venerdì, ottobre 13, 2006

Raccolta 1996 - il quarto racconto

Di questo racconto sono in grado di ricostruire l'età: l'ho scritto all'inizio del 1993. Me lo ricordo perché con questo racconto partecipai a un concorso letterario che si chiamava Mal D'Estro, aperto (credo) agli studenti universitari, e arrivai terza, vincendo un premio di ben 100.000 Lire. Insomma, preistoria. Quando poi nel '96 decisi di mettere insieme un gruppetto di racconti per l'altro concorso, vi inserii anche questo. Come il racconto precedente, è spudoratamente citazionista e post-moderno, ma una volta individuato il giochino su cui si basa, non ha più molto da dire.

IL VERO VOLTO DI ALEC KHIN

Da dove vengono i sogni, da dove i misfatti e come
immaginare il bello e il nefando?
J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”


Una sera, il principale mandò a chiamare Alec Khin: uno dei dipendenti più infidi, subdoli e spregiudicati dell'azienda. E Alec, sebbene un po' timoroso, si avviò immediatamente verso l'ufficio del capo.
Si fermò per un istante davanti alla targa di ottone, che riportava la scritta: "Luke Hyper, presidente".
- E' pe-pe... permesso? - domandò bussando alla porta.
- Khin? - tuonò la voce del principale dall'interno.
- Sì, signore.
- Entra pure.
Alec aprì la porta e si trovò davanti al suo imponente e temutissimo datore di lavoro.
- Allora - cominciò il presidente senza far caso alla tremarella del suo impiegato - mi è giunta notizia che ti farebbe piacere un trasferimento.
- Ehm... sì, signore. Lavoro alle stesse cose da secoli, e cominciavo a voler cambiare.
- Bene, bene. Ti ho mandato a chiamare, Khin, perché voglio vedere come te la cavi come agente sul campo. In effetti, è da troppo tempo che resti confinato in ufficio, mentre altri tuoi colleghi scorrazzano su e giù per il mondo.
- Sta dicendo sul serio?
- Ho mai avuto la faccia di uno che scherza?!?
- No... no, ci mancherebbe... - replicò Alec tremando, ma poi soggiunse tra sé e sé: "Vecchio barbogio surgelato..."
- Bene - riprese il capo - allora, se sei d'accordo (ma anche se non lo sei, naturalmente) ti mando in Italia.
- Addirittura nella patria di quel tizio che...
- Khin! - ruggì il capo. - Sai quanto odio quell'uomo e il suo lavoro, e non azzardarti a nominarlo, ma anche in Italia dovremo pur mandarci qualcuno!
- Va bene, va bene... ma dove, esattamente?
- La scelta è tua; vedi un po' dove preferisci.
Così, Alec scelse il primo posto che gli venne in mente, uscì dall'ufficio del principale e andò a preparare i bagagli. Salutò i colleghi e partì per Italia.

