e delle Fate. In questo bosco, da secoli e secoli non era mai entrato nessun umano, perché gli Elfi e le Fate facevano (e fanno ancora) buona guardia e impediscono che la quiete della loro casa venga violata. Infatti, nelle ere antiche, alcuni umani erano entrati nel bosco, ma vi avevano portato solo sventura e distruzione, per cui i Popoli Magici avevano ben pensato di chiudere tutti i rapporti con loro. Questa legge vige ancora, nonostante i Popoli Magici sappiano bene che anche fra gli umani esistono persone tutt'altro che malvagie; ma la paura, e i ricordi, sono ancora troppo radicati, e così il bosco resterà vietato agli umani ancora per molto.&lt;br /&gt;In questo bosco accadde, qualche tempo fa, un fatto straordinario: il re degli Elfi e la regina delle Fate si sposarono. In verità, un'altra legge che esisteva da sempre, e della quale nessuno ormai sapeva più il motivo, vietava nel modo più assoluto il matrimonio tra un elfo e una fata; gli elfi dovevano sposare le elfe, e le fate dovevano sposare i maghi. La legge non prevedeva eccezioni, e anche in questo caso l'osservanza era rigidissima. Ma ad innamorarsi l'uno dell'altra furono proprio il re e la regina, e grazie al loro potere riuscirono ad ottenere di essere l'eccezione che conferma la regola; in più, e su questo nessuno poteva dare loro torto, se nessuno sapeva più a che scopo era stata formulata quella legge nei secoli passati, forse era perché gli antichi motivi erano decaduti.&lt;br /&gt;Così, il matrimonio fu accompagnato da grandi festeggiamenti e banchetti, e altri ne furono organizzati quando la regina annunciò di aspettare un bambino. Un erede, un principe che avrebbe avuto il sangue di entrambi i Popoli Magici, e che avrebbe ereditato la delicata bellezza delle Fate e gli occhi colore del cielo sereno, come li hanno tutti gli elfi. Il re e la regina erano felicissimi, e si auguravano che questa nascita avrebbe portato buona sorte al bosco.&lt;br /&gt;Il giorno della nascita, il re non voleva separarsi da sua moglie, ma le fate levatrici non vollero sentire ragioni e gli chiusero la porta in faccia; e lui, come tutti i futuri papà, si mise a passeggiare avanti e indietro, finché non scavò un solco per terra.&lt;br /&gt;Si fermò di scatto quando udì il suono inconfondibile del pianto di un bimbo, e non stette più nella pelle dalla gioia: l'erede era nato, l'elfo-mago mai esistito prima! La fusione delle due razze, per troppo tempo negata, aveva dato il suo primo frutto!&lt;br /&gt;Ma, cosa molto strana, nessuno veniva a dirgli niente, e neppure lo facevano entrare, per vedere suo figlio e sua moglie. Dopo parecchi minuti, infine, uscì una fata levatrice, con un'espressione così triste che il re elfo temette il peggio.&lt;br /&gt;- Sire... - cominciò lei.&lt;br /&gt;- Cosa? Cosa è successo? - la interruppe il re con ansia.&lt;br /&gt;- Ecco... vede...&lt;br /&gt;- La regina? Sta male la regina? - tuonò lui.&lt;br /&gt;- No, no, maestà, la regina sta benissimo... ma il bimbo... il bimbo in realtà è... è una femmina, e...&lt;br /&gt;- E' femmina? Tutto qui? Certo, avrei preferito un maschio, ma in ogni caso potremo averne altri...&lt;br /&gt;La levatrice, sconsolata, lo interruppe:&lt;br /&gt;- No, no, maestà, non è tutto qui. E' una femmina e lei è... ecco, lei... è umana - concluse con un filo di voce.&lt;br /&gt;- Umana? - ruggì il re elfo; - umana?!?&lt;br /&gt;La voce si sparse come un lampo nel bosco, la parola "umana" era in bocca a tutti. Si consultarono scienziati, indovini, astrologhi, e tutti, dopo esami e studi approfonditi, giunsero a un'unica conclusione: gli accoppiamenti tra elfi e fate rischiavano di dare origine ad esseri umani!&lt;br /&gt;La legge tornava ad avere senso: e, per la prima volta dopo secoli, un umano era entrato nel bosco dei Popoli Magici. Elfi e Fate non facevano che parlare di questo scandalo, e neanche il re e la regina sapevano cosa fare. Era parte di loro, era la loro bambina... ma era umana!&lt;br /&gt;Nonostante i loro sforzi, nonostante sapessero che era parte di loro, non riuscirono ad impedirsi di ripudiarla, perché la sola idea di una presenza umana nel bosco era intollerabile. Così, scelsero di portarla lontano dal bosco; ma si impegnarono almeno ad assicurarle una vita più felice possibile nel mondo di quelli della sua razza. La fecero allevare da una coppia di umani, e anzi agirono su di loro con potenti incantesimi, in modo che essi stessi ritenessero sinceramente di essere i veri genitori della bambina; e infine, sperando di aver agito per il meglio, chiusero ogni rapporto col mondo esterno.&lt;br /&gt;Si limitarono, ogni tanto, a mandare qualche spia per verificare che la bambina crescesse bene; e videro che, come tutti gli umani, aveva i suoi momenti di dolore e di sofferenza, ma ne aveva anche di amore e allegria. In definitiva, la loro decisione pareva essere stata buona.