Raccolta 1996 - il settimo e ultimo racconto
Con questo racconto, si conclude l'ormai famosa raccolta. Credo che, nella media non eccelsa di questo materiale, il racconto in questione sia quello venuto meglio. Per carità, ci sono dei passaggi che riletti a distanza di tanti anni mi fanno sorridere, dei periodi che correggerei in mille modi, eppure complessivamente riesce ancora a darmi qualcosa.
IL COMPAGNO IMMAGINARIO
Vorrei poter sognar coi trovatori
e muover l’intangibile su corde tremanti
navigare coi marinai sull’acque profonde
che tagliarono esili travi su irte sponde
e ora viaggian verso meta vaga ed errante
e han già superato il mitico Occidente.
Vorrei subire assedio coi giullari
che serbano un rifugio segreto ove portare
un oro impuro e scarso da coniare
nell’immagine sfocata di un lontano re
o da intessere nell’emblema arcano
del vessillo di un invisibile sovrano.
J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”
Mi svegliai di soprassalto.
Perché, poi.
Non era stato un rumore brusco, né violento, né forte. Al contrario dolcissimo.
Forse non stavo dormendo di un sonno particolarmente profondo, forse sentivo caldo perché era una notte d’estate, e io quando ho caldo dormo malissimo.
Fattostà che appena il suono sfiorò le mie orecchie, saltai a sedere sul letto. Con gli occhi spalancati affondai lo sguardo nel buio, e naturalmente non vidi altro che, appunto, il buio.
L’oscurità assoluta.
Ma c’era ancora il suono che mi aveva svegliata.
Piccoli, leggeri tintinii di campanellini, come appena sfiorati dalla brezza, o accarezzati da una corrente d’aria silenziosa.
E infatti l’aria si muoveva nella stanza. Una lucina piccola piccola, in corrispondenza della portafinestra del terrazzo, rivelò uno spiraglio. La lucina era quella di un lampione alcune centinaia di metri più in là, lungo la via. Dovevo avere chiuso male la porta prima di andare a letto.
Mi alzai e arrivai a tentoni fino alla porta. Era appena accostata. La sospinsi appena di quel tanto per poter passare ed uscii sul terrazzo. L’umidità era soffocante ed io ero bagnata di sudore. Indossavo un pigiama estivo: braghine corte e maglietta, e tuttavia avevo un gran caldo. Dormire nuda, non se ne parlava: mi dava fastidio non sentirmi almeno un po’ coperta.
Il suono stava lentamente svanendo, come se i fantomatici campanellini fossero stati portati via dallo stesso vento che poco prima li aveva mossi.
Inspirai a pieni polmoni. Sentii solo l’odore dell’asfalto bagnato da un brevissimo temporale estivo che non era riuscito a soffocare la calura di un Giugno di città.
Nessun odore di glicini.
Rimasi lì, impigrita e assonnata, per qualche minuto. Poi rientrai in casa, chiusi la portafinestra e mi rimisi a letto. Erano le quattro.
Alle sette, le sveglie iniziarono a suonare impietose. Tre, a distanza di cinque minuti l’una dall’altra. Dlin dlon, dlin dlon, dengdengdeng, BEEEEEEP! L’ultima, quella che faceva più fracasso, era appoggiata sulla mensola della finestra. Bofonchiando con la bocca impastata, finalmente mi alzai e la spensi.
Le sette e un quarto. Tempo per una doccia al volo, colazione, preparare la borsa e volare al lavoro. Domani avrei avuto la mattina libera, ma per oggi bisognava lavorare: anzi, mi erano rimaste alcune pagine da ieri. Augurai la buona giornata a Oscar e uscii di corsa.
Traducevo dall’inglese storielle e racconti per bambini, alle dipendenze di un piccolo editore. Adesso eravamo nel periodo Potter, e non ne saremmo usciti prima di almeno tre settimane, dopo già alcuni mesi che ci eravamo dedicati alla sua opera omnia. Beatrix Potter ci sapeva anche fare, ma dopo decine di giorni passati su Peter Coniglio e soci... uff.
Così, la voglia se ne andava e il lavoro proseguiva a rilento. E poi, il caldo!
I primi di Giugno, e già non ce la facevo più. Sempre bagnata di sudore da capo a piedi, con un senso di calura soffocante, pendolavo tra casa e lavoro sognando solo il momento in cui avrei potuto farmi una doccia. Solo l’aria condizionata in ufficio offriva un po’ di sollievo e mi spingeva a non muovermi neanche per bere qualcosa, e a continuare le traduzioni.
Appena entrai, compresi che buttava male. Un’occhiata a destra, una a sinistra, ed ecco i sintomi: la scrivania di Vanessa vuota, un floppy disk ignoto sulla mia, le altre ragazze nell’ufficio di Stefania. Un suo gesto, dall’altra parte del vetro, mi spronò ad appoggiare la borsa e a sbrigarmi.
Dopo cinque minuti, eravamo ognuna alla propria scrivania con del lavoro supplementare: le mie traduzioni passate a Valeria e a Patricia, e il floppy disk, che Vanessa aveva messo sulla mia scrivania fin dalla sera prima perché non si sentiva bene (e infatti era andata a beccarsi la bronchite in Giugno!), infilato nel computer. Entro mezzogiorno dovevamo mandare in stampa il volume: mancavano ancora la correzione delle bozze, l’impaginazione definitiva e le tavole con le figure. Delia stava completando la colorazione al computer delle ultime illustrazioni, e a me toccava il lavoro di Vanessa: dare la fisionomia definitiva alle pagine sistemando i titoli, le note e tutto il resto. Vanessa aveva scelto un bel momento per ammalarsi.
A mezzogiorno, come da copione, Stefania telefonava in tipografia chiedendo un paio d’ore supplementari, che come al solito vennero concesse. Dopo un’ora e quarantasette minuti avevo in mano il CD-Rom con le traduzioni completate, l’impaginazione definitiva, le illustrazioni colorate e scannerizzate. Stefania mi mise in mano le chiavi della sua macchina e mi spedì a consegnare il tutto.
- Ma... perché devo andare io? Con un caldo così, poi?
- Perché abbiamo fretta, e tu al volante vai come il vento.
- Ma io...
- FILA!!!
Il ruggito di Stefania mi mise sull’attenti, e corsi a prendere la macchina, sotto il sole delle due meno dieci.
I finestrini spalancati, l’alta velocità e i capelli al vento non bastavano a rinfrescarmi: sentivo la pelle bruciare e le gocce di sudore colarmi lungo il petto. Guidavo veloce non tanto per rispettare i termini di consegna (sapevo benissimo che avrebbero contato una mezz’oretta in più), ma perché volevo tornare in fretta in ufficio, dove c’era quella splendida aria condizionata.
Arrivai alla tipografia e consegnai il disco. Immediatamente il portiere mi portò dell’acqua, perché ero rossa come un pomodoro maturo e avevo la frangetta appiccicata alla fronte dal sudore.
Bevvi attaccandomi direttamente al collo della bottiglia, mandando giù lunghe sorsate.
L’acqua era fresca, e ne usai un po’ anche per bagnarmi la testa. Tre quarti d’ora in una macchina nera si erano fatti sentire, credevo di avere la pressione sotto zero. Ah, e naturalmente a giorni sarebbe anche arrivato quel periodo del mese, sicché sembrava che dovessi esalare da un momento all’altro.
- Va meglio?
- Ciao, Daniele. Sì, decisamente meglio, grazie.
- Pressione bassa?
- Eh, sì... e solo l’idea che c’è ancora tutta l’estate da sopportare qui in città mi uccide!
- Ah... niente ferie?
- Figurati... quest’anno Stefania è riuscita a ottenere che i nostri libri vengano usati in alcune scuole elementari, quindi per Settembre dobbiamo avere pronta una quantità di roba che sa il cielo come riusciremo a preparare!
Daniele sembrò stranamente felice di questa mole di lavoro che, prima o poi, avrebbe colpito anche lui. Niente tipografia, niente libri. Quindi il suo capo avrebbe probabilmente bloccato le ferie anche a lui, che era il nostro collaboratore più efficiente, e con il quale ci trovavamo meglio. Sapevo anzi che Stefania lo avrebbe chiamato entro pochi giorni per spiegargli esattamente come stavano le cose e pregarlo di avere pazienza. Per una volta che aveva messo a segno il colpo gobbo...
Pensai di fargli notare la cosa:
- Cos’è quel sorriso a trentadue denti? Guarda che se lavoro tutta l’estate io, finisce che lo fai anche tu!
- Embè? - fece lui tutto contento; - mandare in stampa i vostri libri è una cosa che adoro! Non hai idea di quanta roba noiosa si debba fare qui, quanti libri stranoiosi devo preparare... i vostri sono una meraviglia! La settimana scorsa non smettevo più di leggere il volumetto di Peter Coniglio, mi piaceva troppo!
- Beato te - feci con aria scettica; - io che ci ho passato sopra dei giorni per fare la traduzione, non ne potevo più.
- Questo capita quando una cosa da svago diventa lavoro - affermò lui con sicurezza irriverente; - ma io dico che se ti rileggi la favola con calma, una sera, stesa in poltrona, finisce che Peter ti sta simpatico... e ti metti a chiacchierare con lui!
Sentii qualcosa muoversi dentro di me, a metà fra il cuore e lo stomaco.
- Tu... chiacchieri coi personaggi dei libri?
- Oh, a volte, se proprio ce n’è uno che mi ispira. Sai, c’è gente che parla da sola, e ci sono quelli come me che parlano con le illustrazioni dei libri, oppure coi personaggi dei film. Sapessi quante volte ho supplicato Rhett di ripensarci, e di rimanere insieme a Rossella!
- Ti piace Via col vento?
- Lo adoro!
Ci saremmo probabilmente lanciati in un appassionato dibattito su quanto era insulso Ashley Wilkes e su come diavolo poteva aver fatto Rossella a corrergli dietro per tutti quegli anni, quando da una porta arrivò un urlo:
- Allora, Daniele! Ti muovi o no?
Lui fece spallucce e mi guardò come per scusarsi:
- E’ il vostro libro che chiama. Ci vediamo!
- Ciao!
Tornai da Stefania confermandole che ero arrivata in tempo e chiedendole se, visto che l’emergenza era stata arginata, potevo andarmene a casa. Non mi sentivo davvero bene.
- Va bè... ce la caveremo. Hai una faccia da far paura. Però telefonami stasera, così mi dici se vieni domani pomeriggio o se anche tu devi stare a letto per i prossimi cinque giorni. Vi ammazzerei, a te e a Vanessa.
- Okay, grazie. Ci sentiamo stasera.
Tornai a casa e mi infilai nella vasca. Vi rimasi a lungo insieme a Daisy, la mia paperella di gomma.
Mi piaceva guardare Daisy che nuotava. Se la mettevi a testa in giù, faceva un guizzo e si drizzava, e se le premevi la pancia faceva quack quack. E poi aveva quegli occhioni tutti blu (a dire il vero uno era un po’ grattato, ed era quasi venuto via) che mi ricordavano l’acqua di fiume.
Ci ero andata molte volte, al fiume. Non coi miei: a papà non piaceva il fiume, e a mamma non piaceva spostarsi. Ma con gli amici, spesso facevamo delle scampagnate e poi andavamo a fare il bagno sotto il ponte. Anche con Francesco, era capitato qualche volta.
E’ da un pezzo che non ci andiamo, pensai. Allungai un braccio fuori dalla vasca e afferrai il telefono che mi ero portata in bagno con la prolunga.
Driiiinn...
- Pronto?
- Ciao, sono io.
- Toh! Come mai a quest’ora? Chiami il tuo grande amore dall’ufficio per risparmiare qualche scatto?
- Scemo! No, sono a casa. Sono un po’ giù di pressione e Stefania mi ha lasciata venire via.
- Ti sei messa a letto?
- No, sono a mollo nella vasca.
- Mmmm... allora quasi quasi vengo a trovarti!
- Hah! Mi spiace, ho già compagnia... saresti di troppo.
