Tesina sull'Apologia di Socrate - paragrafo 1
Dopo il paragrafo introduttivo che ho postato l'altro giorno, si entra nel vivo. Lo scopo del paragrafo 1 è in sostanza quello di "prendere in castagna" Socrate ancor prima che nell'Apologia: mettendo cioè in luce il suo tipo di filosofia e le conseguenze che ne derivavano. Per breve che sia, ha una sua funzione: spiegare un ulteriore motivo (oltre al contesto in sé) per cui l'autodifesa di Socrate al processo fosse davvero una brutta gatta da pelare.
LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL’APOLOGIA PLATONICA
1. LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DEL BÌOS DI SOCRATE
Partiamo da una considerazione valida per tutti i filosofi antichi che Giuseppe Cambiano ritiene basilare, e cioè che la filosofia, più che rispecchiare il suo significato letterale di “amore per il sapere”, è innanzitutto un bìos, ovvero un modo di intendere la vita, un tipo di comportamento da seguire con coerenza e determinazione (4). Inutile precisare che spesso, nel caso dei filosofi, tale bìos contrastava con il vivere comune o quantomeno ne dava un’interpretazione abbastanza insolita (5).
Nel caso di Socrate, il bìos che egli sosteneva di seguire era quanto di più nobile si potesse immaginare: preoccuparsi di inseguire la virtù prima di ogni altra cosa. Sul fatto che Socrate abbia seguito il suo bìos con determinazione non ho dubbi; ciò che invece mi lascia perplessa è la coerenza del metodo che egli segue quando sostiene di avere come fine la ricerca della virtù.
Nella Apologia scritta da Platone, Socrate afferma di non essere sapiente e tuttavia che l’essere conscio di un tale stato di cose lo pone su un livello di consapevolezza superiore a quello di chi come lui non è sapiente, ma al contrario di lui è convinto di esserlo. È noto che il metodo socratico per dimostrare la non-sapienza altrui si basa sull’IRONIA, cioè sul sostenere candidamente di attendersi una rivelazione del sapere dell’interlocutore, e sulla CONFUTAZIONE, mediante la quale Socrate, tramite un serrato dialogo con l’interlocutore stesso, lo porta a contraddirsi o a tesi inammissibili. L’Eutifrone è esemplare al riguardo.
Normalmente Socrate interroga le altre persone su argomenti in cui il sapere è strettamente connesso alla virtù: ad esempio si chiede che cosa sia la santità. Quindi non c’è contraddizione tra l’affermazione di inseguire la virtù e il soffermarsi a discutere del sapere, in quanto esistono numerosi punti di contatto tra i due. Il punto è che la confutazione e l’ironia rimangono fini a se stesse; Socrate sostiene di non aver nulla da insegnare a chicchessia, e infatti i dialoghi scritti da Platone si concludono con Socrate che riesce a dimostrare all’interlocutore che egli era in errore, se riteneva di essere in possesso di un qualche sapere. Viene dunque affrontata con successo la pars destruens ma neanche toccata la pars construens. La filosofia, la ricerca del sapere, in realtà NON ESISTE; esiste solo la dimostrazione di quanto siano vane le conoscenze prese in esame.
Questo epilogo del metodo socratico non è certamente positivo: e in più non è possibile affermare in buona fede di essere completamente ignorante su qualsiasi cosa, ostinarsi a dichiarare di ricercare il sapere e poi limitarsi a demolire le presunte conoscenze altrui; ed è anche assurdo che Socrate, anche a settant’anni, affermi di non essere mai riuscito ad imparare alcunché. Senza contare che tutti indiscriminatamente sono in possesso di idee o convinzioni che ritengono esatte: l’uomo COMPLETAMENTE ignorante non esiste. Questa premessa porterebbe chiunque a contraddirsi in qualche modo e ovviamente lo esporrebbe all’accusa di prendersi gioco degli altri.