&lt;br /&gt;Sembrava che tutto avesse trovato la sua conclusione: ma il re e la regina si amavano troppo per rispettare la legge del bosco, e dopo meno di un anno la regina era in attesa di un altro bambino. Saggi, ministri e consiglieri erano inferociti: ma i sudditi, loro cominciavano a capire. Da quando i due popoli avevano gli stessi sovrani, elfi e fate avevano iniziato a frequentarsi molto più di quanto non fosse accaduto in passato: e molti, da una parte e dall’altra, si erano innamorati. Tuttavia non osavano ribellarsi alla legge, perché la vicenda della prima bambina dei sovrani aveva scosso i loro animi.&lt;br /&gt;Ma il secondo figlio della regina non era umano: era un elfo, in tutto e per tutto. Allora coloro che, da un popolo all’altro, si erano innamorati, celebrarono le loro unioni: e molti furono i bambini che nacquero negli anni successivi.&lt;br /&gt;Alcuni nascevano elfi; altri, fate; altri erano umani. I Popoli Magici ce la misero tutta, ma non riuscivano a vincere la loro repulsione verso la razza umana; e tutti coloro a cui toccava la disgrazia di avere un bambino umano, lo portavano al di fuori della foresta e facevano come avevano fatto, la prima volta, il re e la regina.&lt;br /&gt;E così è, ancora oggi. Sono trascorse generazioni, e ancora Elfi e Fate si sposano, e se hanno figli umani li fanno venire a vivere nel nostro mondo e li dimenticano. Quei bimbi, crescono e vivono tra noi; non sanno che i loro lineamenti, più regolari di quelli degli uomini comuni, e i loro occhi, solitamente verdi o azzurri, testimoniano la loro discendenza dai Popoli Magici.&lt;br /&gt;C'è una cosa buffa, a proposito: quelli di loro che leggono questa storia, sono convinti che si tratti di un’opera di fantasia. Non gli passa neanche per l’anticamera, che potrebbero esserne loro i protagonisti.&lt;br /&gt;E perdono tutto ciò che di buono questo racconto poteva offrire loro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116059818823411244?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116059818823411244/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116059818823411244' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116059818823411244'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116059818823411244'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-secondo-racconto.html' title='Raccolta 1996 - il secondo racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116051803055906670</id><published>2006-10-11T00:00:00.000+02:00</published><updated>2006-10-11T22:28:03.860+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - il primo racconto</title><content type='html'>Primo dei sette racconti che componevano la raccolta di cui ho parlato nel post precedente. Oggi lo trovo semplicemente orrendo. Ero nella mia "fase Frank Miller" e non riuscivo a liberarmene. Santo cielo, che robaccia... si salva VAGAMENTE il finale, credo. E naturalmente la citazione all'inizio (ogni racconto era preceduto da una citazione, o di J.R.R. Tolkien o di Mario Luzi), che credo tuttora sia molto toccante, come peraltro l'intero poemetto da cui è tratta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;strong&gt;FOLLIA&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sognare non sempre è vanità, non sempre invano&lt;br /&gt;vorremmo aver ragione di un dolore vero,&lt;br /&gt;che non si vuol desiderare pel suo peso;&lt;br /&gt;son senza grazia e resistenza e resa;&lt;br /&gt;e l’esistere del male è certa offesa.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Le sue parole non le sento con le orecchie. Mi rintronano dentro la testa.&lt;br /&gt;Colpisci.&lt;br /&gt;Ancora. Colpisci.&lt;br /&gt;Più forte.&lt;br /&gt;Uccidi.&lt;br /&gt;Uccidi, mi dice.&lt;br /&gt;No, gli rispondo.&lt;br /&gt;Perché devo prendermela con questa povera bestia? E' solo un allenamento. Agisco solo per difesa; qualche colpo, al limite. Ma poi basta.&lt;br /&gt;E così, dopo essermi brillantemente difesa e aver steso il cane, gli volto le spalle e faccio per andarmene. Pessima idea.&lt;br /&gt;Non doveva rialzarsi così presto, gli avevo tirato quei certi nervi sul collo; e invece le sue zanne mi entrano nella gamba, e non mi storpiano solo perché trovano l'ostacolo del cuoio dell’anfibio. Sorpresa, reagisco abbandonandomi al mio istinto e prima di accorgermene io stessa affondo i miei denti sul suo dorso; sento in bocca il sapore del sangue. Che schifo, come ho potuto fare una cosa simile? Subito lo lascio e picchio sulla sua testa col gomito; finalmente molla la gamba e si becca un calcio nei denti che lo fa indietreggiare. Allora gli piombo sulla schiena e lo immobilizzo con la presa del cobra, quella che usano i giapponesi.&lt;br /&gt;- Possiamo fare basta, adesso?&lt;br /&gt;- No.&lt;br /&gt;- Ma ho vinto.&lt;br /&gt;- Uccidilo.&lt;br /&gt;- No.&lt;br /&gt;- E allora lascialo e ti morderà ancora. Quello va avanti finché o tu o lui non siete morti.&lt;br /&gt;So che un normale cane non farebbe così, quindi chiedo spiegazioni.