- Cosa stai dicendo?
- Che nella vasca con me c’è già qualcuno.
- E piantala di dire cazzate!
Assunsi un tono di voce petulante:
- Guarda che io non le dico le bugie...
- E allora? - fece lui, che iniziava a spazientirsi.
- C’è Daisy, con me.
- Tu sei tutta scema! Dài, passo a trovarti...
- Neanche per sogno! Adesso ho bisogno solo di stare un po’ a rinfrescarmi, e non mi serve un assatanato che mi salta addosso allagando il bagno!
- Eh, adesso, assatanato...
- No, veramente, non sto bene. Piuttosto, volevo dirti... sei libero, domenica prossima?
- Credo di sì. Perché?
- Avresti voglia di andare al fiume?
- Sì, certo. Avviso anche gli altri?
- Mah... fai un po’ tu!
- Allora no, andiamo da soli.
- Lo vedi che sei un assatanato?
- Uffaaah... quando ti ci metti sei impossibile. Che fai dopo il bagno, dormi un po’?
- Con ‘sto caldo non ci riesco... no, penso che me ne starò qui a fare due chiacchiere con Oscar. Poi non lo so, magari ti telefono.
- E il bagno con Daisy, e le chiacchiere con Oscar... tu sei fuori!
- Lo so. Ciao, ci sentiamo.
- Ciao!
Click.
Sguazzai ancora un po’ nell’acqua con Daisy. Mi piaceva sentirmi bagnata dall’acqua, invece che dal sudore appiccicaticcio della mattinata. L’acqua era fresca e pulita. Ero solita prima lavarmi, poi scolare l’acqua saponata e riempire di nuovo la vasca con acqua nuova, trasparente. E niente bagnoschiuma. Poi me ne stavo lì, a guardarmi i piedi nudi attraverso le onde che provocavo da sola, muovendo le gambe.
Se ero avvolta nell’acqua, non mi dava fastidio essere nuda. Ma non mi dava fastidio neanche se ero con Francesco, perché stando a contatto con lui mi sentivo in qualche modo coperta. Semplicemente non mi piaceva l’assenza di contatto tra il mio corpo e il resto del mondo. Sapevo di gente che adora girare nuda per casa, così, per il gusto di poter fare ciò che desidera. Per me non era neanche pensabile.
Emersi dalla vasca con le dita completamente raggrinzite. Mi infilai l’accappatoio, sciacquai la vasca e mi spazzolai i capelli, lasciandoli liberi di gocciolarmi lungo la schiena e sulla moquette del corridoio. Erano libertà che mi prendevo da quando mamma non c’era più, e mi dicevo che forse non avrei dovuto. Ma mi sentivo stupida a compiere determinate azioni per ricordo di un defunto. O forse era orgoglio: ero sempre stata contraria a mettere quella moquette (era così bello il parquet sotto!), e non intendevo darla vinta a mamma neanche ora. Per me la moquette poteva anche marcire, e papà non se ne sarebbe neanche accorto. Senz’altro non per gli altri quattro mesi in cui sarebbe rimasto all’estero per lavoro.
Sì, potevo permettermi di fare quel che volevo. Potevo far rimanere Francesco la notte, potevo guardare buoni film invece delle partite di calcio di papà, potevo cucinare le cose più strampalate, e potevo parlare liberamente con i miei amici più intimi, senza nessuno intorno che mi prendesse per pazza.
Proprio pensando a questo, zampettai con i piedi ancora bagnati fino alla mia camera. Plaf plaf plaf plaf plaf.
Subito squadrai Oscar per interpretare il suo sguardo enigmatico, che ogni giorno era sempre lo stesso ma voleva dire una cosa diversa. In quel momento fissava le mie impronte bagnate sul parquet della stanza.
- E va bene, le asciugo! - dissi subito, prendendo uno straccio e passandolo sulle macchie d’acqua.
Mentre ero chinata per asciugare le chiazze, guardai Oscar e mi apparve ancora più imponente del solito. Non era grande, ma a me appariva di dimensioni spropositate, e mi faceva sentire un cucciolo al suo confronto.
- Ora sto decisamente meglio. Mi ci voleva proprio un bel bagno.
Poi restai in silenzio per un po’. Gli occhi di Oscar assunsero un’espressione indagatrice.
- Stanotte ho sentito una cosa strana, sai.
Pausa.
- Dei campanellini, che suonavano piano piano. Il suono è come filtrato in camera da fuori, dal terrazzo... poi mi sono alzata e sono andata a vedere, ma si stavano allontanando.
Mi levai l’accappatoio e iniziai a vestirmi.
- Non sta scritto da nessuna parte che la principessa debba giungere preceduta da un lieve suono di campanelli... ma, non so perché, avevo sperato che potesse essere lei. Ma nell’aria non c’era profumo di glicini. Beh, siamo anche un po’ fuori stagione! - conclusi ridendo.
Poi smisi di parlare per un po’. Come al solito, Oscar mi fissava. Nulla poteva turbare la sua persona immobile, statuaria, tranne forse quel po’ di vento che le muoveva i capelli e il bordo del mantello leggero. Rimanemmo a guardarci per un po’, lei bardata di tutto punto e io in mutande e reggiseno.
Mi avvicinai.
- E’ proprio strano, sai. Nessuno capisce questi nostri discorsi, tranne me e te. Ma tu ed io non facciamo testo, perché ne siamo protagoniste.
L’espressione del suo volto mutò da dolcissima a inquieta e sospettosa.
- Nel senso che a volte mi sento un po’ scema... e stai pur certa che non c’è nessuno a tranquillizzarmi! Prima ho sentito Francesco al telefono, e sai che cosa mi ha detto? Che “sono fuori”.
Oscar sembrò al tempo stesso serena e triste. Per quanto la riguardava, nulla al mondo poteva scalfirla; invece, forse si preoccupava per me e per i miei dubbi. Era quasi buffa quando le veniva l’aria materna, perché portava sempre l’uniforme addosso e la spada nella destra... s’è mai vista una mamma armata e a cavallo?
- Ah, però oggi ho parlato con un mio amico che sostiene di parlare con Peter Coniglio e Rhett Butler. Certo, bisogna dire che ha dei gusti variati...
Improvvisamente vidi i suoi occhi muoversi di scatto, mai successo prima. Fissavano la finestra del terrazzo alle mie spalle. Prima di fare in tempo a girarmi, udii il suono armonico dei campanellini, e una zaffata di profumo di glicini mi invase le narici. Ne rimasi inebriata.
Mi voltai molto lentamente, avvertendo ogni mio minimo movimento come al rallentatore. Quando finalmente anche il mio sguardo riuscì a posarsi sul terrazzo, rimasi senza fiato.
Era bellissima.
Aveva la pelle ambrata, gli occhi sottili e neri neri. I capelli erano pure neri, raccolti in un’acconciatura complicatissima eppure così straordinariamente precisa. Le sue labbra erano rosse come ciliegie mature, i denti piccoli e bianchi come perline di rugiada.
Indossava un kimono. Io di vestiti orientali non capivo niente, ma quello mi sembrava bellissimo e incredibilmente prezioso.
Sulle colonnine del terrazzo più vicine alla principessa si avviticchiavano rigogliosi tralci di glicine in fiore, che spandevano un profumo penetrante.
Seppure timorosa di rompere l’incanto, avanzai lentamente verso la portafinestra e la aprii completamente. Con un sorriso, lei parve volermi ringraziare per averla invitata ad entrare, ma rimase ferma dov’era, sempre sorridendo.
Non sapendo come comportarmi, guardai Oscar con la coda dell’occhio. Lei era tranquilla come al solito, e sembrava non vedere nulla di strano nella visita della principessa; pareva inoltre che ritenesse naturale il silenzio della nostra visitatrice, silenzio che d’altra parte anche a lei era caro. Le sorrideva sobriamente, come suo solito: eppure mi parve che il suo sorriso fosse più aperto del normale.
Nell’istante in cui anch’io decisi di accomodarmi e di lasciare che fosse il silenzio a parlare per noi, poiché non immaginavo neppure lontanamente cosa avrei potuto dire a una principessa incantata, qualcosa scattò fra le mie tempie e percepii una violenta pulsazione alla fronte. Le pareti della stanza sembrarono spostarsi bruscamente in diagonale, da una parte e dall’altra, e mi ritrovai stesa a terra, ancora con l’accappatoio e lo straccio in mano.
Nessuna traccia della principessa.
In compenso, un mal di testa lancinante e alcune gocce di sangue su una spalla. Sulla spugna bianca dell’accappatoio, facevano impressione. Stordita, mi passai una mano tra i capelli e la ritrassi bagnata anch’essa di sangue misto ad acqua. Lentamente ricostruii gli avvenimenti e compresi di essere in qualche modo svenuta, e di avere battuto la testa sullo spigolo della scrivania.
- ‘Fanculo al mondo - borbottai; - ‘fanculo a quella specie di sogno, e a me che credevo fosse vero.
Lentamente, perché ancora mi girava tutto, mi alzai e andai in bagno a medicarmi.
Fu sufficiente un po’ di acqua ossigenata, perché non era una ferita profonda: era stato più lo spavento del male effettivo. Ero stata un’incosciente a lavorare così duro la mattina, per poi portare il disco a Daniele sotto un sole infernale, tornare a casa e infilarmi nella vasca... dimenticandomi completamente di mangiare! Uno dei miei soliti sbalzi di pressione aveva fatto il resto.
- Che hai da guardare, tu? - sbottai contro Oscar, che naturalmente non rispose.
Poi mi recai in cucina e tirai fuori dal frigo le prime due cose che mi vennero in mano, giusto per mangiare qualcosa. Mi sentivo troppo scombussalata per avere fame, così mi limitai al minimo indispensabile per non svenire di nuovo. Però mi ripromisi che, la sera, mi sarei preparata una cena dignitosa. Telefonai anche a Stefania, spiegandole quanto era accaduto e ammettendo che non ero in grado di dirle se il giorno dopo sarei stata in grado di muovermi da casa. Lei fu abbastanza comprensiva, ma mi disse che, se non mi avesse vista in ufficio, sarebbe passata da me a portarmi il materiale nuovo per potere almeno farmi lavoricchiare un po’ a casa. La trovai una soluzione più che accettabile.
Pochi minuti dopo che avevo smesso di parlare con lei, il telefono squillò. Era Daniele.
- Dì, come stai? Prima ho sentito Stefania, mi ha detto che sei uno straccio...
- Ehi, non esagerare! Ho un po’ di pressione bassa, tutto qui. Tu stai bene?
- Sì, tutto a posto. Ma hai mangiato?
- Qualcosina. Non molto, proprio non ho fame.
- Incosciente! Senti, ti va se stasera ti offro la cena io? Bisognerà pure che qualcuno ti obblighi a mangiare!
Un invito a cena da Daniele? Mi insospettii un pochino.
- Veramente non avevo intenzione di uscire di casa...
- Va bene, allora non usciamo. Porto la cena da te.
- Dico! Non siamo un po’ troppo intraprendenti?
La mia era stata un battuta, ma lui ci rimase male.
- Ma... no, guarda che... mica avevo secondi fini...
Prima che si mortificasse ulterioremente, risollevai la conversazione.
- Guarda che ti stavo prendendo in giro! Va bene, accetto la proposta. Che cosa mangiamo?
- Sorpresa! Va bene se vengo da te verso le otto?
- Benissimo. Ci vediamo stasera, allora...
- Okay, ciao.
- Ciao.
E chiusi il telefono. Non conoscevo bene Daniele, ma era la tipica persona che avrei voluto avere per amico.
Mi chiesi se avrei dovuto sentirmi in colpa nei confronti di Francesco. Naturalmente no. Ma mi sentivo in colpa per essermi chiesta se avrei dovuto sentirmi in colpa. Invitare un amico a cena (o comunque permettergli di autoinvitarsi) non era mai stato un problema per la mia coscienza, né avevo mai tenuto nascosto nulla a Francesco. Perché questa volta mi era venuto il dubbio di aver fatto male?
