mercoledì, ottobre 11, 2006

Raccolta 1996 - il secondo racconto

Incredibile: frugando con più attenzione nell'hard disk, ho ripescato un file dove mi ero anche scritta il titolo di 'sta benedetta raccolta. Si chiamava Storie vere, storie false (1991-1996). Insomma raccoglieva robe che avevo iniziato a scrivere quando avevo vent'anni. Maremma come passa il tempo...!
Va bè: detta la banalità del giorno, ecco il secondo racconto. Appena passabile.

LA LEGGE DEL BOSCO

Se ogni anfratto del mondo di elfi
e folletti colmassimo, dèi e dimore
formando di tenebre e splendore,
se dei draghi evocassimo il seme, ne è nostro il diritto
(e la scelta dell’uso). Tal diritto ancor vale.
J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”

C'era una volta, e c'è ancora, in un paese molto lontano, un bosco enorme, abitato dai popoli degli Elfi e delle Fate. In questo bosco, da secoli e secoli non era mai entrato nessun umano, perché gli Elfi e le Fate facevano (e fanno ancora) buona guardia e impediscono che la quiete della loro casa venga violata. Infatti, nelle ere antiche, alcuni umani erano entrati nel bosco, ma vi avevano portato solo sventura e distruzione, per cui i Popoli Magici avevano ben pensato di chiudere tutti i rapporti con loro. Questa legge vige ancora, nonostante i Popoli Magici sappiano bene che anche fra gli umani esistono persone tutt'altro che malvagie; ma la paura, e i ricordi, sono ancora troppo radicati, e così il bosco resterà vietato agli umani ancora per molto.
In questo bosco accadde, qualche tempo fa, un fatto straordinario: il re degli Elfi e la regina delle Fate si sposarono. In verità, un'altra legge che esisteva da sempre, e della quale nessuno ormai sapeva più il motivo, vietava nel modo più assoluto il matrimonio tra un elfo e una fata; gli elfi dovevano sposare le elfe, e le fate dovevano sposare i maghi. La legge non prevedeva eccezioni, e anche in questo caso l'osservanza era rigidissima. Ma ad innamorarsi l'uno dell'altra furono proprio il re e la regina, e grazie al loro potere riuscirono ad ottenere di essere l'eccezione che conferma la regola; in più, e su questo nessuno poteva dare loro torto, se nessuno sapeva più a che scopo era stata formulata quella legge nei secoli passati, forse era perché gli antichi motivi erano decaduti.
Così, il matrimonio fu accompagnato da grandi festeggiamenti e banchetti, e altri ne furono organizzati quando la regina annunciò di aspettare un bambino. Un erede, un principe che avrebbe avuto il sangue di entrambi i Popoli Magici, e che avrebbe ereditato la delicata bellezza delle Fate e gli occhi colore del cielo sereno, come li hanno tutti gli elfi. Il re e la regina erano felicissimi, e si auguravano che questa nascita avrebbe portato buona sorte al bosco.
Il giorno della nascita, il re non voleva separarsi da sua moglie, ma le fate levatrici non vollero sentire ragioni e gli chiusero la porta in faccia; e lui, come tutti i futuri papà, si mise a passeggiare avanti e indietro, finché non scavò un solco per terra.
Si fermò di scatto quando udì il suono inconfondibile del pianto di un bimbo, e non stette più nella pelle dalla gioia: l'erede era nato, l'elfo-mago mai esistito prima! La fusione delle due razze, per troppo tempo negata, aveva dato il suo primo frutto!
Ma, cosa molto strana, nessuno veniva a dirgli niente, e neppure lo facevano entrare, per vedere suo figlio e sua moglie. Dopo parecchi minuti, infine, uscì una fata levatrice, con un'espressione così triste che il re elfo temette il peggio.
- Sire... - cominciò lei.
- Cosa? Cosa è successo? - la interruppe il re con ansia.
- Ecco... vede...
- La regina? Sta male la regina? - tuonò lui.