&lt;br /&gt;- Cosa gli hai fatto?&lt;br /&gt;- Crack.&lt;br /&gt;Lo ha imbottito di crack... quella droga schifosa che lì per lì ti fa stare come un dio, ma se sbagli di solo un grammo ti fa avere allucinazioni, convulsioni, istinti omicidi.&lt;br /&gt;Detesto l'idea di ucciderlo, ma improvvisamente mi accorgo che non ne ho bisogno; ci ha pensato il crack stesso. Il mastino rantola e affloscia i muscoli.&lt;br /&gt;- Ce n'era proprio bisogno?&lt;br /&gt;- Credevo di sì; ma vedo che non è servito.&lt;br /&gt;Non ha altro da dirmi, quindi prende e se ne va. So già che per oggi abbiamo finito e che lo rivedrò solo a pranzo. Lui e quell'altro.&lt;br /&gt;E' penoso per me essere a contatto con due persone così diverse; la mia mente vorrebbe seguirne uno, il mio cuore l'altro. Tutti e due abili, tutti e due virtualmente perfetti: ma diversi, e io nel mezzo.&lt;br /&gt;Sono venuta qui poco più di un anno fa, dopo che lei è morta. Perché, anche se il suo corpo vive, è scontato che ormai è morta.&lt;br /&gt;Quando sono venuta non sapevo neanche io cosa volevo: solitudine, riflessione, allontanamento da quella civiltà che mi faceva ribrezzo, che mi aveva delusa. Quasi mi vergognavo di appartenere al genere umano.&lt;br /&gt;"Ero fatto", diceva, "era della roba un po' fortina, sono un po' uscito di testa... lei era lì e io... insomma, lo sapete come funziona, no? E' stata lei a farmi entrare in casa sua, dicendo che tanto i genitori non c'erano. Poi, beh, il resto non è mica stata colpa mia, sapete... è che sono arrivate due pattuglie, e si sono messi lì a urlare con quei cosi, i megafoni: esci con le mani in alto, e allora io, spaventato e sconvolto, cosa faccio? Prendo la tizia, che non è vero niente che piangeva, in realtà era stata... com'è che si dice, consenziente... sì, insomma, c'era stata volentieri... e la sporgo dalla finestra, e gli dico che o mi lasciano andare o la butto giù... ma mica l'avrei fatto davvero, eh? E quelli mi cacciano le luci negli occhi, e io rimango un po' accecato, perdo un attimo l'equilibrio... e le finisco addosso, e lei cade di sotto... ma eravamo solo al primo piano... e poi i poliziotti mi hanno preso".&lt;br /&gt;Io guardavo, guardavo... ancora speravo. Almeno l'ergastolo, dicevo. E invece no. Bravo, il suo avvocato, indubbiamente bravo (come se le parole "spaventato e sconvolto" e "consenziente" non gliele avesse suggerite lui). Compìto, in giacca e cravatta, gira la frittata. E' solo un ragazzo, non ha ancora compiuto i ventidue, era incappato in una compagnia di sbandati, l'avevano convinto a drogarsi, ne aveva presa un po' troppa, non era abituato, si è trovato davanti quella ragazza in minigonna che tornava dalla discoteca, probabilmente era un po' brilla anche lei; e allora non c'è stato affatto stupro, c'è stato un normale rapporto sessuale, voluto da ambo le parti, peccato non poter sentire la teste (in effetti, è fatica far testimoniare qualcuno che si trova in una sala di rianimazione). Poi, cosa volete, è stato un incidente: l'arrivo della polizia e il loro impietoso intervento lo hanno sconvolto, gli hanno fatto fare cose che diversamente non avrebbe mai fatto, e giù implicazioni psicologiche e rapporti di psichiatri parrucconi che vendono chiacchiere.&lt;br /&gt;Peccato che la giuria abbia passato sottogamba il fatto che la polizia fosse stata chiamata da dei passanti che avevano sentito le urla della ragazza. Un vero peccato, ma in fondo, a sentire quell'avvocato, potevano essere urla di piacere, sapete come sono questi giovani d'oggi.&lt;br /&gt;Sì, lo sappiamo. I giovani d'oggi portano avanti relazioni sentimentali e fanno l’amore buttando giù la porta, facendo a pezzi metà della casa e distruggendo lo specchio e la lampada della camera da letto.Oh, ma già, ad alcuni piacciono gli amanti focosi.&lt;br /&gt;E poi, ovviamente, bustarelle. Oh, sì, era un "povero ragazzo", uno sbandato, ma intanto conosceva l'amico della ragazza del figlio del Tal Dei Tali, e una spintarella qui, e una spintarella là, si è beccato un paio d'anni sì e no. Mettici buona condotta e cose varie, non mi stupirei se a quest'ora fosse già uscito.&lt;br /&gt;Comunque, all'epoca, la storia di questo processo era finita su tutti i giornali. In ospedale, vedevo i fotografi immersi nei loro lampi di luce, guadagnarsi lo stipendio fotografando una giovane ragazza ridotta come un vegetale. Oh, certo: è stato un incidente, ha sbattuto la testa, le è partita un’arteria, emorragia interna e poi ecco tante macchine intorno a lei, che la costringono a esistere senza vivere, sentire, capire. Il suo encefalogramma è piatto, un leggero ronzio che non cessa e non cesserà mai, perché i genitori non hanno il coraggio di lasciarla fuggire da quella finta vita. E pregano. Sì, pregate pure. Io sono stanca di preghiere.