mercoledì, ottobre 11, 2006

Raccolta 1996 - il primo racconto

Primo dei sette racconti che componevano la raccolta di cui ho parlato nel post precedente. Oggi lo trovo semplicemente orrendo. Ero nella mia "fase Frank Miller" e non riuscivo a liberarmene. Santo cielo, che robaccia... si salva VAGAMENTE il finale, credo. E naturalmente la citazione all'inizio (ogni racconto era preceduto da una citazione, o di J.R.R. Tolkien o di Mario Luzi), che credo tuttora sia molto toccante, come peraltro l'intero poemetto da cui è tratta.


FOLLIA

Sognare non sempre è vanità, non sempre invano
vorremmo aver ragione di un dolore vero,
che non si vuol desiderare pel suo peso;
son senza grazia e resistenza e resa;
e l’esistere del male è certa offesa.
J.R.R. Tolkien, “Mitopoeia”

Le sue parole non le sento con le orecchie. Mi rintronano dentro la testa.
Colpisci.
Ancora. Colpisci.
Più forte.
Uccidi.
Uccidi, mi dice.
No, gli rispondo.
Perché devo prendermela con questa povera bestia? E' solo un allenamento. Agisco solo per difesa; qualche colpo, al limite. Ma poi basta.
E così, dopo essermi brillantemente difesa e aver steso il cane, gli volto le spalle e faccio per andarmene. Pessima idea.
Non doveva rialzarsi così presto, gli avevo tirato quei certi nervi sul collo; e invece le sue zanne mi entrano nella gamba, e non mi storpiano solo perché trovano l'ostacolo del cuoio dell’anfibio. Sorpresa, reagisco abbandonandomi al mio istinto e prima di accorgermene io stessa affondo i miei denti sul suo dorso; sento in bocca il sapore del sangue. Che schifo, come ho potuto fare una cosa simile? Subito lo lascio e picchio sulla sua testa col gomito; finalmente molla la gamba e si becca un calcio nei denti che lo fa indietreggiare. Allora gli piombo sulla schiena e lo immobilizzo con la presa del cobra, quella che usano i giapponesi.
- Possiamo fare basta, adesso?
- No.
- Ma ho vinto.
- Uccidilo.
- No.
- E allora lascialo e ti morderà ancora. Quello va avanti finché o tu o lui non siete morti.
So che un normale cane non farebbe così, quindi chiedo spiegazioni.
- Cosa gli hai fatto?
- Crack.
Lo ha imbottito di crack... quella droga schifosa che lì per lì ti fa stare come un dio, ma se sbagli di solo un grammo ti fa avere allucinazioni, convulsioni, istinti omicidi.
Detesto l'idea di ucciderlo, ma improvvisamente mi accorgo che non ne ho bisogno; ci ha pensato il crack stesso. Il mastino rantola e affloscia i muscoli.
- Ce n'era proprio bisogno?
- Credevo di sì; ma vedo che non è servito.
Non ha altro da dirmi, quindi prende e se ne va. So già che per oggi abbiamo finito e che lo rivedrò solo a pranzo. Lui e quell'altro.
E' penoso per me essere a contatto con due persone così diverse; la mia mente vorrebbe seguirne uno, il mio cuore l'altro. Tutti e due abili, tutti e due virtualmente perfetti: ma diversi, e io nel mezzo.
Sono venuta qui poco più di un anno fa, dopo che lei è morta. Perché, anche se il suo corpo vive, è scontato che ormai è morta.
Quando sono venuta non sapevo neanche io cosa volevo: solitudine, riflessione, allontanamento da quella civiltà che mi faceva ribrezzo, che mi aveva delusa. Quasi mi vergognavo di appartenere al genere umano.
"Ero fatto", diceva, "era della roba un po' fortina, sono un po' uscito di testa... lei era lì e io... insomma, lo sapete come funziona, no? E' stata lei a farmi entrare in casa sua, dicendo che tanto i genitori non c'erano. Poi, beh, il resto non è mica stata colpa mia, sapete... è che sono arrivate due pattuglie, e si sono messi lì a urlare con quei cosi, i megafoni: esci con le mani in alto, e allora io, spaventato e sconvolto, cosa faccio? Prendo la tizia, che non è vero niente che piangeva, in realtà era stata... com'è che si dice, consenziente... sì, insomma, c'era stata volentieri... e la sporgo dalla finestra, e gli dico che o mi lasciano andare o la butto giù... ma mica l'avrei fatto davvero, eh? E quelli mi cacciano le luci negli occhi, e io rimango un po' accecato, perdo un attimo l'equilibrio... e le finisco addosso, e lei cade di sotto... ma eravamo solo al primo piano... e poi i poliziotti mi hanno preso".