- No, no, maestà, la regina sta benissimo... ma il bimbo... il bimbo in realtà è... è una femmina, e...
- E' femmina? Tutto qui? Certo, avrei preferito un maschio, ma in ogni caso potremo averne altri...
La levatrice, sconsolata, lo interruppe:
- No, no, maestà, non è tutto qui. E' una femmina e lei è... ecco, lei... è umana - concluse con un filo di voce.
- Umana? - ruggì il re elfo; - umana?!?
La voce si sparse come un lampo nel bosco, la parola "umana" era in bocca a tutti. Si consultarono scienziati, indovini, astrologhi, e tutti, dopo esami e studi approfonditi, giunsero a un'unica conclusione: gli accoppiamenti tra elfi e fate rischiavano di dare origine ad esseri umani!
La legge tornava ad avere senso: e, per la prima volta dopo secoli, un umano era entrato nel bosco dei Popoli Magici. Elfi e Fate non facevano che parlare di questo scandalo, e neanche il re e la regina sapevano cosa fare. Era parte di loro, era la loro bambina... ma era umana!
Nonostante i loro sforzi, nonostante sapessero che era parte di loro, non riuscirono ad impedirsi di ripudiarla, perché la sola idea di una presenza umana nel bosco era intollerabile. Così, scelsero di portarla lontano dal bosco; ma si impegnarono almeno ad assicurarle una vita più felice possibile nel mondo di quelli della sua razza. La fecero allevare da una coppia di umani, e anzi agirono su di loro con potenti incantesimi, in modo che essi stessi ritenessero sinceramente di essere i veri genitori della bambina; e infine, sperando di aver agito per il meglio, chiusero ogni rapporto col mondo esterno.
Si limitarono, ogni tanto, a mandare qualche spia per verificare che la bambina crescesse bene; e videro che, come tutti gli umani, aveva i suoi momenti di dolore e di sofferenza, ma ne aveva anche di amore e allegria. In definitiva, la loro decisione pareva essere stata buona.
Sembrava che tutto avesse trovato la sua conclusione: ma il re e la regina si amavano troppo per rispettare la legge del bosco, e dopo meno di un anno la regina era in attesa di un altro bambino. Saggi, ministri e consiglieri erano inferociti: ma i sudditi, loro cominciavano a capire. Da quando i due popoli avevano gli stessi sovrani, elfi e fate avevano iniziato a frequentarsi molto più di quanto non fosse accaduto in passato: e molti, da una parte e dall’altra, si erano innamorati. Tuttavia non osavano ribellarsi alla legge, perché la vicenda della prima bambina dei sovrani aveva scosso i loro animi.
Ma il secondo figlio della regina non era umano: era un elfo, in tutto e per tutto. Allora coloro che, da un popolo all’altro, si erano innamorati, celebrarono le loro unioni: e molti furono i bambini che nacquero negli anni successivi.
Alcuni nascevano elfi; altri, fate; altri erano umani. I Popoli Magici ce la misero tutta, ma non riuscivano a vincere la loro repulsione verso la razza umana; e tutti coloro a cui toccava la disgrazia di avere un bambino umano, lo portavano al di fuori della foresta e facevano come avevano fatto, la prima volta, il re e la regina.
E così è, ancora oggi. Sono trascorse generazioni, e ancora Elfi e Fate si sposano, e se hanno figli umani li fanno venire a vivere nel nostro mondo e li dimenticano. Quei bimbi, crescono e vivono tra noi; non sanno che i loro lineamenti, più regolari di quelli degli uomini comuni, e i loro occhi, solitamente verdi o azzurri, testimoniano la loro discendenza dai Popoli Magici.
C'è una cosa buffa, a proposito: quelli di loro che leggono questa storia, sono convinti che si tratti di un’opera di fantasia. Non gli passa neanche per l’anticamera, che potrebbero esserne loro i protagonisti.
E perdono tutto ciò che di buono questo racconto poteva offrire loro.