&lt;br /&gt;Era una delle mie migliori amiche (era, non è; perché praticamente è morta), le volevo bene, lei ne voleva a me. Quella sera eravamo uscite insieme. Poi lei mi aveva accompagnata a casa ed infine se ne era tornata a casa sua. I suoi non c'erano. Vuoi venire a dormire da me?, mi aveva chiesto. E io: no, grazie, lo sai che poi i miei brontolano se sto fuori casa senza prima averli avvisati.&lt;br /&gt;Non è stata colpa mia.&lt;br /&gt;Proprio no.&lt;br /&gt;No davvero. No.&lt;br /&gt;E allora perché mi sentivo così vuota?&lt;br /&gt;Perché adesso mi sento così vuota?&lt;br /&gt;Perché mi sono trovata a non avere più niente. Nessuno che condividesse il mio dolore, anzi tanti che mormoravano che se con lei ci fosse stato qualcuno, se non fosse stata da sola...&lt;br /&gt;E poi perché ho perso la mia amica.&lt;br /&gt;E perché il suo assassino (perché è un assassino, non m'importa se il suo corpo vive, in realtà lei è morta e lui è un assassino) presto sarà libero. Se già non lo è.&lt;br /&gt;Le hanno tolto anche la dignità. Lui, il povero ragazzo un po' sbandato; lei, la ragazzaccia ubriaca (non contavano, le analisi del sangue, no) che lo ha adescato.&lt;br /&gt;Il resto? Un incidente.&lt;br /&gt;Sì, un incidente.&lt;br /&gt;In pochi giorni ho visto venire meno tanti valori in cui credevo. La giustizia, la dignità, la verità. Da quando sono al mondo, avevo sempre creduto in essi.&lt;br /&gt;Povera illusa. Probabilmente anche gli altri valori in cui credo sono solo delle illusioni.&lt;br /&gt;Non c'era più niente da dire.&lt;br /&gt;Così sono andata via. In altre città, in altri paesi, dove ogni angolo di strada, ogni discoteca, ogni scuola non mi ricordasse quell'amicizia che era stata spenta da un pazzo drogato. E sono finita qui. Che posto è questo? Dove sono?&lt;br /&gt;Oh, lo so benissimo. So in che continente, in che stato mi trovo. Ma non me ne frega niente. L'importante è che io sia lontana da quel mondo in cui non credo più. Qui ho conosciuto quelli che sono diventati i miei maestri, e anzi, purtroppo, uno mi è più maestro dell'altro.&lt;br /&gt;Non c'è molto da dire su di loro, sembra di vivere in un film o in un romanzo: l'uomo che evita la civiltà occidentale e si rifugia in Tibet o in qualche posto simile dove un santone lo guida spiritualmente e gli insegna le arti marziali.&lt;br /&gt;Ma qui è diverso. Io di maestri ne ho due. E quello che dovrebbe guidarmi spiritualmente è più lontano dell'altro, quello che mi guida fisicamente. Si chiama Yogj. La prima volta risi, pensando all'Orso Yoghi, e lui in cambio mi puntò addosso il suo nunchaku.&lt;br /&gt;Allora smisi di ridere.&lt;br /&gt;Yogj non è cattivo: solo, vuole far emergere tutto il potenziale dell'allievo, qualunque esso sia. Così mi dicevo le prime volte. Mi dico così anche adesso, ma con una differenza: comincio ad avere paura del mio pieno potenziale.&lt;br /&gt;L'altro mio maestro è più normale. Il suo nome è Ghjej, e passa delle mezze giornate in meditazione e preghiera.&lt;br /&gt;La cosa più interessante è che sono fratelli. Sono sempre vissuti insieme, ed insieme hanno appreso le arti di cui ora sono insegnanti. A loro piace insegnare: sono stati loro a chiedermi se volevo diventare loro allieva.&lt;br /&gt;Io ho accettato, e a volte ne gioisco, altre volte sento di correre verso la dannazione.&lt;br /&gt;La mattina lavoro con Yogj, e mi alleno fisicamente. Il pomeriggio è in parte dedicato al riposo e in parte alla meditazione, sotto la guida di Ghjej. E in quei momenti di silenzio sento la mia anima ribollire e cambiare. La sento cercare una pace che non trova, una soddisfazione che non vede.&lt;br /&gt;Le mie domande sono sempre le stesse: che cosa sto cercando, che cosa voglio, che cosa desidero con tutta la mia anima? La risposta è chiusa dentro di me ed io faccio ogni sforzo possibile per negarla.&lt;br /&gt;Ma Yogj e Ghjej la stanno facendo venire fuori. C'è un solo valore in cui entrambi credono: la sincerità del cuore. Che si può tradurre con: non negare ciò che senti, qualunque cosa sia.&lt;br /&gt;Ogni giorno mi chiedono: che cosa cerchi? Che cosa senti?&lt;br /&gt;E spesso io do risposte diverse a seconda di come mi sono alzata la mattina. Ma la verità deve ancora venire fuori, mi dicono. Non so se credere loro oppure no. Non so se accettare che qualcuno mi conosca meglio di come mi conosco io stessa.&lt;br /&gt;Da qualche giorno, Yogj è passato a una nuova fase della mia istruzione: lo spirito con cui approssimarsi alla propria espressione fisica. Cosa pensare mentre combatto, come sentirmi mentre colpisco. Unire mente e corpo in un unica entità.&lt;br /&gt;Ma io non ci riesco.&lt;br /&gt;Ogni movimento, ogni lotta, anche questa col mastino che Yogj mi aveva mandato contro dopo avergli somministrato il crack, mi sembra sempre e solo un allenamento. Non sento altro che la determinazione e l'impegno, la voglia di migliorare.&lt;br /&gt;Yogj è molto deluso.&lt;br /&gt;Lo vedo andarsene via sconsolato, mentre si domanda se riuscirò mai ad essere sincera con me stessa.