* * *

Un paio di settimane dopo, Alec si disse che, se il principale avesse controllato il suo comportamento di "agente sul campo", sarebbe rimasto molto male. Si immaginava già cosa avrebbe detto: «Khin, non ti stai impegnando affatto, speravo in almeno un paio di clienti. E invece, tu, niente! Non solo non procuri contratti, ma perdi il tuo tempo andando in giro con quell'oca che ti sussurra frasi d'amore!»
Già, perché nell'arco di due settimane Alec si era trovato la ragazza. E tutto sommato - si diceva - anche quello poteva essere considerato lavoro, perché forse, un giorno, Isabella avrebbe potuto diventare cliente del suo capo.
Per lei si era letteralmente trasformato. Normalmente Alec era arrogante, spregiudicato, violento, collerico, ruffiano: praticamente un’accozzaglia di difetti. Ma davanti a lei si mostrava tenero, sensibile, gentile, educato, generoso, galante: un vero angelo.
Isabella era una ragazza splendida. Assomigliava un po' a Michelle Pfeiffer nel film "Lady Hawk", dove peraltro la protagonista si chiama appunto Isabeau... anche se ad Alec quel film non era mai piaciuto, perché in generale detestava le storie a lieto fine. A parte questo, usciva spessissimo con Isabella ed era molto fiero di aver conquistato il suo amore. Tra l'altro si sentiva un po' imbarazzato, perché ogni volta che si parlava di lavoro gli toccava cambiare discorso... la sua ditta era unica nel suo genere (una via di mezzo tra un albergo e un'agenzia di viaggi), ma un po' particolare, e insomma non era il caso di raccontare troppe cose. Isabella sapeva solo che il principale di Alec si chiamava Luke Hyper; che, come lui, era straniero, e che era un tipo collerico; e poi, che Alec lavorava per lui da secoli e aveva generalmente incarichi di pubbliche relazioni, principalmente per ciò che riguardava la permanenza degli ospiti dell'albergo.
Invece, lui sapeva tutto di lei. Isabella era una persona colta e istruita, che sapeva discorrere piacevolmente di musica, cinema, letteratura e tante altre cose. E così Alec passava praticamente tutto il suo tempo con lei; il problema era quello di conciliare la presenza di Isabella con le faccende di lavoro, che esigevano un'attenzione a dir poco totale. Bisognava contattare parecchia gente, imparare a conoscerla, vedere se aveva le necessarie caratteristiche che accomunavano i clienti del suo principale, e poi coinvolgerle nell'affare, insomma un lavoro lungo e meticoloso. Ma lui, no: lui si era intestardito con Isabella, una ragazza talmente buona e sincera, che riuscire a stipulare un contratto con lei sarebbe stato il massimo, il signor Hyper lo avrebbe sicuramente promosso. E così, stava sempre con lei sia perché era la sua ragazza, e sia per il motivo più professionale. Passarono altre tre o quattro settimane, durante le quali lei si innamorava sempre di più e lui temeva le ire del principale, che aspettava invano nuovi clienti da un mese e mezzo. Senza contare che il signor Hyper non era famoso per la sua pazienza e la sua tolleranza.
Alla fine, fu il destino a decidere per lui. Una sera, usciti da un ristorante, ci fu un incidente: una macchina perse il controllo, sbandò e finì sul marciapiede dove si trovavano lui e Isabella. La ragazza strillò e spinse Alec da parte, finendo sotto la macchina al suo posto.
Non c'era più nulla da fare; Alec si chinò su di lei e raccolse le sue ultime parole.
- Tu stai bene... sei salvo? Avevo paura che...
- Sì, sì, sto bene, ma tu...
Si interruppe appena si accorse che era morta. La gente che si ammassava credette che la sua espressione assente e il suo pallore fossero dovuti allo shock e al dolore; in realtà, il suo pensiero era rivolto al signor Hyper. Tutte le ambizioni di Alec per la sua carriera erano sfumate con la vita di Isabella.
Mormorò a voce bassa:
- Mi hai spinto da parte perché temevi per la mia vita... stupida. I diavoli non muoiono.
Si allontanò dalla strada facendosi largo tra la gente con forza sovrumana e andò a sbattere contro un passante.
- E lèvati dai piedi, imbecille... Oh no, non tu!
- Ciao, Alec - rispose l'uomo. - Scusami, ma adesso ho da fare. Salutami il tuo principale, quando lo vedi.
Alec disse qualcosa tra i denti, abbassò la testa e scomparve nel buio. L'altro uomo si fermò un istante per controllare che Alec non tornasse indietro ad infastidirlo; poi si diresse verso il luogo dell'incidente a compiere il suo lavoro.