Quando, più tardi, tornai in camera, evitai accuratamente lo sguardo di Oscar.
Alle otto spaccate suonò il citofono.
- Sono Daniele!
- Sali, terzo piano.
Quando gli aprii la porta, venni investita da un goloso profumo di fritto. Mi bastò un’occhiata alla borsa che Daniele aveva con sé per riconoscere lo stemmino della rosticceria cinese che stava a due isolati da casa mia.
- Cibo cinese! E io che pensavo che avresti cucinato!
- Cucinare, io? - ribatté lui. - Volevo cenare con te, mica avvelenarti!
Appoggiammo la roba sul tavolo e iniziammo a tirare fuori tutto dai vari sacchetti e sacchettini. Impiegammo un attimo ad apparecchiare, e ancora meno tempo a mangiare tutto: Daniele era una buona forchetta, mentre io avevo una fame da lupi, visto e considerato che avevo quasi saltato il pranzo.
Terminata la cena, Daniele mi chiese se poteva dare un’occhiata alla casa. Naturalmente acconsentii senza problemi e gli feci girare tutto l’appartamento. Il suo commento fu:
- Devi essere molto diversa dai tuoi. La tua camera è l’unica a differenziarsi dal resto della casa.
Effettivamente, dalla sala alla camera dei miei, tutta la casa era arredata con mobili vecchio stile, anzi in alcuni casi si trattava di autentici pezzi d’antiquariato. Nella mia stanza, invece, a governare era non un principio estetico ma di packaging: non potevo permettermi di usare mobili particolarmente belli o ricercati, se poi non mi permettevano di collocare nel modo più razionale e meno dispendioso tutti i miei libri, dischi e videocassette.
Adoravo sentirmi circondata dalle mie collezioni: erano parti di me che tenevo costantemente sott’occhio. Erano l’unica parte della casa che spolveravo volentieri, che tenevo con cura, che restauravo se mi accorgevo di una pagina strappata o un angolo piegato. Ci mettevo la massima cura, e una dose di pazienza che per altre cose mi era del tutto estranea.
In definitiva, camera mia sembrava tutta uno scaffale: ogni angolino era meticolosamente sfruttato tramite comodissime scansie che potevo spostare e ricollocare ogni volta che lo spazio finiva, quando dovevo rivedere da capo la collocazione di ogni pezzo. Ora avevo da poco finito uno dei miei ciclopici riassestamenti, sicché la camera era ordinata e aveva un delizioso aspetto di precisione svizzera.
Daniele si piazzò immediatamente davanti ai due videoregistratori.
- Che roba è questo qui? - domandò indicando il più piccolo dei due.
- Sono quelli che si adoperano in Giappone, lì non usano i VHS. L’ho preso per poter vedere le videocassette in lingua originale.
- Ma, studi il giapponese? - chiese lui spalancando gli occhi.
Scossi la testa.
- No... però a volte vengo a sapere che escono film molto belli che in italiano non vengono tradotti... così me li compro in giapponese, e almeno mi guardo le immagini. Altri, invece, li ho sia in italiano che in giapponese.
Daniele non sembrava convinto, e in effetti ero stata volutamente ambigua nella mia spiegazione.
- Cioè... ti interessi di cinema orientale? Voglio dire, Kurosawa e roba del genere...
Decisi di calare le carte in tavola: se anche Daniele avesse reagito guardandomi come se fossi una cretina, non sarebbe stato il primo né l’ultimo.
- Guarda - gli dissi indicando una serie di scaffali alla sua destra; - quella è la mia collezione di cassette originali.
Daniele passò in rassegna le costine e lesse i titoli, che in alcuni casi erano tradotti in inglese.
- Non ne conosco neanche uno... Record of Lodoss War, Cyber City, Bubble Gum Crisis... ma mi spieghi che roba è?
E la sua perplessità aumentò quando lesse i titoli traslitterati dal giapponese:
- Oniisama e..., Grendizer, Versailles no bara, Hokuto no Ken... ma che razza di film sono? E perché di alcuni c’è più di una videocassetta? Sono telefilm a puntate?
Tirai giù la cassetta di Grendizer, sapendo che nessuno avrebbe potuto non riconoscerla, e gliela mostrai. Quando Daniele vide il disegno in copertina, si illuminò:
- Goldrake! Quello che tirava i missili e le lame rotanti! Ma questo io lo guardavo quando ero piccolo!
“Alè, ci siamo”, pensai.
- E io invece lo guardo anche adesso che sono grande - ribattei con un pizzico di acidità.
Lui non se ne accorse neanche. Iniziò a tirare giù altre cassette, per vedere se era in grado di trovare altri personaggi a lui noti. Riconobbe Maison Ikkoku, che aveva visto nella traduzione italiana Cara dolce Kyoko, e poi anche Macross, che lui conosceva come Robotech. Mi chiese se poteva vederne qualche pezzetto, e così passammo le due ore successive a guardare frammenti di Mazinga Z, Heidi, Devilman e Jeeg Robot.
Daniele guardava quelle vecchie puntate di cartoni animati con un pizzico di commozione, probabilmente ricordandosi di quando era piccolo e, come tutti i bambini, aspettava ansiosamente di vedere se Mazinga ce l’avrebbe fatta di nuovo, oppure se i nemici lo avrebbero sconfitto. Probabilmente anche lui aveva seguito trepidante la sconfitta del perfido Hydargos e il primo bacio tra Lamù e Ataru Moroboshi.
- E così - concluse dopo aver soddisfatto la sua ansia di revival - tu collezioni cartoni animati come se fossero francobolli.
- Bè, non solo cartoni animati. Ho anche un po’ di film tradizionali, tipo Via col vento... se ne parlava stamattina, no?
- Sì, certo. Comunque hai bisogno di una quantità di spazio notevole per tenere tutte ‘ste cose!
Annuii.
- Se fosse solo per le videocassette, ce la farei anche... ma poi ci sono anche i libri e i dischi, quindi capisci che lo spazio è sempre poco...
Non l’avessi mai detto. Altre tre ore per spulciare fra romanzi e saggi, e per accesi dibattiti volti a decidere quale fosse il romanzo più bello tra Il rosso e il nero, Capitani coraggiosi e I promessi sposi. Una trilogia originale, venuta fuori il cielo sa come, ma che costituì un impegnativo argomento di conversazione. Poi c’era tutto il reparto riservato ai fumetti, e anche lì tirammo giù di tutto, da Tex ai Fantastici Quattro.
A un certo punto Daniele mi chiese il permesso di usare il bagno, e quando tornò si era portato dietro Daisy.
- E’ tuo questo papero?
- Non è un lui, è una lei! Si chiama Daisy.
E mi resi conto di aver parlato senza pensare, trattando Daisy come un essere vivente davanti a un’altra persona. C’era mancato poco che li presentassi.
Tump tump, mi faceva il cuore in petto. Una sciocchezza. Però ero emozionata da morire... potevo continuare su quella strada? O invece dovevo trattenermi? Che cosa avrebbe pensato Daniele? Eppure mi era venuto così spontaneo, così naturale. Chissà se Daniele poteva essere la persona giusta per parlare come volevo, per agire come sognavo, anche se alla fine lo trovavo triste.
Tump tump.
Tump tump tump.
Alla fine fu lui a darmi la risposta. Guardò Daisy nel suo ormai unico occhio azzurro e le disse:
- E io mi chiamo Daniele. Ciao, Daisy. Molto lieto.
Subito gli andai vicino e premetti la pancia di Daisy.
- Quack quack - fece lei.
- Gli sei simpatico - aggiunsi io - altrimenti non ti avrebbe risposto. Sapessi quanto è timida.
Daniele sorrise, disposto a portare avanti il gioco.
- Oh, grazie, Daisy. E’ un onore per me godere della tua stima.
Abbozzò un piccolo inchino di cortesia, poi appoggiò Daisy sulla scrivania.
- Sai - mi disse - dovrei farti conoscere Donald.
- Chi è? Un tuo amico?
- Abita in casa mia. Ha il becco giallo, le piume bianche e un completino da marinaio.
- Paperino! - esclamai.
- Donald Duck - corresse lui. - O, almeno, il mio amico si chiama Donald. Non credo che gli piacerebbe essere chiamato Paperino.
- Un giorno verrò volentieri a conoscerlo - dissi entusiasta - e starò attenta a chiamarlo Donald.
Ridemmo insieme.
Ridemmo perché eravamo complici in qualcosa che avevamo sempre dovuto fare da soli prima di allora.
Ridemmo di gusto, perché un nostro desiderio era stato soddisfatto in un momento in cui nessuno se lo aspettava, in una sera che doveva contemplare semplicemente una cena.
Ridemmo come pazzi, increduli, entusiasti.
Ridemmo tra una recitazione e un’altra, tra una battuta e l’altra. Per un po’ giocammo ad essere Amleto e Ofelia, quindi Hansel e Gretel. E poi fummo Rossella e Rhett, e poi Galadriel e Celeborn, Superman e Lois Lane, e così via finché non iniziammo ad intrecciare un personaggio con un altro, una storia con un’altra, e a farci quello che ci pareva. Così finì che Renzo e Lucia si lasciarono, l’Uomo Ragno morì spiattellandosi contro un grattacielo e Marco Polo se ne rimase in Mongolia col suo amico, il Gran Khan.
Quando poi scoprii che anche Daniele conosceva la fiaba della Principessa della Selva dei Glicini, fu veramente il massimo. Recitammo la fiaba dall’inizio alla fine. Io ero la Principessa e lui era An, il giovane cinese che se ne innamora. Quando, come la storia prescrive, la Principessa lo lasciò, vennero le lacrime a tutti e due.
Erano ormai le due di notte. La città era silenziosa, avevamo spento il videoregistratore e il compact disc. Solo lo sguardo di Oscar vegliava su di noi.
La stanza era in preda al disordine: libri e fumetti ovunque, per non parlare delle custodie delle videocassette, aperte qua e là. Al momento, però, non diedi importanza alla cosa. In ordine o meno, ero pur sempre circondata dai miei amici del cuore, e però non ero da sola come le altre volte. E non ero neppure con qualcuno di fisicamente presente, ma che non percepiva il senso di calore che quegli oggetti mi davano: Daniele sembrava godere di quell’atmosfera quanto me. Non era come le mie amiche, non era come Francesco. Men che meno come papà.
Forse ci sembrò l’ora giusta per parlarne, o forse era da molto tempo prima che avremmo voluto farlo. In ogni caso dovevamo farlo, prima o poi. Fu lui ad iniziare.
- Parli spesso con Daisy?
- Abbastanza. Più che altro quando faccio il bagno. E tu con Donald?
- Tutte le sere, prima di andare a letto. E’ un buon amico. Sa ascoltare.
Pausa di silenzio.
- E quando parli con Daisy siete sempre da sole?
- Sì.
Daniele sospirò piano.
- E magari non ti senti tanto normale.
- No, infatti.
Altra pausa.
- Ho letto dei libri, sai, su... su questa cosa. Sai come la chiamano? Il compagno immaginario.
- No - corressi io; - il compagno immaginario è quando non c’è nessuno e tu ti immagini qualcuno con cui parlare o giocare. Noi invece usiamo delle immagini esistenti. Voglio dire, il pupazzo Daisy esiste, e anche Donald.
- Non è poi così diverso.
Ci pensai un attimo.
- No, non lo è.
Poi chiesi:
- Dici che siamo un po’ pazzi?
- Forse sì. Però pazzi innocui.
- Come i mitomani.
- O i cleptomani.
- O certi schizofrenici.
- Insomma, siamo un po’ fuori.
- Ti prego, non usare quell’espressione.
- Quale?
- “Essere fuori”. Me l’ha detto oggi il mio ragazzo al telefono, proprio mentre gli parlavo di Daisy.
- E ci sei rimasta male?
- Ma no, ormai ci sono abituata.
- Il tuo ragazzo non... condivide le tue passioni?