NOTE AL PARAGRAFO 1
(4) Giuseppe Cambiano, La filosofia in Grecia e a Roma, Roma-Bari, Laterza, 1983.
(5) Un esempio classico è quello del cinico Diogene, rimasto famoso per la sua povera e trasgressiva condotta di vita.
LE CONTRADDIZIONI DI SOCRATE NELL’APOLOGIA PLATONICA
1. LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DEL BÌOS DI SOCRATE
Partiamo da una considerazione valida per tutti i filosofi antichi che Giuseppe Cambiano ritiene basilare, e cioè che la filosofia, più che rispecchiare il suo significato letterale di “amore per il sapere”, è innanzitutto un bìos, ovvero un modo di intendere la vita, un tipo di comportamento da seguire con coerenza e determinazione (4). Inutile precisare che spesso, nel caso dei filosofi, tale bìos contrastava con il vivere comune o quantomeno ne dava un’interpretazione abbastanza insolita (5).
Nel caso di Socrate, il bìos che egli sosteneva di seguire era quanto di più nobile si potesse immaginare: preoccuparsi di inseguire la virtù prima di ogni altra cosa. Sul fatto che Socrate abbia seguito il suo bìos con determinazione non ho dubbi; ciò che invece mi lascia perplessa è la coerenza del metodo che egli segue quando sostiene di avere come fine la ricerca della virtù.
Nella Apologia scritta da Platone, Socrate afferma di non essere sapiente e tuttavia che l’essere conscio di un tale stato di cose lo pone su un livello di consapevolezza superiore a quello di chi come lui non è sapiente, ma al contrario di lui è convinto di esserlo. È noto che il metodo socratico per dimostrare la non-sapienza altrui si basa sull’IRONIA, cioè sul sostenere candidamente di attendersi una rivelazione del sapere dell’interlocutore, e sulla CONFUTAZIONE, mediante la quale Socrate, tramite un serrato dialogo con l’interlocutore stesso, lo porta a contraddirsi o a tesi inammissibili. L’Eutifrone è esemplare al riguardo.
Normalmente Socrate interroga le altre persone su argomenti in cui il sapere è strettamente connesso alla virtù: ad esempio si chiede che cosa sia la santità. Quindi non c’è contraddizione tra l’affermazione di inseguire la virtù e il soffermarsi a discutere del sapere, in quanto esistono numerosi punti di contatto tra i due. Il punto è che la confutazione e l’ironia rimangono fini a se stesse; Socrate sostiene di non aver nulla da insegnare a chicchessia, e infatti i dialoghi scritti da Platone si concludono con Socrate che riesce a dimostrare all’interlocutore che egli era in errore, se riteneva di essere in possesso di un qualche sapere. Viene dunque affrontata con successo la pars destruens ma neanche toccata la pars construens. La filosofia, la ricerca del sapere, in realtà NON ESISTE; esiste solo la dimostrazione di quanto siano vane le conoscenze prese in esame.
Questo epilogo del metodo socratico non è certamente positivo: e in più non è possibile affermare in buona fede di essere completamente ignorante su qualsiasi cosa, ostinarsi a dichiarare di ricercare il sapere e poi limitarsi a demolire le presunte conoscenze altrui; ed è anche assurdo che Socrate, anche a settant’anni, affermi di non essere mai riuscito ad imparare alcunché. Senza contare che tutti indiscriminatamente sono in possesso di idee o convinzioni che ritengono esatte: l’uomo COMPLETAMENTE ignorante non esiste. Questa premessa porterebbe chiunque a contraddirsi in qualche modo e ovviamente lo esporrebbe all’accusa di prendersi gioco degli altri.
NOTE AL PARAGRAFO 1
(4) Giuseppe Cambiano, La filosofia in Grecia e a Roma, Roma-Bari, Laterza, 1983.
(5) Un esempio classico è quello del cinico Diogene, rimasto famoso per la sua povera e trasgressiva condotta di vita.


1 Comments:
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