Io guardavo, guardavo... ancora speravo. Almeno l'ergastolo, dicevo. E invece no. Bravo, il suo avvocato, indubbiamente bravo (come se le parole "spaventato e sconvolto" e "consenziente" non gliele avesse suggerite lui). Compìto, in giacca e cravatta, gira la frittata. E' solo un ragazzo, non ha ancora compiuto i ventidue, era incappato in una compagnia di sbandati, l'avevano convinto a drogarsi, ne aveva presa un po' troppa, non era abituato, si è trovato davanti quella ragazza in minigonna che tornava dalla discoteca, probabilmente era un po' brilla anche lei; e allora non c'è stato affatto stupro, c'è stato un normale rapporto sessuale, voluto da ambo le parti, peccato non poter sentire la teste (in effetti, è fatica far testimoniare qualcuno che si trova in una sala di rianimazione). Poi, cosa volete, è stato un incidente: l'arrivo della polizia e il loro impietoso intervento lo hanno sconvolto, gli hanno fatto fare cose che diversamente non avrebbe mai fatto, e giù implicazioni psicologiche e rapporti di psichiatri parrucconi che vendono chiacchiere.
Peccato che la giuria abbia passato sottogamba il fatto che la polizia fosse stata chiamata da dei passanti che avevano sentito le urla della ragazza. Un vero peccato, ma in fondo, a sentire quell'avvocato, potevano essere urla di piacere, sapete come sono questi giovani d'oggi.
Sì, lo sappiamo. I giovani d'oggi portano avanti relazioni sentimentali e fanno l’amore buttando giù la porta, facendo a pezzi metà della casa e distruggendo lo specchio e la lampada della camera da letto.Oh, ma già, ad alcuni piacciono gli amanti focosi.
E poi, ovviamente, bustarelle. Oh, sì, era un "povero ragazzo", uno sbandato, ma intanto conosceva l'amico della ragazza del figlio del Tal Dei Tali, e una spintarella qui, e una spintarella là, si è beccato un paio d'anni sì e no. Mettici buona condotta e cose varie, non mi stupirei se a quest'ora fosse già uscito.
Comunque, all'epoca, la storia di questo processo era finita su tutti i giornali. In ospedale, vedevo i fotografi immersi nei loro lampi di luce, guadagnarsi lo stipendio fotografando una giovane ragazza ridotta come un vegetale. Oh, certo: è stato un incidente, ha sbattuto la testa, le è partita un’arteria, emorragia interna e poi ecco tante macchine intorno a lei, che la costringono a esistere senza vivere, sentire, capire. Il suo encefalogramma è piatto, un leggero ronzio che non cessa e non cesserà mai, perché i genitori non hanno il coraggio di lasciarla fuggire da quella finta vita. E pregano. Sì, pregate pure. Io sono stanca di preghiere.
Era una delle mie migliori amiche (era, non è; perché praticamente è morta), le volevo bene, lei ne voleva a me. Quella sera eravamo uscite insieme. Poi lei mi aveva accompagnata a casa ed infine se ne era tornata a casa sua. I suoi non c'erano. Vuoi venire a dormire da me?, mi aveva chiesto. E io: no, grazie, lo sai che poi i miei brontolano se sto fuori casa senza prima averli avvisati.
Non è stata colpa mia.
Proprio no.
No davvero. No.
E allora perché mi sentivo così vuota?
Perché adesso mi sento così vuota?
Perché mi sono trovata a non avere più niente. Nessuno che condividesse il mio dolore, anzi tanti che mormoravano che se con lei ci fosse stato qualcuno, se non fosse stata da sola...