- A dire il vero non gliene parlo molto. Oggi gli avevo semplicemente detto che ero nella vasca con Daisy, e che poi avrei chiacchierato con uno dei vari “compagni”.
- Andiamo bene...
- In che senso?
- No, scusa, non volevo criticarlo...
- Figurati, lo faccio già io.
Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti, entrambi sentendoci delle specie di malati di mente. I compagni immaginari se li fanno i bambini, non i venticinquenni. Le persone serie non lo fanno. Le persone serie non parlano coi pupazzi, non usano personaggi di mondi fantastici come proiezioni della propria coscienza. Le persone serie, quando devono pensare a qualcosa, ci pensano e basta, non blaterano a vanvera con interlocutori inesistenti. Le persone serie non considerano pupazzi e figure come buoni amici. Le persone serie sono persone serie e si occupano di cose serie.
- Ce l’hai Il Piccolo Principe? - mi chiese Daniele.
- Certo.
- Me lo prenderesti un attimo?
Tirai fuori il libro dallo scaffale e glielo passai. Lui iniziò a sfogliarlo, finché non trovò il punto che gli interessava. Si alzò in piedi e iniziò a declamare:
- “In quel momento mi dicevo: «Se questo bullone resiste ancora, lo farò saltare con un colpo di martello». Il piccolo principe disturbò di nuovo le mie riflessioni. «E tu credi, tu, che i fiori...» «Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io!» Mi guardò stupefatto. «Di cose serie!» Mi vedeva col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un oggetto che gli sembrava molto brutto. «Parli come i grandi!»”
Daniele interruppe la lettura.
- Non ti sembra molto istruttivo?
Lo guardai scettica e feci segno di no con la testa. Lo sguardo interrogativo di Daniele mi spinse a spiegarmi.
- Si dà il caso che noi siamo grandi. E poi non puoi giustificare i nostri... come dire, ingressi forzati nella fantasia usando Il Piccolo Principe. Un romanzo sarà sempre dalla parte dei romanzi.
Daniele mi guardò deluso:
- Ingressi forzati, li chiami?
- No, hai ragione. Non è il termine adatto. Sono ingressi falsi. Sono illusioni, sono menzogne. Noi recitiamo, facciamo finta, ci illudiamo. Ma noi siamo di qua e loro - i personaggi, i mondi della fantasia - sono di là. E non c’è un cavolo da fare. E al massimo possiamo sognarle, certe cose. E comunque, poi ci svegliamo.
- La stai mettendo giù pesante - fece lui.
- La sto mettendo giù com’è - replicai io.
Daniele aveva proprio voglia di insistere.
- Sì, però almeno quei piccoli momenti di illusione saranno pure meglio di niente, oppure no?
- Questo non saprei dirtelo. A volte sì, mi sollevano e mi distraggono. Altre volte sono tristi, perché sotto sotto so che sono falsi.
Lui fece spallucce e rifletté un attimo.
- Posso chiederti una cosa?
- Certo - feci io.
- Chi è il tuo... compagno immaginario preferito?
Daniele non immaginava che bella domanda mi avesse appena fatto. Adoravo parlare di Oscar, sempre. Anche quando il contesto era un po’ triste, anche se mi sentivo un po’ scema. Però, Oscar era Oscar.
- E’ lei - risposi, indicando il poster sulla porta.
- Ah, beh! Ecco spiegato perché sei così depressa!
- Ehi, un momento! Io non sono depressa, e comunque non vedo cosa c’entri lei!
Daniele rise.
- Bè, certo non mi dirai che Lady Oscar sia un tipo allegro. Se tu passi il tuo tempo a parlare con lei...
Assunsi un piglio polemico.
- Si dà il caso che lei abbia i suoi motivi per essere un po’ giù! Dico, mica ha avuto una vita facile, lei!
- Capirai... avrebbe potuto averla, se solo si fosse accorta un po’ prima di essere innamorata di André!
- Ma è perché prima si era innamorata di un altro! Insomma, alla fine si sono pur messi insieme, no?
- Ah, certo... e dopo due giorni, sono morti tutti e due. Io dico che, se si fosse decisa un po’ prima...
- Ma come faceva a decidersi prima! Aveva da pensare alla regina, alla rivoluzione, ai soldati, al padre stronzo, alla malattia...
- Quale malattia?
- Come, quale: la tubercolosi.
- Aveva la tubercolosi?!?
Lo guardai come un cerebroleso.
- Ma, lo hai visto il cartone animato o no? Certo che aveva la tubercolosi, a furia di fare la guardia all’Assemblea Nazionale sotto la pioggia...
- Ho perso qualche puntata. Va bè, ma allora era tonta! Non poteva starsene al coperto nella villona di famiglia, starsene a letto a riposare per qualche giorno e lasciare le altre guardie a mollo?
Mi stavo quasi arrabbiando.
- Lei era un soldato, lei! E faceva il suo dovere senza pensare a se stessa!
- Sarà... ma poi era guarita?
- No, era ancora malata quando è morta, durante la presa della Bastiglia...
- Hmm. Quindi il fatto che sia lei che André siano morti di morte violenta era anche uno stratagemma narrativo per risolvere i loro problemi di salute... lei tubercolotica, lui praticamente cieco!
- Bè, diciamo che è stato meglio che siano morti così. E poi, vuoi mettere, morire in un modo qualsiasi o sotto la Bastiglia?
Daniele annuì.
- Io non ho visto tutta la serie, ho perso dei pezzi. Però mi piaceva. Dài, adesso tu fai Oscar e io faccio André, e ci esercitiamo col fioretto!
E così recitammo tutte le scene fondamentali della storia di Oscar: i numerosi dialoghi con la regina Maria Antonietta e con il Conte di Fersen, la rapida carriera militare, gli scontri con Robespierre e Saint-Just, le prime scaramucce tra popolo e soldati.
Ma non arrivammo in fondo alla storia. André non venne colpito sull’argine della Senna, e Oscar non cadde sotto i colpi dei fucilieri della Bastiglia. La nostra recitazione si fermò alla notte del 12 Luglio 1789: la prima notte (e, per loro, l’ultima) fra Oscar e André. Recitammo fedelmente ogni singola scena senza saltare niente. Ma proprio niente.
Ci svegliammo la mattina dopo, verso le otto, nel mio letto. Daniele fece un attimo mente locale, guardò l’orologio e si rese conto di essere in ritardo per andare a lavorare. Si alzò di scatto e si rivestì.
Io rimasi nel letto, sotto le lenzuola, a guardarlo. Sa il cielo cosa stava pensando, ma io avevo già abbastanza da fare con ciò che stavo pensando io. Perché l’avevo fatto? Come mi era venuto in mente? E come l’avrei messa con Francesco?
Lo avrei lasciato, per forza. Quando fai le corna a uno, vuol dire che non sei poi tanto innamorata. Ma cosa gli avrei detto? Che gli avevo preferito Daniele perché leggeva i fumetti e guardava i cartoni animati, e perché parlava con Donald e Daisy, e perché sapeva fare le parti di Rhett Buthler e André Grandier?
E poi, dettaglio non trascurabile, come avevo fatto ad innamorarmi di Daniele in una sera? Oppure era da un po’ che, frequentandolo, me ne ero innamorata senza saperlo, proprio come aveva fatto Oscar con André? Oppure non ne ero affatto innamorata e avevo semplicemente passato una bella nottata?
Insomma, era un casino. Un casino e nient’altro.
- Qualcosa non va? - mi interruppe Daniele.
Sorrisi, un po’ impacciata.
- Eeh, insomma... cioè...
- Sì, ho presente... non è che anche io avessi calcolato niente, ma d’altra parte è andata così e...
Lo interruppi:
- Senti, ne riparliamo. Adesso fila, se no fai tardi.
- Okay. Ti chiamo stasera... ti trovo?
- No, stasera ho da fare. Magari ti chiamo io quando torno.
- Okay. Ciao...
- Ciao.
Non ci salutammo neppure con un bacio. Ci vergognavamo tutti e due da morire per come erano andate le cose: lui perché temeva di avermi dato l’impressione di aver avuto secondi fini sin da quando mi aveva telefonato, e io perché pensavo a Francesco.
Quella sera non fu facile lasciarlo, Francesco intendo. Fui talmente impacciata e incerta mentre cercavo di spiegargli i perché e i percome, che lui pensò giustamente che lo stessi prendendo in giro. Me ne disse di tutti i colori, e altrettanto feci io. Però non mi sentivo addolorata. Più che altro rimpiangevo di non averlo fatto prima. Ma come si fa ad essere convinti di essere innamorati di qualcuno, e poi di colpo a rendersi conto che non è affatto vero? Che cretina ero stata.
Quando tornai a casa, per prima cosa riordinai tutte le cose che avevamo lasciato in giro la sera prima: rimisi al suo posto Il Piccolo Principe, e riposi tutte le videocassette. Ad Oscar non dissi una parola.
Rimasi a lungo in silenzio, al buio, confusa. Mi sorpresi a pensare che quelli che per me erano stati due giorni incasinatissimi, nel quadro globale degli avvenimenti del mondo erano giorni come gli altri. Erano successe cose normali, anzi banali. La gente cena insieme tutte le sere, e si fa le corna più spesso di quanto non si creda; e ancora più spesso le coppie si lasciano, e gli stessi casini miei li avevano già vissuti chissà quante altre persone. Tutto era semplicemente regolare, ovvio e scontato. Tutto ciò che sarebbe stato più originale (che so: conoscere e servire la regina di Francia, guidare un enorme robot contro degli extraterrestri, volare con un mantello rosso sulla schiena) era disperatamente, tragicamente fuori dalla mia portata.
Telefonai a Daniele. Ci vedemmo ancora, spesso. Ci eravamo innamorati, e quindi stavamo insieme. Nulla di più giusto. Passammo tutta l’estate a lavorare; ancora io soffrii per il caldo torrido, ancora ebbi i miei sbalzi di pressione. Tutto regolare.
Sono passati due anni da allora, e ancora nulla è cambiato. Sto ancora con Daniele, e lavoro ancora per il piccolo editore di libri per l’infanzia. Adesso sto traducendo Kipling, e devo ammettere che rispetto a Beatrix Potter è più impegnativo. Stefania è sempre il mio diretto superiore, e sia con lei che con le altre vado molto d’accordo. Papà, come al solito, ogni anno passa qualche mese all’estero per lavoro. Continuo a detestare la moquette in corridoio e continuo a malsopportare di sentirmi nuda. Sarà una tara. Mi piace sempre andare a fare il bagno al fiume. Continuo anche a ritenere che, nella fiaba della Principessa della Selva dei Glicini, ci starebbero benissimo dei campanellini che suonano lievemente al suo passaggio. Faccio sempre il bagno con Daisy (quando non lo faccio con Daniele, intendo), e a quella povera paperella sta venendo via anche l’altro occhio. Ho conosciuto Donald, e anche lui non è in condizioni tanto migliori: le piume della coda le ha perse quasi tutte, e il nastro del berretto da marinaio è lacerato in diversi punti. Però è simpatico.
Ho trasferito un po’ di libri, fumetti e videocassette in soffitta, accuratamente imballati in degli scatoloni; la mia camera potrà anche essere il miglior esempio al mondo di sfruttamento dello spazio, ma non è infinita. E papà non ne vuole sapere di avere le mie idiozie in giro per casa.
Il poster di Lady Oscar è sempre al suo posto, sulla porta. Prima o poi dovrò incorniciarlo, in modo che non ingiallisca.
Lei è sempre più bella: ha sempre i capelli biondi al vento, il mantello bianco, le spalle protette da sottili piastre metalliche, la mano destra sull’elsa della spada e la sinistra sulle briglie. Interpreto di volta in volta il suo sguardo così enigmatico, e capace di dire qualsiasi cosa. A volte mi piace pensare che fondamentalmente esprima tristezza per non poter veramente parlare con me.
Qualsiasi cosa io faccia, ne parlo con lei e così rifletto ad alta voce. Le pongo tutti i miei dubbi, tutte le perplessità, tutte le incertezze e, quando per qualche motivo sono tesa, arrabbiata o triste, aspetto disperatamente un commento alle mie domande, un consiglio, qualche parola di conforto.
