martedì, ottobre 10, 2006

Raccolta 1996 - la Prefazione

Questa è la prefazione a una raccolta di racconti, compilata per la partecipazione a un premio letterario che, ovviamente, non ho vinto. Risale al settembre del 1996… dieci anni fa! Sia in questa introduzione, sia nei racconti stessi, riconosco ingenuità e sciocchezze che oggi non riscriverei. Ma perché modificarli? In fondo raccontano qualcosa di me quando avevo dieci anni di meno. Posterò anche i racconti (sette in tutto) un po’ alla volta, nell’ordine in cui li avevo raccolti (selezionandoli in mezzo ad altri e sperando che fossero decenti) con qualche annotazione “contemporanea”. Auguri a chi vorrà cimentarsi nella lettura di questi faticosi parti...


PREFAZIONE

C’è una ragione se ho messo insieme questi racconti, e se li ho messi nell’ordine in cui sono. Voglio dire, ne ho scritti anche degli altri ma, indipendentemente dalla loro qualità, non li ho messi insieme a questi.
Non è che questi siano migliori (bè, forse almeno un paio sì). E’ che parlano un po’ tutti della stessa cosa. Mi spiego.
Ho raccontato una favola alla mia nipotina Anna, qualche mese fa. Anna ha sei anni. La favola si intitola “Pandagian la danzatrice”, e se ben ricordo è una leggenda di origine neozelandese, o qualcosa del genere. C’è questa ragazza, Pandagian, che viene presa in moglie dal principe della luna. Ma il principe del sole, folle di gelosia, la uccide. Allora il principe della luna, dopo averla pianta a lungo, brucia il corpo di Pandagian, ne raccoglie le ceneri e le butta, una manciata dietro l’altra, verso il cielo buio. L’ultima manciata, invece, la getta sulla terra. I pezzettini di cenere, sia in cielo che in terra, iniziano a brillare; e la favola si conclude spiegando che così nacquero le costellazioni e le lucciole.
Il commento di Anna è stato: “Però non è vero che le lucciole e le stelle sono nate così, questa è solo una storia”. Che delusione. A sei anni, credere di avere già le idee chiare su cosa è vero e cosa no, su cosa è realtà e cosa è finzione. E, soprattutto, tendere a minimizzare la finzione: “questa è solo una storia”.
Ho passato qualche tempo a riflettere su questa cosa e, scorrendo i miei parti narrativi, ho notato che ce ne erano diversi il cui nucleo è appunto il rapporto tra realtà e finzione. Il punto sta nell’accettare il cosiddetto “patto narrativo” quando leggiamo una storia o guardiamo un film, eppure non riuscire mai a scordare che si tratta di un’illusione. E il punto sta anche nel fatto che probabilmente è la cosa più giusta da fare, rammentare che sempre di illusione si tratta. Però, diamine se è triste...
Si è fatto un gran parlare di postmoderno, tempo fa. Di riprese, omaggi, citazioni, memorie involontarie, a volte plagi. In effetti, se uno vuole scrivere una storia, perché deve inserirvi frasi e pezzi presi da altre storie?
Io dico che è perché quelle altre storie gli piacciono da morire, vuoi per lo stile in cui sono scritte, vuoi perché contengono personaggi indimenticabili, vuoi per qualsiasi altro motivo. Magari, inserire in un proprio racconto un personaggio che poi si scopre essere proprio quel Tal Dei Tali che era piaciuto tanto, è un po’ come sperare di averlo potuto conoscere. Quando Ugo Volli afferma che Madame Bovary è solo il prodotto di un testo scritto da Flaubert, e che nella realtà non esiste, Umberto Eco scherza su questa affermazione per certi versi banale (ma per altri profonda) dicendo: “Maledizione. Da anni giravamo tutte le feste patronali della provincia francese nel tentativo di incontrarla...” (Umberto Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979, p. 126).
Ma può darsi che qualcuno abbia girato tutte le feste patronali che ha trovato, perché pensava a Madame Bovary, perché quello di Flaubert è un romanzo che gli è piaciuto, perché quello di Emma è un personaggio al quale si è affezionato. E poi, tutti quelli che a Verona vogliono vedere il balcone di Giulietta e Romeo? E quelli che pensano di aver individuato, in un paesino vicino a Lecco, la casa di Agnese e Lucia, con tanto di albero di fichi in giardino?
Insomma, è così maledettamente frustrante sapere che, in qualche modo, esiste tutto un mondo fatto di romanzi, film, poesie, fumetti, racconti e Dio sa cos’altro, e che noi possiamo solo vederlo da fuori, come quando si va a vedere la Pietà di Michelangelo e siamo costretti a stare dall’altra parte di un vetro. E quanto invece vorremmo poterla toccare!...
Pensate a una commedia come Sei personaggi in cerca di autore, di Luigi Pirandello; o a un film come La rosa purpurea del Cairo, di Woody Allen: o a un manga (cioè un fumetto giapponese) come Video Girl Ai, di Masakazu Katsura; o a un altro film come Volere volare, di Maurizio Nichetti. Tutta gente che passa dal palco alla platea, dalla realtà allo schermo o viceversa, dal mondo di carne a quello di cartone. Tutti testi che esprimono, a mio avviso, un desiderio troppe volte inespresso: andare al di là, o che qualcuno che abita di là prenda armi e bagagli e venga di qua.
E poter così vivere le storie invece che leggerle (pensate alla diffusione che hanno ultimamente i giochi di ruolo), sapere qual è la realtà che si cela dietro le pagine, sapere se un’autobiografia è veramente tale, o se l’autore ci ha messo del romanzesco, e poter cambiare i finali, e salvare dalla morte il nostro personaggio preferito... dannazione. E invece non si può.Ecco, il nucleo che vi dicevo, quello che sta un po’ in tutti e sette questi racconti, a volte più, a volte meno consapevole. In ogni caso per me era importante, e quindi ve l’ho detto. Ora sta a voi.