&lt;br /&gt;Me lo domando anch'io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * * * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' passato un altro paio di mesi.&lt;br /&gt;- Che cosa cerchi? Che cosa senti?&lt;br /&gt;- Non lo so!&lt;br /&gt;- Lo sai benissimo, invece. Ma lo neghi.&lt;br /&gt;Ogni giorno così. Sono stanca. Ci sono volte in cui vorrei dormire senza pensare a niente, e invece ogni notte mi sembra di vederla: incosciente, attaccata a delle macchine. E poi vedo lui. Che ride, che se la gode, che magari a quest'ora è già fuori. Così penso tutte le notti. E ogni volta aumenta la mia voglia di stare qui per sempre, di non tornare mai più laggiù.&lt;br /&gt;Ma se non voglio tornarvi, perché invece sento che lo farò?&lt;br /&gt;Oggi Yogj e Ghjej mi hanno consegnato una busta. Non l'ho ancora aperta perché ne ho paura, chissà cosa vogliono darmi.&lt;br /&gt;Finalmente la apro. E' un ritaglio di giornale. La foto dell'assassino (perché per quanto mi riguarda è un assassino) con la notizia della sua scarcerazione. Questo è lo stile di Ghjej e Yogj: niente parole, niente discorsi vuoti. Solo fatti.&lt;br /&gt;- Yogj?&lt;br /&gt;- Eccomi.&lt;br /&gt;Non c'è altro da dire. Sa già cosa voglio. Voglio combattere, sfogarmi. Ghjej sembra dispiaciuto: sa che oggi scoprirò la verità, e che finirò per scegliere l'azione di Yogj alla sua meditazione.&lt;br /&gt;Yogj, dopo qualche esercizio di riscaldamento, mi lancia contro due cani insieme. I suoi. Quelli che ha addestrato per uccidere. Chiudo i pugni e mi servo di tutte le tecniche insegnatemi da Yogj. Sento ancora le sue parole martellarmi le tempie.&lt;br /&gt;Colpisci.&lt;br /&gt;Ancora. Colpisci.&lt;br /&gt;Più forte.&lt;br /&gt;Uccidi.&lt;br /&gt;Ma stavolta io ci sto, e non mi importa se questo è solo un allenamento: non mi limito alla difesa, ma attacco. E attacco in tutti i modi, anche i più sleali: picchio con un sasso sui loro denti, ferisco le loro orecchie col taglio della mano, gli ficco le dita negli occhi.&lt;br /&gt;E tutto questo mi piace. Sorrido e intanto continuo ad avere in testa quel ritaglio di giornale. Pensarci mi rende più furiosa che mai.&lt;br /&gt;Alla fine è Yogj stesso a cercare di fermarmi prima che gli faccia fuori tutti e due i cani, ma non ci riesce. Gli strappo di mano il nunchaku e gli avvolgo la catena intorno al collo. Poi stringo.&lt;br /&gt;Yogj mi colpisce coi gomiti e si libera, dopodiché ordina nuovamente ai cani di attaccarmi alla gola. E mi rende felice, lascia che io dia sfogo alla mia rabbia.&lt;br /&gt;C'è un'altra arma orientale che Yogj mi ha insegnato ad usare: il sai. Ne ho uno a disposizione, lo infilo fino all'elsa nella gola del primo cane. Il suo rantolo è musica per me. Il secondo cane finisce con la testa spaccata da una botta di nunchaku. Il suo ultimo guaito è una sinfonia.&lt;br /&gt;La mia violenza è esplosa, la follia mi ottenebra la mente. Non lotto per allenamento, ma per necessità e per gusto. Mi rivolgo a Yogj e sento i miei occhi emanare lampi.&lt;br /&gt;- A chi tocca?&lt;br /&gt;- A noi.&lt;br /&gt;Mi chino appena in tempo per evitare due shuriken e la rabbia mi assale ancor più: Yogj mi ha attaccato con un'arma che non mi ha ancora insegnato ad adoperare. E' stato sleale.&lt;br /&gt;Bene. Lo sarò anch'io.&lt;br /&gt;Fingo di colpirlo dove gli farebbe davvero male. Lui para, ma subito dopo le mie unghie arrivano al suo occhio destro. D'ora in poi Yogj sarà guercio. Tiene le mani sulla faccia insanguinata e resta in silenzio. Poi, di colpo tuona:&lt;br /&gt;- Che cosa cerchi?&lt;br /&gt;- Abilità!&lt;br /&gt;- No.&lt;br /&gt;- Violenza!&lt;br /&gt;- Non solo.&lt;br /&gt;- Vendetta!&lt;br /&gt;- E che cosa senti?&lt;br /&gt;La mia voce non trema quando afferra la verità.&lt;br /&gt;- Sento ODIO! Odio verso quell'assassino!&lt;br /&gt;- E allora - continua lui senza pietà per la mia anima - che cosa farai?&lt;br /&gt;Tutti e due conosciamo la risposta, non c'è bisogno che la dica.&lt;br /&gt;Il giorno dopo, lascio Ghjej e Yogj.&lt;br /&gt;- Mi spiace, Ghjej. Tu ci hai provato. Ma la mia strada è un'altra.&lt;br /&gt;- Io non credo nella vendetta. Ma tu fai ciò che credi giusto fare.&lt;br /&gt;- Yogj... grazie di tutto. Mi spiace per il tuo occhio.&lt;br /&gt;- Tanto ne ho un altro.&lt;br /&gt;Non c'era altro da dire.&lt;br /&gt;Sull'aereo, penso alle parole di Ghjej: fai quello che credi giusto fare. So cosa farò, ma non credo che sia giusto. Sto lasciando che cattivi sentimenti corrodano la mia anima, e tuttavia mi piace. Sento una malvagia sincerità aprirmi la mente.&lt;br /&gt;La prima cosa che faccio appena tornata a casa è andare all'ospedale. Lei è ancora lì. Immobile, spenta. Il solito ronzio di sottofondo.&lt;br /&gt;Quella sera, la mia caccia personale è più semplice del previsto. Offrendogli della droga a un prezzo abbastanza basso, lo attiro sotto casa della sua vecchia vittima. Lui riconosce il posto e ride.