Ma lei, naturalmente, non mi risponde mai.
IL COMPAGNO IMMAGINARIO
Vorrei poter sognar coi trovatori
e muover l’intangibile su corde tremanti
navigare coi marinai sull’acque profonde
che tagliarono esili travi su irte sponde
e ora viaggian verso meta vaga ed errante
e han già superato il mitico Occidente.
Vorrei subire assedio coi giullari
che serbano un rifugio segreto ove portare
un oro impuro e scarso da coniare
nell’immagine sfocata di un lontano re
o da intessere nell’emblema arcano
del vessillo di un invisibile sovrano.
J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”
Mi svegliai di soprassalto.
Perché, poi.
Non era stato un rumore brusco, né violento, né forte. Al contrario dolcissimo.
Forse non stavo dormendo di un sonno particolarmente profondo, forse sentivo caldo perché era una notte d’estate, e io quando ho caldo dormo malissimo.
Fattostà che appena il suono sfiorò le mie orecchie, saltai a sedere sul letto. Con gli occhi spalancati affondai lo sguardo nel buio, e naturalmente non vidi altro che, appunto, il buio.
L’oscurità assoluta.
Ma c’era ancora il suono che mi aveva svegliata.
Piccoli, leggeri tintinii di campanellini, come appena sfiorati dalla brezza, o accarezzati da una corrente d’aria silenziosa.
E infatti l’aria si muoveva nella stanza. Una lucina piccola piccola, in corrispondenza della portafinestra del terrazzo, rivelò uno spiraglio. La lucina era quella di un lampione alcune centinaia di metri più in là, lungo la via. Dovevo avere chiuso male la porta prima di andare a letto.
Mi alzai e arrivai a tentoni fino alla porta. Era appena accostata. La sospinsi appena di quel tanto per poter passare ed uscii sul terrazzo. L’umidità era soffocante ed io ero bagnata di sudore. Indossavo un pigiama estivo: braghine corte e maglietta, e tuttavia avevo un gran caldo. Dormire nuda, non se ne parlava: mi dava fastidio non sentirmi almeno un po’ coperta.
Il suono stava lentamente svanendo, come se i fantomatici campanellini fossero stati portati via dallo stesso vento che poco prima li aveva mossi.
Inspirai a pieni polmoni. Sentii solo l’odore dell’asfalto bagnato da un brevissimo temporale estivo che non era riuscito a soffocare la calura di un Giugno di città.
Nessun odore di glicini.
Rimasi lì, impigrita e assonnata, per qualche minuto. Poi rientrai in casa, chiusi la portafinestra e mi rimisi a letto. Erano le quattro.
Alle sette, le sveglie iniziarono a suonare impietose. Tre, a distanza di cinque minuti l’una dall’altra. Dlin dlon, dlin dlon, dengdengdeng, BEEEEEEP! L’ultima, quella che faceva più fracasso, era appoggiata sulla mensola della finestra. Bofonchiando con la bocca impastata, finalmente mi alzai e la spensi.
Le sette e un quarto. Tempo per una doccia al volo, colazione, preparare la borsa e volare al lavoro. Domani avrei avuto la mattina libera, ma per oggi bisognava lavorare: anzi, mi erano rimaste alcune pagine da ieri. Augurai la buona giornata a Oscar e uscii di corsa.
Traducevo dall’inglese storielle e racconti per bambini, alle dipendenze di un piccolo editore. Adesso eravamo nel periodo Potter, e non ne saremmo usciti prima di almeno tre settimane, dopo già alcuni mesi che ci eravamo dedicati alla sua opera omnia. Beatrix Potter ci sapeva anche fare, ma dopo decine di giorni passati su Peter Coniglio e soci... uff.
Così, la voglia se ne andava e il lavoro proseguiva a rilento. E poi, il caldo!
I primi di Giugno, e già non ce la facevo più. Sempre bagnata di sudore da capo a piedi, con un senso di calura soffocante, pendolavo tra casa e lavoro sognando solo il momento in cui avrei potuto farmi una doccia. Solo l’aria condizionata in ufficio offriva un po’ di sollievo e mi spingeva a non muovermi neanche per bere qualcosa, e a continuare le traduzioni.
Appena entrai, compresi che buttava male. Un’occhiata a destra, una a sinistra, ed ecco i sintomi: la scrivania di Vanessa vuota, un floppy disk ignoto sulla mia, le altre ragazze nell’ufficio di Stefania. Un suo gesto, dall’altra parte del vetro, mi spronò ad appoggiare la borsa e a sbrigarmi.
Dopo cinque minuti, eravamo ognuna alla propria scrivania con del lavoro supplementare: le mie traduzioni passate a Valeria e a Patricia, e il floppy disk, che Vanessa aveva messo sulla mia scrivania fin dalla sera prima perché non si sentiva bene (e infatti era andata a beccarsi la bronchite in Giugno!), infilato nel computer. Entro mezzogiorno dovevamo mandare in stampa il volume: mancavano ancora la correzione delle bozze, l’impaginazione definitiva e le tavole con le figure. Delia stava completando la colorazione al computer delle ultime illustrazioni, e a me toccava il lavoro di Vanessa: dare la fisionomia definitiva alle pagine sistemando i titoli, le note e tutto il resto. Vanessa aveva scelto un bel momento per ammalarsi.
A mezzogiorno, come da copione, Stefania telefonava in tipografia chiedendo un paio d’ore supplementari, che come al solito vennero concesse. Dopo un’ora e quarantasette minuti avevo in mano il CD-Rom con le traduzioni completate, l’impaginazione definitiva, le illustrazioni colorate e scannerizzate. Stefania mi mise in mano le chiavi della sua macchina e mi spedì a consegnare il tutto.
- Ma... perché devo andare io? Con un caldo così, poi?
- Perché abbiamo fretta, e tu al volante vai come il vento.
- Ma io...
- FILA!!!
Il ruggito di Stefania mi mise sull’attenti, e corsi a prendere la macchina, sotto il sole delle due meno dieci.
I finestrini spalancati, l’alta velocità e i capelli al vento non bastavano a rinfrescarmi: sentivo la pelle bruciare e le gocce di sudore colarmi lungo il petto. Guidavo veloce non tanto per rispettare i termini di consegna (sapevo benissimo che avrebbero contato una mezz’oretta in più), ma perché volevo tornare in fretta in ufficio, dove c’era quella splendida aria condizionata.
Arrivai alla tipografia e consegnai il disco. Immediatamente il portiere mi portò dell’acqua, perché ero rossa come un pomodoro maturo e avevo la frangetta appiccicata alla fronte dal sudore.
Bevvi attaccandomi direttamente al collo della bottiglia, mandando giù lunghe sorsate.
L’acqua era fresca, e ne usai un po’ anche per bagnarmi la testa. Tre quarti d’ora in una macchina nera si erano fatti sentire, credevo di avere la pressione sotto zero. Ah, e naturalmente a giorni sarebbe anche arrivato quel periodo del mese, sicché sembrava che dovessi esalare da un momento all’altro.
- Va meglio?
- Ciao, Daniele. Sì, decisamente meglio, grazie.
- Pressione bassa?
- Eh, sì... e solo l’idea che c’è ancora tutta l’estate da sopportare qui in città mi uccide!
- Ah... niente ferie?
- Figurati... quest’anno Stefania è riuscita a ottenere che i nostri libri vengano usati in alcune scuole elementari, quindi per Settembre dobbiamo avere pronta una quantità di roba che sa il cielo come riusciremo a preparare!
Daniele sembrò stranamente felice di questa mole di lavoro che, prima o poi, avrebbe colpito anche lui. Niente tipografia, niente libri. Quindi il suo capo avrebbe probabilmente bloccato le ferie anche a lui, che era il nostro collaboratore più efficiente, e con il quale ci trovavamo meglio. Sapevo anzi che Stefania lo avrebbe chiamato entro pochi giorni per spiegargli esattamente come stavano le cose e pregarlo di avere pazienza. Per una volta che aveva messo a segno il colpo gobbo...
Pensai di fargli notare la cosa:
- Cos’è quel sorriso a trentadue denti? Guarda che se lavoro tutta l’estate io, finisce che lo fai anche tu!
- Embè? - fece lui tutto contento; - mandare in stampa i vostri libri è una cosa che adoro! Non hai idea di quanta roba noiosa si debba fare qui, quanti libri stranoiosi devo preparare... i vostri sono una meraviglia! La settimana scorsa non smettevo più di leggere il volumetto di Peter Coniglio, mi piaceva troppo!
- Beato te - feci con aria scettica; - io che ci ho passato sopra dei giorni per fare la traduzione, non ne potevo più.
- Questo capita quando una cosa da svago diventa lavoro - affermò lui con sicurezza irriverente; - ma io dico che se ti rileggi la favola con calma, una sera, stesa in poltrona, finisce che Peter ti sta simpatico... e ti metti a chiacchierare con lui!
Sentii qualcosa muoversi dentro di me, a metà fra il cuore e lo stomaco.
- Tu... chiacchieri coi personaggi dei libri?
- Oh, a volte, se proprio ce n’è uno che mi ispira. Sai, c’è gente che parla da sola, e ci sono quelli come me che parlano con le illustrazioni dei libri, oppure coi personaggi dei film. Sapessi quante volte ho supplicato Rhett di ripensarci, e di rimanere insieme a Rossella!
- Ti piace Via col vento?
- Lo adoro!
Ci saremmo probabilmente lanciati in un appassionato dibattito su quanto era insulso Ashley Wilkes e su come diavolo poteva aver fatto Rossella a corrergli dietro per tutti quegli anni, quando da una porta arrivò un urlo:
- Allora, Daniele! Ti muovi o no?
Lui fece spallucce e mi guardò come per scusarsi:
- E’ il vostro libro che chiama. Ci vediamo!
- Ciao!
Tornai da Stefania confermandole che ero arrivata in tempo e chiedendole se, visto che l’emergenza era stata arginata, potevo andarmene a casa. Non mi sentivo davvero bene.
- Va bè... ce la caveremo. Hai una faccia da far paura. Però telefonami stasera, così mi dici se vieni domani pomeriggio o se anche tu devi stare a letto per i prossimi cinque giorni. Vi ammazzerei, a te e a Vanessa.
- Okay, grazie. Ci sentiamo stasera.
Tornai a casa e mi infilai nella vasca. Vi rimasi a lungo insieme a Daisy, la mia paperella di gomma.
Mi piaceva guardare Daisy che nuotava. Se la mettevi a testa in giù, faceva un guizzo e si drizzava, e se le premevi la pancia faceva quack quack. E poi aveva quegli occhioni tutti blu (a dire il vero uno era un po’ grattato, ed era quasi venuto via) che mi ricordavano l’acqua di fiume.
Ci ero andata molte volte, al fiume. Non coi miei: a papà non piaceva il fiume, e a mamma non piaceva spostarsi. Ma con gli amici, spesso facevamo delle scampagnate e poi andavamo a fare il bagno sotto il ponte. Anche con Francesco, era capitato qualche volta.
E’ da un pezzo che non ci andiamo, pensai. Allungai un braccio fuori dalla vasca e afferrai il telefono che mi ero portata in bagno con la prolunga.
Driiiinn...
- Pronto?
- Ciao, sono io.
- Toh! Come mai a quest’ora? Chiami il tuo grande amore dall’ufficio per risparmiare qualche scatto?
- Scemo! No, sono a casa. Sono un po’ giù di pressione e Stefania mi ha lasciata venire via.
- Ti sei messa a letto?
- No, sono a mollo nella vasca.
- Mmmm... allora quasi quasi vengo a trovarti!
- Hah! Mi spiace, ho già compagnia... saresti di troppo.
- Cosa stai dicendo?
- Che nella vasca con me c’è già qualcuno.
- E piantala di dire cazzate!
Assunsi un tono di voce petulante:
- Guarda che io non le dico le bugie...