* * *
- Khin? Dov'è finito Alec Khin? Khin, ti vuole il capo!
Alec tremò come una foglia e si avviò per i vari fossi e scarpate, passando tra i colleghi che ridacchiavano alle sue spalle. Attraversò il Pozzo Dei Giganti e il Cocito e si trovò nuovamente davanti alla porta dell'ufficio del principale. Bussò timidamente e, dall'interno, rispose la solita voce:
- Chi è?!?
- Sono Alec Khin, signor Hyper... posso entrare?
La voce si fece suadente e melliflua:
- Oh, eccome se puoi...
Alec si fece coraggio ed entrò, venendo travolto da folate di vento gelido che il principale produceva con le sue enormi ali.
- Khin, non ti dirò che sono deluso, né che sono arrabbiato con te... io sono NERO!
- Signore, la prego, aspetti un attimo...
- Aspettare? Ho aspettato anche troppo! Un mese e mezzo senza nuovi dannati, e solo perché tu perdi il tuo tempo dietro a una causa persa in partenza!
- Senta...
- Sentire cosa? Ci sono migliaia di depravati, assassini, stupratori, pedofili, insomma tutta gente che si può far finire quaggiù come niente, tutta gente con cui si possono stipulare patti vantaggiosissimi, ma lui no! Lui doveva incaponirsi dietro a una che, non solo si innamora (che schifo) di lui, ma gli sacrifica anche la vita!
- Guardi...
- Chiudi le fauci! E, ciliegina sulla torta, chi incontri mentre stai venendo via? L'angelo che sta andando a prendersela! Ti rendi conto che hai fatto il gioco della concorrenza? Un dannato in meno per noi, un beato in più per loro!
- Ma io...
- Ma tu, cosa? Ti dico io cosa farai adesso! Primo, tornerai nella tua bolgia e non ti muoverai per almeno un secolo! Secondo, una volta alla settimana, ti immergerai nella pece bollente insieme ai barattieri! Terzo, non azzardarti mai più a chiedermi una promozione, mi sono spiegato?
Alec abbassò la testa:
- Sì, signore.
- Un'ultima cosa... togliti quel disgustoso travestimento da uomo, visto che rimarrai qui a Dite per parecchio tempo.
- Sì, signore.
Alec uscì dall'ufficio stizzito e arrabbiato. Ma, prima che potesse tornare nella sua bolgia, venne fermato da un'arpia.
- Khin? Khin, aspetti un attimo!
- Cosa c'è, ancora?
- Oh, nulla, formalità burocratiche. Vede, stiamo dotando l'Inferno di una modernissima rete di computer e ci servono i dati di tutti i dipendenti...
- Anche i computer, adesso? Non bastava che il capo si fosse fatto fare la porta con la targa e che dovessimo chiamarlo "signor Hyper"?
- Senta, non se la prenda con me. Anche io preferirei tormentare il tronco di un suicida, invece che stare qui a fare da segretaria. Mi dà i suoi dati, sì o no?
Alec sospirò:
- Cosa le serve sapere?
- Dunque, il nome lo so già... allora, residenza?
- Settimo cerchio, quinta bolgia.
- Tipo di dannati ospiti?
- Barattieri.
- Lei è alle dipendenze di?
- Mike Laked.
- Cioè, con la denominazione passata... vediamo se ce l'ho in archivio... sì, eccolo, Malacoda. Non le sembra che i vecchi nomi fossero più poetici?
- Sicuramente, ma con questa mania dell'americanizzazione...
- Eh già, eh già, i bei vecchi tempi. Sa cosa faccio? Tolgo la targa dalla porta del capo e ne metto un'altra, con scritto bello in grande: Lucifero, altro che Luke Hyper, che mi sembra l'eroe di Guerre Stellari!
- No, quello era Luke Skywalker... il nostro capo, nei cieli non ci cammina affatto, le pare?
- Trova ancora il coraggio di scherzare, dopo la lavata di testa che le hanno fatto! Lei è davvero un diavolo, Alec Khin. A proposito, l'ultima informazione: il suo nome originale, prima che il capo decidesse di anglicizzare tutto.
- Alichino. Basta così?
- Sì, adesso la sua cartella è completa. Alichino... sì, era un nome molto più bello. E le dirò, fa anche la sua figura in quel poema di quell'italiano del Medioevo...
La voce di Lucifero tuonò dall'ufficio, producendo tali vibrazioni che il ghiaccio del Cocito si crepò in più punti.
- Vi ho sentiti! Potete criticare quello che volete sulle mie decisioni di modernizzarci un po', potete dire tutto quello che vi pare (tanto in ogni caso si fa come dico io)... ma non nominate quel poema e men che meno il suo autore!
- Va in bestia ogni volta che se ne parla... - commentò l'arpia. - Mah... solo perché una volta lo ha calpestato.
Alec Khin (nonché Alichino) fece spallucce e tornò al suo posto. Si tolse il travestimento, riprese il consueto aspetto demoniaco e si rimise a tormentare i barattieri.
Non sono passati molti anni da quando si sono svolti questi fatti, quindi è presumibile che si trovi ancora lì, e che ogni tanto litighi con Ciampolo e sfoghi su di lui l'amarezza per la mancata promozione.