&lt;br /&gt;Io colpisco.&lt;br /&gt;Ancora. Colpisco.&lt;br /&gt;Più forte.&lt;br /&gt;Uccido.&lt;br /&gt;Gioisco per un attimo alla vista del suo sangue.&lt;br /&gt;Non riderà più, non cancellerà la dignità di altre persone. Non cancellerà la vita di altre persone; perché tanto lei non è viva: è morta. E lui era il suo assassino.&lt;br /&gt;Vedo ancora il suo sangue e non gioisco più, la follia omicida si attenua.&lt;br /&gt;Sono diventata come lui.&lt;br /&gt;Ho consumato la mia vendetta ed ora non so più chi sono. Ho dannato la mia anima e non so più perché.&lt;br /&gt;Tengo lo sguardo fisso sul suo sangue.&lt;br /&gt;Arriva la polizia. Mi ammanettano, mi portano via in macchina, mi fotografano. Presto ci sarà il processo.&lt;br /&gt;Non c'è più molto da dire.&lt;br /&gt;In cella, passo il tempo meditando come faceva Ghjej e cerco di pulire la mia anima dalle macchie che la corrodono. So già che verrò giudicata da persone come quelle che avevano giudicato lui; e ho paura. Perché so che, se uno solo di loro seguisse la strada che ho seguito io, potrei morire.&lt;br /&gt;Eppure avevo raggiunto la sincerità del cuore; possibile che la sincerità sia cattiva?&lt;br /&gt;Evidentemente sì. In certi casi lo è.&lt;br /&gt;Cosa dice ora la mia sincerità? Che ho commesso una colpa. Che devo espiarla come lui ha espiato.&lt;br /&gt;Durante il pranzo, rubo un coltello. Tornata in cella, lo affilo contro le sbarre, lo modello.&lt;br /&gt;Poi lo pianto nel mio cuore.&lt;br /&gt;Il mio stesso sangue mi sembra... affascinante.&lt;br /&gt;In questo istante, con quel po' di coscienza che mi rimane, sento un tramestio nel corridoio. Riconosco la voce della poliziotta che voleva venirmi a prendere per una visita e che ne sta raccontando il motivo ad una sua collega. Riesco ancora a sentire le loro parole...&lt;br /&gt;Qualcuno veniva ad informarmi che... lei è viva.&lt;br /&gt;Si è risvegliata. Dopo due anni.&lt;br /&gt;Yogj, Ghjej, l'assassino, il sangue... Tutto per niente. Yogj ha risvegliato l'animale che dormiva dentro di me, e con la mia approvazione ne ha fatto un killer spietato e sanguinario, che ha agito per vendetta, sì... ma anche per voglia.&lt;br /&gt;Ci sono tante persone che hanno una passione nascosta, segreta; per alcuni è la droga, per altri il sesso, per altri ancora l'alcool.&lt;br /&gt;Per me è la violenza.&lt;br /&gt;Me ne sono accorta in ritardo, ma me ne sono accorta. E non posso fare a meno di intuire, grazie alla mia coscienza che si rifiuta di lasciarmi morire senza prima aver capito, che c'è una sola definizione per una passione simile: follia.&lt;br /&gt;Ho causato morte ad animali e a un uomo. Non l'ho causata con dolore, ma con felicità. Dare la morte mi ha fatto sentire viva: i guaiti dei cani erano... sinfonie. E il sangue dell'uomo, meglio di un dipinto di Van Gogh. Colore, pulsazione, vitalità che io ho avuto il privilegio di fermare.&lt;br /&gt;Ora sto sperimentando in prima persona quella che è stata la mia passione. E' una strana giustizia, molto poetica.&lt;br /&gt;Sento che sto sprofondando in un'oscurità strana, soffice, gentile... come se cercasse di consolarmi. Non sento più male.&lt;br /&gt;Stavolta non c'è davvero più niente da dire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * * * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Okay, ora ascoltami bene.&lt;br /&gt;Sono balle. Tutto quello che hai letto, tutta la trama che hai seguito, tutte le righe che hai costretto i tuoi occhi a scorrere, sono menzogne e bugie grosse come case, a parte poche cose.&lt;br /&gt;Sì, il maledetto idiota che ha mandato in coma la mia amica c’è. C’è ed è un bastardo e io lo odio.&lt;br /&gt;Ecco, fine di quelle poche cose.&lt;br /&gt;Non ho mai lasciato il posto in cui vivo. Mi ci vedi, a dire “ciao”, prendere e partire così, bella tranquilla? Immaginati semplicemente come l’avrebbero presa i miei...&lt;br /&gt;E poi, mettiamo pure che io sia partita. Dove li avrei potuti trovare Ghjej e Yogj? E ancora, i nomi... sanno di falso lontano un miglio, e non saprei neppure dirti come pronunciarli.. Diciamo che me li sono inventati, perché suonavano abbastanza orientali e misticheggianti. Senza contare che, in quel posto sperduto in cui avrebbero dovuto vivere, senza un’anima intorno, non vedo come Ghjej avrebbe potuto procurarsi del crack.&lt;br /&gt;E poi, altra cosa: ma ti sembra normale che un’allieva possa riuscire, non dico a fare una buona mossa contro il suo maestro, ma a cavargli un occhio? Insomma, almeno un po’ di realismo!&lt;br /&gt;Okay, quindi non sono mai partita. Ghjej e Yogj non esistono, io di arti marziali non so un tubo, non ho fatto a fettine lo stupratore e non sono mai finita in galera.&lt;br /&gt;Siamo seri: ti sembra plausibile che, in galera, durante il pranzo mettano a disposizione dei detenuti dei veri coltelli di metallo? Glieli daranno sì e no di plastica, altrimenti la metà si farebbero fuori tra di loro. Niente coltello, niente suicidio finale.