- E allora? - fece lui, che iniziava a spazientirsi.
- C’è Daisy, con me.
- Tu sei tutta scema! Dài, passo a trovarti...
- Neanche per sogno! Adesso ho bisogno solo di stare un po’ a rinfrescarmi, e non mi serve un assatanato che mi salta addosso allagando il bagno!
- Eh, adesso, assatanato...
- No, veramente, non sto bene. Piuttosto, volevo dirti... sei libero, domenica prossima?
- Credo di sì. Perché?
- Avresti voglia di andare al fiume?
- Sì, certo. Avviso anche gli altri?
- Mah... fai un po’ tu!
- Allora no, andiamo da soli.
- Lo vedi che sei un assatanato?
- Uffaaah... quando ti ci metti sei impossibile. Che fai dopo il bagno, dormi un po’?
- Con ‘sto caldo non ci riesco... no, penso che me ne starò qui a fare due chiacchiere con Oscar. Poi non lo so, magari ti telefono.
- E il bagno con Daisy, e le chiacchiere con Oscar... tu sei fuori!
- Lo so. Ciao, ci sentiamo.
- Ciao!
Click.
Sguazzai ancora un po’ nell’acqua con Daisy. Mi piaceva sentirmi bagnata dall’acqua, invece che dal sudore appiccicaticcio della mattinata. L’acqua era fresca e pulita. Ero solita prima lavarmi, poi scolare l’acqua saponata e riempire di nuovo la vasca con acqua nuova, trasparente. E niente bagnoschiuma. Poi me ne stavo lì, a guardarmi i piedi nudi attraverso le onde che provocavo da sola, muovendo le gambe.
Se ero avvolta nell’acqua, non mi dava fastidio essere nuda. Ma non mi dava fastidio neanche se ero con Francesco, perché stando a contatto con lui mi sentivo in qualche modo coperta. Semplicemente non mi piaceva l’assenza di contatto tra il mio corpo e il resto del mondo. Sapevo di gente che adora girare nuda per casa, così, per il gusto di poter fare ciò che desidera. Per me non era neanche pensabile.
Emersi dalla vasca con le dita completamente raggrinzite. Mi infilai l’accappatoio, sciacquai la vasca e mi spazzolai i capelli, lasciandoli liberi di gocciolarmi lungo la schiena e sulla moquette del corridoio. Erano libertà che mi prendevo da quando mamma non c’era più, e mi dicevo che forse non avrei dovuto. Ma mi sentivo stupida a compiere determinate azioni per ricordo di un defunto. O forse era orgoglio: ero sempre stata contraria a mettere quella moquette (era così bello il parquet sotto!), e non intendevo darla vinta a mamma neanche ora. Per me la moquette poteva anche marcire, e papà non se ne sarebbe neanche accorto. Senz’altro non per gli altri quattro mesi in cui sarebbe rimasto all’estero per lavoro.
Sì, potevo permettermi di fare quel che volevo. Potevo far rimanere Francesco la notte, potevo guardare buoni film invece delle partite di calcio di papà, potevo cucinare le cose più strampalate, e potevo parlare liberamente con i miei amici più intimi, senza nessuno intorno che mi prendesse per pazza.
Proprio pensando a questo, zampettai con i piedi ancora bagnati fino alla mia camera. Plaf plaf plaf plaf plaf.
Subito squadrai Oscar per interpretare il suo sguardo enigmatico, che ogni giorno era sempre lo stesso ma voleva dire una cosa diversa. In quel momento fissava le mie impronte bagnate sul parquet della stanza.
- E va bene, le asciugo! - dissi subito, prendendo uno straccio e passandolo sulle macchie d’acqua.
Mentre ero chinata per asciugare le chiazze, guardai Oscar e mi apparve ancora più imponente del solito. Non era grande, ma a me appariva di dimensioni spropositate, e mi faceva sentire un cucciolo al suo confronto.
- Ora sto decisamente meglio. Mi ci voleva proprio un bel bagno.
Poi restai in silenzio per un po’. Gli occhi di Oscar assunsero un’espressione indagatrice.
- Stanotte ho sentito una cosa strana, sai.
Pausa.
- Dei campanellini, che suonavano piano piano. Il suono è come filtrato in camera da fuori, dal terrazzo... poi mi sono alzata e sono andata a vedere, ma si stavano allontanando.
Mi levai l’accappatoio e iniziai a vestirmi.
- Non sta scritto da nessuna parte che la principessa debba giungere preceduta da un lieve suono di campanelli... ma, non so perché, avevo sperato che potesse essere lei. Ma nell’aria non c’era profumo di glicini. Beh, siamo anche un po’ fuori stagione! - conclusi ridendo.
Poi smisi di parlare per un po’. Come al solito, Oscar mi fissava. Nulla poteva turbare la sua persona immobile, statuaria, tranne forse quel po’ di vento che le muoveva i capelli e il bordo del mantello leggero. Rimanemmo a guardarci per un po’, lei bardata di tutto punto e io in mutande e reggiseno.
Mi avvicinai.
- E’ proprio strano, sai. Nessuno capisce questi nostri discorsi, tranne me e te. Ma tu ed io non facciamo testo, perché ne siamo protagoniste.
L’espressione del suo volto mutò da dolcissima a inquieta e sospettosa.
- Nel senso che a volte mi sento un po’ scema... e stai pur certa che non c’è nessuno a tranquillizzarmi! Prima ho sentito Francesco al telefono, e sai che cosa mi ha detto? Che “sono fuori”.
Oscar sembrò al tempo stesso serena e triste. Per quanto la riguardava, nulla al mondo poteva scalfirla; invece, forse si preoccupava per me e per i miei dubbi. Era quasi buffa quando le veniva l’aria materna, perché portava sempre l’uniforme addosso e la spada nella destra... s’è mai vista una mamma armata e a cavallo?
- Ah, però oggi ho parlato con un mio amico che sostiene di parlare con Peter Coniglio e Rhett Butler. Certo, bisogna dire che ha dei gusti variati...
Improvvisamente vidi i suoi occhi muoversi di scatto, mai successo prima. Fissavano la finestra del terrazzo alle mie spalle. Prima di fare in tempo a girarmi, udii il suono armonico dei campanellini, e una zaffata di profumo di glicini mi invase le narici. Ne rimasi inebriata.
Mi voltai molto lentamente, avvertendo ogni mio minimo movimento come al rallentatore. Quando finalmente anche il mio sguardo riuscì a posarsi sul terrazzo, rimasi senza fiato.
Era bellissima.
Aveva la pelle ambrata, gli occhi sottili e neri neri. I capelli erano pure neri, raccolti in un’acconciatura complicatissima eppure così straordinariamente precisa. Le sue labbra erano rosse come ciliegie mature, i denti piccoli e bianchi come perline di rugiada.
Indossava un kimono. Io di vestiti orientali non capivo niente, ma quello mi sembrava bellissimo e incredibilmente prezioso.
Sulle colonnine del terrazzo più vicine alla principessa si avviticchiavano rigogliosi tralci di glicine in fiore, che spandevano un profumo penetrante.
Seppure timorosa di rompere l’incanto, avanzai lentamente verso la portafinestra e la aprii completamente. Con un sorriso, lei parve volermi ringraziare per averla invitata ad entrare, ma rimase ferma dov’era, sempre sorridendo.
Non sapendo come comportarmi, guardai Oscar con la coda dell’occhio. Lei era tranquilla come al solito, e sembrava non vedere nulla di strano nella visita della principessa; pareva inoltre che ritenesse naturale il silenzio della nostra visitatrice, silenzio che d’altra parte anche a lei era caro. Le sorrideva sobriamente, come suo solito: eppure mi parve che il suo sorriso fosse più aperto del normale.
Nell’istante in cui anch’io decisi di accomodarmi e di lasciare che fosse il silenzio a parlare per noi, poiché non immaginavo neppure lontanamente cosa avrei potuto dire a una principessa incantata, qualcosa scattò fra le mie tempie e percepii una violenta pulsazione alla fronte. Le pareti della stanza sembrarono spostarsi bruscamente in diagonale, da una parte e dall’altra, e mi ritrovai stesa a terra, ancora con l’accappatoio e lo straccio in mano.
Nessuna traccia della principessa.
In compenso, un mal di testa lancinante e alcune gocce di sangue su una spalla. Sulla spugna bianca dell’accappatoio, facevano impressione. Stordita, mi passai una mano tra i capelli e la ritrassi bagnata anch’essa di sangue misto ad acqua. Lentamente ricostruii gli avvenimenti e compresi di essere in qualche modo svenuta, e di avere battuto la testa sullo spigolo della scrivania.
- ‘Fanculo al mondo - borbottai; - ‘fanculo a quella specie di sogno, e a me che credevo fosse vero.
Lentamente, perché ancora mi girava tutto, mi alzai e andai in bagno a medicarmi.
Fu sufficiente un po’ di acqua ossigenata, perché non era una ferita profonda: era stato più lo spavento del male effettivo. Ero stata un’incosciente a lavorare così duro la mattina, per poi portare il disco a Daniele sotto un sole infernale, tornare a casa e infilarmi nella vasca... dimenticandomi completamente di mangiare! Uno dei miei soliti sbalzi di pressione aveva fatto il resto.
- Che hai da guardare, tu? - sbottai contro Oscar, che naturalmente non rispose.
Poi mi recai in cucina e tirai fuori dal frigo le prime due cose che mi vennero in mano, giusto per mangiare qualcosa. Mi sentivo troppo scombussalata per avere fame, così mi limitai al minimo indispensabile per non svenire di nuovo. Però mi ripromisi che, la sera, mi sarei preparata una cena dignitosa. Telefonai anche a Stefania, spiegandole quanto era accaduto e ammettendo che non ero in grado di dirle se il giorno dopo sarei stata in grado di muovermi da casa. Lei fu abbastanza comprensiva, ma mi disse che, se non mi avesse vista in ufficio, sarebbe passata da me a portarmi il materiale nuovo per potere almeno farmi lavoricchiare un po’ a casa. La trovai una soluzione più che accettabile.
Pochi minuti dopo che avevo smesso di parlare con lei, il telefono squillò. Era Daniele.
- Dì, come stai? Prima ho sentito Stefania, mi ha detto che sei uno straccio...
- Ehi, non esagerare! Ho un po’ di pressione bassa, tutto qui. Tu stai bene?
- Sì, tutto a posto. Ma hai mangiato?
- Qualcosina. Non molto, proprio non ho fame.
- Incosciente! Senti, ti va se stasera ti offro la cena io? Bisognerà pure che qualcuno ti obblighi a mangiare!
Un invito a cena da Daniele? Mi insospettii un pochino.
- Veramente non avevo intenzione di uscire di casa...
- Va bene, allora non usciamo. Porto la cena da te.
- Dico! Non siamo un po’ troppo intraprendenti?
La mia era stata un battuta, ma lui ci rimase male.
- Ma... no, guarda che... mica avevo secondi fini...
Prima che si mortificasse ulterioremente, risollevai la conversazione.
- Guarda che ti stavo prendendo in giro! Va bene, accetto la proposta. Che cosa mangiamo?
- Sorpresa! Va bene se vengo da te verso le otto?
- Benissimo. Ci vediamo stasera, allora...
- Okay, ciao.
- Ciao.
E chiusi il telefono. Non conoscevo bene Daniele, ma era la tipica persona che avrei voluto avere per amico.
Mi chiesi se avrei dovuto sentirmi in colpa nei confronti di Francesco. Naturalmente no. Ma mi sentivo in colpa per essermi chiesta se avrei dovuto sentirmi in colpa. Invitare un amico a cena (o comunque permettergli di autoinvitarsi) non era mai stato un problema per la mia coscienza, né avevo mai tenuto nascosto nulla a Francesco. Perché questa volta mi era venuto il dubbio di aver fatto male?
Quando, più tardi, tornai in camera, evitai accuratamente lo sguardo di Oscar.
Alle otto spaccate suonò il citofono.
- Sono Daniele!
