giovedì, ottobre 12, 2006

Raccolta 1996 - il terzo racconto

Ed eccoci al terzo dei sette racconti che componevano la raccolta inviata al concorso che NON ho vinto. Grazie al cielo questo parto, a parte qualche ingenuità qui e là, mi soddisfa ancora un pochino: gli do la sufficienza. Forse anche un 6+, via. Avvertenza: è un racconto citazionista e quindi, chiaramente, chi non becca la citazione non se lo gode.

OVUNQUE

Rimango a misurare il poco detto,
il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
M. Luzi, “Presso il Bisenzio”

Lo notai per caso, in corridoio, mentre uscivo dalla segreteria. Non lo vedevo da un pezzo, almeno dall'anno prima, e così non mi lasciai sfuggire l'occasione.
- Scusa... - e lo toccai leggermente su una spalla; - scusa, ma tu non sei...
Lui inclinò il volto verso di me e mi guardò negli occhi. Lì per lì parve non riconoscermi, e mi fece sentire anche un po' in imbarazzo... si era forse già dimenticato di me? Certo, non eravamo mai stati amicissimi, ma dopotutto avevamo frequentato insieme qualche corso l'anno prima: avrebbe dovuto ricordarsene.
Ad ogni modo, nonostante fosse palese che il mio viso gli era solo vagamente familiare, continuò a guardarmi negli occhi. Questo mi sorprese piacevolmente, e ricambiai con gioia. Io ero praticamente una perfetta estranea per lui, e tuttavia piantava il suo sguardo nel mio. Normalmente, la gente non lo fa. Dopo aver frugato ancora qualche istante nella sua memoria, si arrese e domandò umile:
- Ci conosciamo?
Gli sorrisi apertamente e risposi:
- L'anno scorso abbiamo seguito qualche corso insieme, ti ricordi? Filosofia della musica, mi pare, e anche...
Un lampo parve passare sul suo volto, e poi mi interruppe:
- Ma sì, certo! Scusami, è che proprio non ti avevo riconosciuta... dove eri finita, in tutto questo tempo?
Da un lato ero contenta che si fosse ricordato di me. Dall'altro mi spiaceva che fossimo passati al di là di quel momento di silenzio e imbarazzo, quando ad unirci erano solo i nostri occhi. Quel momento, non so perché, era sembrato magico, come se avesse dovuto portare a chissà quali conseguenze o scoperte. Avrebbe potuto anche nascerne un amore... non lo avrei più saputo.
Risposi alla sua domanda:
- Da nessuna parte in particolare... ho dato qualche esame, sono andata in vacanza in Francia... e tu che cosa hai fatto? Sei stato da qualche parte?
Con quella domanda persi anche il suo sguardo, non più fisso nel mio. Infatti abbassò gli occhi a terra, e disse:
- Dove non mi cercano...
Ebbi la sensazione di aver toccato il tasto sbagliato e me ne dispiacque immensamente. Cercai di cambiare discorso:
- Io sono venuta a vedere se sono usciti alcuni appelli... tu cosa devi fare?
Rimase un momento sovrappensiero e assunse un'espressione di indifferenza. Poi rispose:
- Bof... avevo un mezzo appuntamento, ma tanto...
- Tanto cosa? - azzardai.
- Ma niente... tanto posso anche non andarci.
Ne sembrò un po' sollevato e un po' deluso.
- Ma ti stanno aspettando? - insistetti io.
Con l'aria indifferente di prima, mi rispose:
- Sì... da qualche parte, dovrebbero esserci due miei amici che mi aspettano... ma tanto, che cosa ci andrei a fare?
Obiettai ragionevolmente:
- Bè, se ti aspettano dovrai pur andare!
- Possono venire a cercarmi loro - fece secco lui.
La trovai una affermazione arrogante. Per un attimo mi dissi che non erano affari miei e che aveva probabilmente le sue buone ragioni per comportarsi così, ma non riuscii a stare zitta.
- Sì, ma se avevate preso appuntamento...
Scosse la testa:
- Lo avevano preso loro, l'appuntamento.
- Senza dirtelo?
- Sì.
- E allora come fai a sapere che ti stanno aspettando... insomma, che l'appuntamento è con te?
- Aspettano sempre me. Mai nessun altro. E continuano ad aspettarmi. E io ogni tanto passo di lì e loro non mi vedono. Sono troppo impegnati ad aspettarmi per accorgersi di quando passo a un metro da loro.
Mi guardò ancora.
Fisso, dritto negli occhi.
C'era tutto un universo in quegli occhi.
C'era tutto un cosmo fatto di bene e male, di sublime e orrore, di angeli e demoni.
E c'era il desiderio che qualcuno lo vedesse, quell'universo al di là delle sue iridi verdi, ed ora il suo desiderio era appagato, e anche il mio. E poi diciamocelo, lui mi piaceva parecchio.
Tirai avanti il discorso quasi senza accorgermene:
- E non potresti andare da loro e dire: "Salve, sono qui, sono arrivato"?
Allora il cosmo, le stelle, le galassie dentro i suoi occhi si spensero, e tutto rimase buio, con solo qualche colore qua e là, come lucciole morenti.
- A cosa servirebbe, allora? - disse. - Se loro non mi vedono, e non mi chiamano, e non mi guardano, a cosa servirebbe?
- Smetterebbero di aspettarti.
- E aspetterebbero un altro me.
- E se invece ti venissero a cercare?
Le costellazioni e le nebulose si riaccesero e bruciarono.
- Mi troverebbero.
- E dove dovrebbero cercarti?
- Ovunque.
- E dove ti troverebbero?
- Ovunque.
Non volevo smettere di guardarlo. Galleggiare nel vuoto dello spazio e respirare dolcezza, ecco cosa mi sembrava di fare mentre i nostri sguardi erano uno solo.
- Devi andare via? - mi chiese.
- Io? No!
- Non devi andare a cercare quegli appelli?
- No!
- Non hai niente di meglio da fare che stare qui?
- Io voglio stare qui con te - gli risposi senza pensare. Subito dopo, mi vergognai da morire... sembrava quasi una dichiarazione.
- Non hai bisogno di tenermi costantemente d'occhio... io mica scappo via! - rise.
- E se non ci rivediamo?
- Basterà che mi cerchi.
- Ovunque?
- Ovunque.
- E ti troverò ovunque?
Sorrise.
- Sì.
- E i tuoi amici?
Il suo sorriso divenne amaro.
- Magari un giorno mi cercheranno anche loro.
- E ti troveranno?
- Quel giorno, sì.
Mi accorsi che gli stavo tenendo stretta una mano, come per impedirgli di andarsene. Arrossii e gliela lasciai.
- Okay - dissi, e alzai le spalle; - mi fido.
- Fai bene.
- Però mi costa... avrei preferito tenerti stretto e non lasciarti più andare - obiettai, senza ormai più alcun ritegno.
I suoi occhi scintillarono come fiamme:
- Hai detto che ti ostinerai a cercarmi. Anche volendo, non potresti mai tenermi più imprigionato di come stai facendo.
Feci di nuovo spallucce.
- E va bene, allora salutiamoci pure. Io vado a cercare i miei appelli, e tu non vai dai tuoi amici.
- Già. Alla prossima, allora.
Gli feci un cenno di saluto mentre già cominciavo a scendere le scale. Poi mi ricordai improvvisamente di una cosa e risalii i gradini.
- Ehi!
- Cosa? - rispose lui, che non sembrava essersi ancora mosso.
Arrossii come in un film.
- Non so neanche il tuo nome...
Socchiuse gli occhi e sorrise.
- Mi chiamo Godot.