&lt;br /&gt;E soprattutto la mia amica non si è mai risvegliata.&lt;br /&gt;La verità è che ho dovuto rassegnarmi e basta. Che continuo a vivere, che sto male e penso spesso a lei, ma in definitiva la vita (la mia vita) continua. E’ una cosa mediocre e schifosamente banale, ma vedi un’alternativa, tu?&lt;br /&gt;Io no. Eppure, a volte preferirei davvero che le cose fossero andate come ho scritto... ma tu, tu che ne sai.&lt;br /&gt;Tu a questo punto, ormai, non sai neppure se almeno in quest’ultima pagina c’è la verità, oppure no.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116051803055906670?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116051803055906670/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116051803055906670' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116051803055906670'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116051803055906670'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-il-primo-racconto.html' title='Raccolta 1996 - il primo racconto'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116051698303551240</id><published>2006-10-10T23:45:00.000+02:00</published><updated>2006-10-11T22:28:46.923+02:00</updated><title type='text'>Raccolta 1996 - la Prefazione</title><content type='html'>Questa è la prefazione a una raccolta di racconti, compilata per la partecipazione a un premio letterario che, ovviamente, non ho vinto. Risale al settembre del 1996… dieci anni fa! Sia in questa introduzione, sia nei racconti stessi, riconosco ingenuità e sciocchezze che oggi non riscriverei. Ma perché modificarli? In fondo raccontano qualcosa di me quando avevo dieci anni di meno. Posterò anche i racconti (sette in tutto) un po’ alla volta, nell’ordine in cui li avevo raccolti (selezionandoli in mezzo ad altri e sperando che fossero decenti) con qualche annotazione “contemporanea”. Auguri a chi vorrà cimentarsi nella lettura di questi faticosi parti...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;PREFAZIONE&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è una ragione se ho messo insieme questi racconti, e se li ho messi nell’ordine in cui sono. Voglio dire, ne ho scritti anche degli altri ma, indipendentemente dalla loro qualità, non li ho messi insieme a questi.&lt;br /&gt;Non è che questi siano migliori (bè, forse almeno un paio sì). E’ che parlano un po’ tutti della stessa cosa. Mi spiego.&lt;br /&gt;Ho raccontato una favola alla mia nipotina Anna, qualche mese fa. Anna ha sei anni. La favola si intitola “Pandagian la danzatrice”, e se ben ricordo è una leggenda di origine neozelandese, o qualcosa del genere. C’è questa ragazza, Pandagian, che viene presa in moglie dal principe della luna. Ma il principe del sole, folle di gelosia, la uccide. Allora il principe della luna, dopo averla pianta a lungo, brucia il corpo di Pandagian, ne raccoglie le ceneri e le butta, una manciata dietro l’altra, verso il cielo buio. L’ultima manciata, invece, la getta sulla terra. I pezzettini di cenere, sia in cielo che in terra, iniziano a brillare; e la favola si conclude spiegando che così nacquero le costellazioni e le lucciole.&lt;br /&gt;Il commento di Anna è stato: “Però non è vero che le lucciole e le stelle sono nate così, questa è solo una storia”. Che delusione. A sei anni, credere di avere già le idee chiare su cosa è vero e cosa no, su cosa è realtà e cosa è finzione. E, soprattutto, tendere a minimizzare la finzione: “questa è solo una storia”.&lt;br /&gt;Ho passato qualche tempo a riflettere su questa cosa e, scorrendo i miei parti narrativi, ho notato che ce ne erano diversi il cui nucleo è appunto il rapporto tra realtà e finzione. Il punto sta nell’accettare il cosiddetto “patto narrativo” quando leggiamo una storia o guardiamo un film, eppure non riuscire mai a scordare che si tratta di un’illusione. E il punto sta anche nel fatto che probabilmente è la cosa più giusta da fare, rammentare che sempre di illusione si tratta. Però, diamine se è triste...&lt;br /&gt;Si è fatto un gran parlare di postmoderno, tempo fa. Di riprese, omaggi, citazioni, memorie involontarie, a volte plagi. In effetti, se uno vuole scrivere una storia, perché deve inserirvi frasi e pezzi presi da altre storie?&lt;br /&gt;Io dico che è perché quelle altre storie gli piacciono da morire, vuoi per lo stile in cui sono scritte, vuoi perché contengono personaggi indimenticabili, vuoi per qualsiasi altro motivo. Magari, inserire in un proprio racconto un personaggio che poi si scopre essere proprio quel Tal Dei Tali che era piaciuto tanto, è un po’ come sperare di averlo potuto conoscere. Quando Ugo Volli afferma che Madame Bovary è solo il prodotto di un testo scritto da Flaubert, e che nella realtà non esiste, Umberto Eco scherza su questa affermazione per certi versi banale (ma per altri profonda) dicendo: “Maledizione. Da anni giravamo tutte le feste patronali della provincia francese nel tentativo di incontrarla...” (Umberto Eco, &lt;em&gt;Lector in fabula&lt;/em&gt;, Milano, Bompiani, 1979, p. 126).