- Sali, terzo piano.
Quando gli aprii la porta, venni investita da un goloso profumo di fritto. Mi bastò un’occhiata alla borsa che Daniele aveva con sé per riconoscere lo stemmino della rosticceria cinese che stava a due isolati da casa mia.
- Cibo cinese! E io che pensavo che avresti cucinato!
- Cucinare, io? - ribatté lui. - Volevo cenare con te, mica avvelenarti!
Appoggiammo la roba sul tavolo e iniziammo a tirare fuori tutto dai vari sacchetti e sacchettini. Impiegammo un attimo ad apparecchiare, e ancora meno tempo a mangiare tutto: Daniele era una buona forchetta, mentre io avevo una fame da lupi, visto e considerato che avevo quasi saltato il pranzo.
Terminata la cena, Daniele mi chiese se poteva dare un’occhiata alla casa. Naturalmente acconsentii senza problemi e gli feci girare tutto l’appartamento. Il suo commento fu:
- Devi essere molto diversa dai tuoi. La tua camera è l’unica a differenziarsi dal resto della casa.
Effettivamente, dalla sala alla camera dei miei, tutta la casa era arredata con mobili vecchio stile, anzi in alcuni casi si trattava di autentici pezzi d’antiquariato. Nella mia stanza, invece, a governare era non un principio estetico ma di packaging: non potevo permettermi di usare mobili particolarmente belli o ricercati, se poi non mi permettevano di collocare nel modo più razionale e meno dispendioso tutti i miei libri, dischi e videocassette.
Adoravo sentirmi circondata dalle mie collezioni: erano parti di me che tenevo costantemente sott’occhio. Erano l’unica parte della casa che spolveravo volentieri, che tenevo con cura, che restauravo se mi accorgevo di una pagina strappata o un angolo piegato. Ci mettevo la massima cura, e una dose di pazienza che per altre cose mi era del tutto estranea.
In definitiva, camera mia sembrava tutta uno scaffale: ogni angolino era meticolosamente sfruttato tramite comodissime scansie che potevo spostare e ricollocare ogni volta che lo spazio finiva, quando dovevo rivedere da capo la collocazione di ogni pezzo. Ora avevo da poco finito uno dei miei ciclopici riassestamenti, sicché la camera era ordinata e aveva un delizioso aspetto di precisione svizzera.
Daniele si piazzò immediatamente davanti ai due videoregistratori.
- Che roba è questo qui? - domandò indicando il più piccolo dei due.
- Sono quelli che si adoperano in Giappone, lì non usano i VHS. L’ho preso per poter vedere le videocassette in lingua originale.
- Ma, studi il giapponese? - chiese lui spalancando gli occhi.
Scossi la testa.
- No... però a volte vengo a sapere che escono film molto belli che in italiano non vengono tradotti... così me li compro in giapponese, e almeno mi guardo le immagini. Altri, invece, li ho sia in italiano che in giapponese.
Daniele non sembrava convinto, e in effetti ero stata volutamente ambigua nella mia spiegazione.
- Cioè... ti interessi di cinema orientale? Voglio dire, Kurosawa e roba del genere...
Decisi di calare le carte in tavola: se anche Daniele avesse reagito guardandomi come se fossi una cretina, non sarebbe stato il primo né l’ultimo.
- Guarda - gli dissi indicando una serie di scaffali alla sua destra; - quella è la mia collezione di cassette originali.
Daniele passò in rassegna le costine e lesse i titoli, che in alcuni casi erano tradotti in inglese.
- Non ne conosco neanche uno... Record of Lodoss War, Cyber City, Bubble Gum Crisis... ma mi spieghi che roba è?
E la sua perplessità aumentò quando lesse i titoli traslitterati dal giapponese:
- Oniisama e..., Grendizer, Versailles no bara, Hokuto no Ken... ma che razza di film sono? E perché di alcuni c’è più di una videocassetta? Sono telefilm a puntate?
Tirai giù la cassetta di Grendizer, sapendo che nessuno avrebbe potuto non riconoscerla, e gliela mostrai. Quando Daniele vide il disegno in copertina, si illuminò:
- Goldrake! Quello che tirava i missili e le lame rotanti! Ma questo io lo guardavo quando ero piccolo!
“Alè, ci siamo”, pensai.
- E io invece lo guardo anche adesso che sono grande - ribattei con un pizzico di acidità.
Lui non se ne accorse neanche. Iniziò a tirare giù altre cassette, per vedere se era in grado di trovare altri personaggi a lui noti. Riconobbe Maison Ikkoku, che aveva visto nella traduzione italiana Cara dolce Kyoko, e poi anche Macross, che lui conosceva come Robotech. Mi chiese se poteva vederne qualche pezzetto, e così passammo le due ore successive a guardare frammenti di Mazinga Z, Heidi, Devilman e Jeeg Robot.
Daniele guardava quelle vecchie puntate di cartoni animati con un pizzico di commozione, probabilmente ricordandosi di quando era piccolo e, come tutti i bambini, aspettava ansiosamente di vedere se Mazinga ce l’avrebbe fatta di nuovo, oppure se i nemici lo avrebbero sconfitto. Probabilmente anche lui aveva seguito trepidante la sconfitta del perfido Hydargos e il primo bacio tra Lamù e Ataru Moroboshi.
- E così - concluse dopo aver soddisfatto la sua ansia di revival - tu collezioni cartoni animati come se fossero francobolli.
- Bè, non solo cartoni animati. Ho anche un po’ di film tradizionali, tipo Via col vento... se ne parlava stamattina, no?
- Sì, certo. Comunque hai bisogno di una quantità di spazio notevole per tenere tutte ‘ste cose!
Annuii.
- Se fosse solo per le videocassette, ce la farei anche... ma poi ci sono anche i libri e i dischi, quindi capisci che lo spazio è sempre poco...
Non l’avessi mai detto. Altre tre ore per spulciare fra romanzi e saggi, e per accesi dibattiti volti a decidere quale fosse il romanzo più bello tra Il rosso e il nero, Capitani coraggiosi e I promessi sposi. Una trilogia originale, venuta fuori il cielo sa come, ma che costituì un impegnativo argomento di conversazione. Poi c’era tutto il reparto riservato ai fumetti, e anche lì tirammo giù di tutto, da Tex ai Fantastici Quattro.
A un certo punto Daniele mi chiese il permesso di usare il bagno, e quando tornò si era portato dietro Daisy.
- E’ tuo questo papero?
- Non è un lui, è una lei! Si chiama Daisy.
E mi resi conto di aver parlato senza pensare, trattando Daisy come un essere vivente davanti a un’altra persona. C’era mancato poco che li presentassi.
Tump tump, mi faceva il cuore in petto. Una sciocchezza. Però ero emozionata da morire... potevo continuare su quella strada? O invece dovevo trattenermi? Che cosa avrebbe pensato Daniele? Eppure mi era venuto così spontaneo, così naturale. Chissà se Daniele poteva essere la persona giusta per parlare come volevo, per agire come sognavo, anche se alla fine lo trovavo triste.
Tump tump.
Tump tump tump.
Alla fine fu lui a darmi la risposta. Guardò Daisy nel suo ormai unico occhio azzurro e le disse:
- E io mi chiamo Daniele. Ciao, Daisy. Molto lieto.
Subito gli andai vicino e premetti la pancia di Daisy.
- Quack quack - fece lei.
- Gli sei simpatico - aggiunsi io - altrimenti non ti avrebbe risposto. Sapessi quanto è timida.
Daniele sorrise, disposto a portare avanti il gioco.
- Oh, grazie, Daisy. E’ un onore per me godere della tua stima.
Abbozzò un piccolo inchino di cortesia, poi appoggiò Daisy sulla scrivania.
- Sai - mi disse - dovrei farti conoscere Donald.
- Chi è? Un tuo amico?
- Abita in casa mia. Ha il becco giallo, le piume bianche e un completino da marinaio.
- Paperino! - esclamai.
- Donald Duck - corresse lui. - O, almeno, il mio amico si chiama Donald. Non credo che gli piacerebbe essere chiamato Paperino.
- Un giorno verrò volentieri a conoscerlo - dissi entusiasta - e starò attenta a chiamarlo Donald.
Ridemmo insieme.
Ridemmo perché eravamo complici in qualcosa che avevamo sempre dovuto fare da soli prima di allora.
Ridemmo di gusto, perché un nostro desiderio era stato soddisfatto in un momento in cui nessuno se lo aspettava, in una sera che doveva contemplare semplicemente una cena.
Ridemmo come pazzi, increduli, entusiasti.
Ridemmo tra una recitazione e un’altra, tra una battuta e l’altra. Per un po’ giocammo ad essere Amleto e Ofelia, quindi Hansel e Gretel. E poi fummo Rossella e Rhett, e poi Galadriel e Celeborn, Superman e Lois Lane, e così via finché non iniziammo ad intrecciare un personaggio con un altro, una storia con un’altra, e a farci quello che ci pareva. Così finì che Renzo e Lucia si lasciarono, l’Uomo Ragno morì spiattellandosi contro un grattacielo e Marco Polo se ne rimase in Mongolia col suo amico, il Gran Khan.
Quando poi scoprii che anche Daniele conosceva la fiaba della Principessa della Selva dei Glicini, fu veramente il massimo. Recitammo la fiaba dall’inizio alla fine. Io ero la Principessa e lui era An, il giovane cinese che se ne innamora. Quando, come la storia prescrive, la Principessa lo lasciò, vennero le lacrime a tutti e due.
Erano ormai le due di notte. La città era silenziosa, avevamo spento il videoregistratore e il compact disc. Solo lo sguardo di Oscar vegliava su di noi.
La stanza era in preda al disordine: libri e fumetti ovunque, per non parlare delle custodie delle videocassette, aperte qua e là. Al momento, però, non diedi importanza alla cosa. In ordine o meno, ero pur sempre circondata dai miei amici del cuore, e però non ero da sola come le altre volte. E non ero neppure con qualcuno di fisicamente presente, ma che non percepiva il senso di calore che quegli oggetti mi davano: Daniele sembrava godere di quell’atmosfera quanto me. Non era come le mie amiche, non era come Francesco. Men che meno come papà.
Forse ci sembrò l’ora giusta per parlarne, o forse era da molto tempo prima che avremmo voluto farlo. In ogni caso dovevamo farlo, prima o poi. Fu lui ad iniziare.
- Parli spesso con Daisy?
- Abbastanza. Più che altro quando faccio il bagno. E tu con Donald?
- Tutte le sere, prima di andare a letto. E’ un buon amico. Sa ascoltare.
Pausa di silenzio.
- E quando parli con Daisy siete sempre da sole?
- Sì.
Daniele sospirò piano.
- E magari non ti senti tanto normale.
- No, infatti.
Altra pausa.
- Ho letto dei libri, sai, su... su questa cosa. Sai come la chiamano? Il compagno immaginario.
- No - corressi io; - il compagno immaginario è quando non c’è nessuno e tu ti immagini qualcuno con cui parlare o giocare. Noi invece usiamo delle immagini esistenti. Voglio dire, il pupazzo Daisy esiste, e anche Donald.
- Non è poi così diverso.
Ci pensai un attimo.
- No, non lo è.
Poi chiesi:
- Dici che siamo un po’ pazzi?
- Forse sì. Però pazzi innocui.
- Come i mitomani.
- O i cleptomani.
- O certi schizofrenici.
- Insomma, siamo un po’ fuori.
- Ti prego, non usare quell’espressione.
- Quale?
- “Essere fuori”. Me l’ha detto oggi il mio ragazzo al telefono, proprio mentre gli parlavo di Daisy.
- E ci sei rimasta male?
- Ma no, ormai ci sono abituata.
- Il tuo ragazzo non... condivide le tue passioni?
- A dire il vero non gliene parlo molto. Oggi gli avevo semplicemente detto che ero nella vasca con Daisy, e che poi avrei chiacchierato con uno dei vari “compagni”.
- Andiamo bene...
- In che senso?
- No, scusa, non volevo criticarlo...
- Figurati, lo faccio già io.
Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti, entrambi sentendoci delle specie di malati di mente. I compagni immaginari se li fanno i bambini, non i venticinquenni. Le persone serie non lo fanno. Le persone serie non parlano coi pupazzi, non usano personaggi di mondi fantastici come proiezioni della propria coscienza. Le persone serie, quando devono pensare a qualcosa, ci pensano e basta, non blaterano a vanvera con interlocutori inesistenti. Le persone serie non considerano pupazzi e figure come buoni amici. Le persone serie sono persone serie e si occupano di cose serie.
- Ce l’hai Il Piccolo Principe? - mi chiese Daniele.
- Certo.
- Me lo prenderesti un attimo?
Tirai fuori il libro dallo scaffale e glielo passai. Lui iniziò a sfogliarlo, finché non trovò il punto che gli interessava. Si alzò in piedi e iniziò a declamare:
- “In quel momento mi dicevo: «Se questo bullone resiste ancora, lo farò saltare con un colpo di martello». Il piccolo principe disturbò di nuovo le mie riflessioni. «E tu credi, tu, che i fiori...» «Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io!» Mi guardò stupefatto. «Di cose serie!» Mi vedeva col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un oggetto che gli sembrava molto brutto. «Parli come i grandi!»”
Daniele interruppe la lettura.
- Non ti sembra molto istruttivo?
Lo guardai scettica e feci segno di no con la testa. Lo sguardo interrogativo di Daniele mi spinse a spiegarmi.
- Si dà il caso che noi siamo grandi. E poi non puoi giustificare i nostri... come dire, ingressi forzati nella fantasia usando Il Piccolo Principe. Un romanzo sarà sempre dalla parte dei romanzi.
Daniele mi guardò deluso:
- Ingressi forzati, li chiami?
- No, hai ragione. Non è il termine adatto. Sono ingressi falsi. Sono illusioni, sono menzogne. Noi recitiamo, facciamo finta, ci illudiamo. Ma noi siamo di qua e loro - i personaggi, i mondi della fantasia - sono di là. E non c’è un cavolo da fare. E al massimo possiamo sognarle, certe cose. E comunque, poi ci svegliamo.
- La stai mettendo giù pesante - fece lui.
- La sto mettendo giù com’è - replicai io.
Daniele aveva proprio voglia di insistere.
- Sì, però almeno quei piccoli momenti di illusione saranno pure meglio di niente, oppure no?
- Questo non saprei dirtelo. A volte sì, mi sollevano e mi distraggono. Altre volte sono tristi, perché sotto sotto so che sono falsi.
Lui fece spallucce e rifletté un attimo.
- Posso chiederti una cosa?
- Certo - feci io.
- Chi è il tuo... compagno immaginario preferito?
Daniele non immaginava che bella domanda mi avesse appena fatto. Adoravo parlare di Oscar, sempre. Anche quando il contesto era un po’ triste, anche se mi sentivo un po’ scema. Però, Oscar era Oscar.
- E’ lei - risposi, indicando il poster sulla porta.
- Ah, beh! Ecco spiegato perché sei così depressa!
- Ehi, un momento! Io non sono depressa, e comunque non vedo cosa c’entri lei!
Daniele rise.
- Bè, certo non mi dirai che Lady Oscar sia un tipo allegro. Se tu passi il tuo tempo a parlare con lei...
Assunsi un piglio polemico.
- Si dà il caso che lei abbia i suoi motivi per essere un po’ giù! Dico, mica ha avuto una vita facile, lei!
- Capirai... avrebbe potuto averla, se solo si fosse accorta un po’ prima di essere innamorata di André!
- Ma è perché prima si era innamorata di un altro! Insomma, alla fine si sono pur messi insieme, no?
- Ah, certo... e dopo due giorni, sono morti tutti e due. Io dico che, se si fosse decisa un po’ prima...
- Ma come faceva a decidersi prima! Aveva da pensare alla regina, alla rivoluzione, ai soldati, al padre stronzo, alla malattia...
- Quale malattia?
- Come, quale: la tubercolosi.
- Aveva la tubercolosi?!?
Lo guardai come un cerebroleso.
- Ma, lo hai visto il cartone animato o no? Certo che aveva la tubercolosi, a furia di fare la guardia all’Assemblea Nazionale sotto la pioggia...
- Ho perso qualche puntata. Va bè, ma allora era tonta! Non poteva starsene al coperto nella villona di famiglia, starsene a letto a riposare per qualche giorno e lasciare le altre guardie a mollo?
Mi stavo quasi arrabbiando.
- Lei era un soldato, lei! E faceva il suo dovere senza pensare a se stessa!
- Sarà... ma poi era guarita?
- No, era ancora malata quando è morta, durante la presa della Bastiglia...
- Hmm. Quindi il fatto che sia lei che André siano morti di morte violenta era anche uno stratagemma narrativo per risolvere i loro problemi di salute... lei tubercolotica, lui praticamente cieco!
- Bè, diciamo che è stato meglio che siano morti così. E poi, vuoi mettere, morire in un modo qualsiasi o sotto la Bastiglia?
Daniele annuì.
- Io non ho visto tutta la serie, ho perso dei pezzi. Però mi piaceva. Dài, adesso tu fai Oscar e io faccio André, e ci esercitiamo col fioretto!
E così recitammo tutte le scene fondamentali della storia di Oscar: i numerosi dialoghi con la regina Maria Antonietta e con il Conte di Fersen, la rapida carriera militare, gli scontri con Robespierre e Saint-Just, le prime scaramucce tra popolo e soldati.
Ma non arrivammo in fondo alla storia. André non venne colpito sull’argine della Senna, e Oscar non cadde sotto i colpi dei fucilieri della Bastiglia. La nostra recitazione si fermò alla notte del 12 Luglio 1789: la prima notte (e, per loro, l’ultima) fra Oscar e André. Recitammo fedelmente ogni singola scena senza saltare niente. Ma proprio niente.
Ci svegliammo la mattina dopo, verso le otto, nel mio letto. Daniele fece un attimo mente locale, guardò l’orologio e si rese conto di essere in ritardo per andare a lavorare. Si alzò di scatto e si rivestì.
Io rimasi nel letto, sotto le lenzuola, a guardarlo. Sa il cielo cosa stava pensando, ma io avevo già abbastanza da fare con ciò che stavo pensando io. Perché l’avevo fatto? Come mi era venuto in mente? E come l’avrei messa con Francesco?
Lo avrei lasciato, per forza. Quando fai le corna a uno, vuol dire che non sei poi tanto innamorata. Ma cosa gli avrei detto? Che gli avevo preferito Daniele perché leggeva i fumetti e guardava i cartoni animati, e perché parlava con Donald e Daisy, e perché sapeva fare le parti di Rhett Buthler e André Grandier?
E poi, dettaglio non trascurabile, come avevo fatto ad innamorarmi di Daniele in una sera? Oppure era da un po’ che, frequentandolo, me ne ero innamorata senza saperlo, proprio come aveva fatto Oscar con André? Oppure non ne ero affatto innamorata e avevo semplicemente passato una bella nottata?
Insomma, era un casino. Un casino e nient’altro.
- Qualcosa non va? - mi interruppe Daniele.
Sorrisi, un po’ impacciata.
- Eeh, insomma... cioè...
- Sì, ho presente... non è che anche io avessi calcolato niente, ma d’altra parte è andata così e...
Lo interruppi:
- Senti, ne riparliamo. Adesso fila, se no fai tardi.
- Okay. Ti chiamo stasera... ti trovo?
- No, stasera ho da fare. Magari ti chiamo io quando torno.
- Okay. Ciao...
- Ciao.
Non ci salutammo neppure con un bacio. Ci vergognavamo tutti e due da morire per come erano andate le cose: lui perché temeva di avermi dato l’impressione di aver avuto secondi fini sin da quando mi aveva telefonato, e io perché pensavo a Francesco.
Quella sera non fu facile lasciarlo, Francesco intendo. Fui talmente impacciata e incerta mentre cercavo di spiegargli i perché e i percome, che lui pensò giustamente che lo stessi prendendo in giro. Me ne disse di tutti i colori, e altrettanto feci io. Però non mi sentivo addolorata. Più che altro rimpiangevo di non averlo fatto prima. Ma come si fa ad essere convinti di essere innamorati di qualcuno, e poi di colpo a rendersi conto che non è affatto vero? Che cretina ero stata.
Quando tornai a casa, per prima cosa riordinai tutte le cose che avevamo lasciato in giro la sera prima: rimisi al suo posto Il Piccolo Principe, e riposi tutte le videocassette. Ad Oscar non dissi una parola.
Rimasi a lungo in silenzio, al buio, confusa. Mi sorpresi a pensare che quelli che per me erano stati due giorni incasinatissimi, nel quadro globale degli avvenimenti del mondo erano giorni come gli altri. Erano successe cose normali, anzi banali. La gente cena insieme tutte le sere, e si fa le corna più spesso di quanto non si creda; e ancora più spesso le coppie si lasciano, e gli stessi casini miei li avevano già vissuti chissà quante altre persone. Tutto era semplicemente regolare, ovvio e scontato. Tutto ciò che sarebbe stato più originale (che so: conoscere e servire la regina di Francia, guidare un enorme robot contro degli extraterrestri, volare con un mantello rosso sulla schiena) era disperatamente, tragicamente fuori dalla mia portata.
Telefonai a Daniele. Ci vedemmo ancora, spesso. Ci eravamo innamorati, e quindi stavamo insieme. Nulla di più giusto. Passammo tutta l’estate a lavorare; ancora io soffrii per il caldo torrido, ancora ebbi i miei sbalzi di pressione. Tutto regolare.
Sono passati due anni da allora, e ancora nulla è cambiato. Sto ancora con Daniele, e lavoro ancora per il piccolo editore di libri per l’infanzia. Adesso sto traducendo Kipling, e devo ammettere che rispetto a Beatrix Potter è più impegnativo. Stefania è sempre il mio diretto superiore, e sia con lei che con le altre vado molto d’accordo. Papà, come al solito, ogni anno passa qualche mese all’estero per lavoro. Continuo a detestare la moquette in corridoio e continuo a malsopportare di sentirmi nuda. Sarà una tara. Mi piace sempre andare a fare il bagno al fiume. Continuo anche a ritenere che, nella fiaba della Principessa della Selva dei Glicini, ci starebbero benissimo dei campanellini che suonano lievemente al suo passaggio. Faccio sempre il bagno con Daisy (quando non lo faccio con Daniele, intendo), e a quella povera paperella sta venendo via anche l’altro occhio. Ho conosciuto Donald, e anche lui non è in condizioni tanto migliori: le piume della coda le ha perse quasi tutte, e il nastro del berretto da marinaio è lacerato in diversi punti. Però è simpatico.
Ho trasferito un po’ di libri, fumetti e videocassette in soffitta, accuratamente imballati in degli scatoloni; la mia camera potrà anche essere il miglior esempio al mondo di sfruttamento dello spazio, ma non è infinita. E papà non ne vuole sapere di avere le mie idiozie in giro per casa.
Il poster di Lady Oscar è sempre al suo posto, sulla porta. Prima o poi dovrò incorniciarlo, in modo che non ingiallisca.
Lei è sempre più bella: ha sempre i capelli biondi al vento, il mantello bianco, le spalle protette da sottili piastre metalliche, la mano destra sull’elsa della spada e la sinistra sulle briglie. Interpreto di volta in volta il suo sguardo così enigmatico, e capace di dire qualsiasi cosa. A volte mi piace pensare che fondamentalmente esprima tristezza per non poter veramente parlare con me.
Qualsiasi cosa io faccia, ne parlo con lei e così rifletto ad alta voce. Le pongo tutti i miei dubbi, tutte le perplessità, tutte le incertezze e, quando per qualche motivo sono tesa, arrabbiata o triste, aspetto disperatamente un commento alle mie domande, un consiglio, qualche parola di conforto.
Ma lei, naturalmente, non mi risponde mai.


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