&lt;br /&gt;Ma può darsi che qualcuno abbia girato tutte le feste patronali che ha trovato, perché pensava a Madame Bovary, perché quello di Flaubert è un romanzo che gli è piaciuto, perché quello di Emma è un personaggio al quale si è affezionato. E poi, tutti quelli che a Verona vogliono vedere il balcone di Giulietta e Romeo? E quelli che pensano di aver individuato, in un paesino vicino a Lecco, la casa di Agnese e Lucia, con tanto di albero di fichi in giardino?&lt;br /&gt;Insomma, è così maledettamente frustrante sapere che, in qualche modo, esiste tutto un mondo fatto di romanzi, film, poesie, fumetti, racconti e Dio sa cos’altro, e che noi possiamo solo vederlo da fuori, come quando si va a vedere la Pietà di Michelangelo e siamo costretti a stare dall’altra parte di un vetro. E quanto invece vorremmo poterla toccare!...&lt;br /&gt;Pensate a una commedia come &lt;em&gt;Sei personaggi in cerca di autore&lt;/em&gt;, di Luigi Pirandello; o a un film come &lt;em&gt;La rosa purpurea del Cairo&lt;/em&gt;, di Woody Allen: o a un manga (cioè un fumetto giapponese) come &lt;em&gt;Video Girl Ai&lt;/em&gt;, di Masakazu Katsura; o a un altro film come &lt;em&gt;Volere volare&lt;/em&gt;, di Maurizio Nichetti. Tutta gente che passa dal palco alla platea, dalla realtà allo schermo o viceversa, dal mondo di carne a quello di cartone. Tutti testi che esprimono, a mio avviso, un desiderio troppe volte inespresso: andare al di là, o che qualcuno che abita di là prenda armi e bagagli e venga di qua.&lt;br /&gt;E poter così vivere le storie invece che leggerle (pensate alla diffusione che hanno ultimamente i giochi di ruolo), sapere qual è la realtà che si cela dietro le pagine, sapere se un’autobiografia è veramente tale, o se l’autore ci ha messo del romanzesco, e poter cambiare i finali, e salvare dalla morte il nostro personaggio preferito... dannazione. E invece non si può.Ecco, il nucleo che vi dicevo, quello che sta un po’ in tutti e sette questi racconti, a volte più, a volte meno consapevole. In ogni caso per me era importante, e quindi ve l’ho detto. Ora sta a voi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116051698303551240?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116051698303551240/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116051698303551240' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116051698303551240'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116051698303551240'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/raccolta-1996-la-prefazione.html' title='Raccolta 1996 - la Prefazione'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-35817751.post-116051666037704565</id><published>2006-10-10T23:39:00.000+02:00</published><updated>2006-10-11T00:17:27.406+02:00</updated><title type='text'>Perché  Albero e Foglia</title><content type='html'>&lt;em&gt;Albero e Foglia&lt;/em&gt; è il nome di un libro di J.R.R. Tolkien che contiene alcuni racconti e un saggio sulle fiabe: l'esempio concreto della compresenza di attività creativa e saggistica in uno stesso autore. Una stessa persona che era insieme professore e scrittore, che amava assaporare a volte il gusto della creazione e altre volte il gusto della scoperta.&lt;br /&gt;Quindi &lt;em&gt;Albero e Foglia&lt;/em&gt; è il nome che ho dato a questo blog, perché esso conterrà i miei (a volte modestissimi, a volte apprezzabili) scritti di entrambi i generi: sia racconti che testi di saggistica, sfornati anche e soprattutto parecchi anni fa. Da nove anni infatti mi porto dietro un dannato blocco creativo che non mi ha permesso di scrivere granché di nuovo, a parte una serie di articoli o brevi saggi sul fumetto o sul cinema d'animazione (e anche di questi pubblicherò qualcosina). Ora che lentamente ma costantemente il blocco sta svanendo, spero di poter presto pubblicare anche cose nuove. Ma per ora, accontentiamoci del passato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/35817751-116051666037704565?l=albero-e-foglia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/feeds/116051666037704565/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=35817751&amp;postID=116051666037704565' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116051666037704565'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/35817751/posts/default/116051666037704565'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://albero-e-foglia.blogspot.com/2006/10/perch-albero-e-foglia.html' title='Perché  Albero e Foglia'/><author><name>Swan</name><uri>http://www.blogger.com/profile/13048544068297867124</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_B-rJScfnse8/S2FsufsqngI/AAAAAAAAAgE/i8TeeUhbBUA/S220/SwanTwitter.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