E poi perché ho perso la mia amica.
E perché il suo assassino (perché è un assassino, non m'importa se il suo corpo vive, in realtà lei è morta e lui è un assassino) presto sarà libero. Se già non lo è.
Le hanno tolto anche la dignità. Lui, il povero ragazzo un po' sbandato; lei, la ragazzaccia ubriaca (non contavano, le analisi del sangue, no) che lo ha adescato.
Il resto? Un incidente.
Sì, un incidente.
In pochi giorni ho visto venire meno tanti valori in cui credevo. La giustizia, la dignità, la verità. Da quando sono al mondo, avevo sempre creduto in essi.
Povera illusa. Probabilmente anche gli altri valori in cui credo sono solo delle illusioni.
Non c'era più niente da dire.
Così sono andata via. In altre città, in altri paesi, dove ogni angolo di strada, ogni discoteca, ogni scuola non mi ricordasse quell'amicizia che era stata spenta da un pazzo drogato. E sono finita qui. Che posto è questo? Dove sono?
Oh, lo so benissimo. So in che continente, in che stato mi trovo. Ma non me ne frega niente. L'importante è che io sia lontana da quel mondo in cui non credo più. Qui ho conosciuto quelli che sono diventati i miei maestri, e anzi, purtroppo, uno mi è più maestro dell'altro.
Non c'è molto da dire su di loro, sembra di vivere in un film o in un romanzo: l'uomo che evita la civiltà occidentale e si rifugia in Tibet o in qualche posto simile dove un santone lo guida spiritualmente e gli insegna le arti marziali.
Ma qui è diverso. Io di maestri ne ho due. E quello che dovrebbe guidarmi spiritualmente è più lontano dell'altro, quello che mi guida fisicamente. Si chiama Yogj. La prima volta risi, pensando all'Orso Yoghi, e lui in cambio mi puntò addosso il suo nunchaku.
Allora smisi di ridere.
Yogj non è cattivo: solo, vuole far emergere tutto il potenziale dell'allievo, qualunque esso sia. Così mi dicevo le prime volte. Mi dico così anche adesso, ma con una differenza: comincio ad avere paura del mio pieno potenziale.
L'altro mio maestro è più normale. Il suo nome è Ghjej, e passa delle mezze giornate in meditazione e preghiera.
La cosa più interessante è che sono fratelli. Sono sempre vissuti insieme, ed insieme hanno appreso le arti di cui ora sono insegnanti. A loro piace insegnare: sono stati loro a chiedermi se volevo diventare loro allieva.
Io ho accettato, e a volte ne gioisco, altre volte sento di correre verso la dannazione.
La mattina lavoro con Yogj, e mi alleno fisicamente. Il pomeriggio è in parte dedicato al riposo e in parte alla meditazione, sotto la guida di Ghjej. E in quei momenti di silenzio sento la mia anima ribollire e cambiare. La sento cercare una pace che non trova, una soddisfazione che non vede.
Le mie domande sono sempre le stesse: che cosa sto cercando, che cosa voglio, che cosa desidero con tutta la mia anima? La risposta è chiusa dentro di me ed io faccio ogni sforzo possibile per negarla.
Ma Yogj e Ghjej la stanno facendo venire fuori. C'è un solo valore in cui entrambi credono: la sincerità del cuore. Che si può tradurre con: non negare ciò che senti, qualunque cosa sia.
Ogni giorno mi chiedono: che cosa cerchi? Che cosa senti?
E spesso io do risposte diverse a seconda di come mi sono alzata la mattina. Ma la verità deve ancora venire fuori, mi dicono. Non so se credere loro oppure no. Non so se accettare che qualcuno mi conosca meglio di come mi conosco io stessa.
Da qualche giorno, Yogj è passato a una nuova fase della mia istruzione: lo spirito con cui approssimarsi alla propria espressione fisica. Cosa pensare mentre combatto, come sentirmi mentre colpisco. Unire mente e corpo in un unica entità.
Ma io non ci riesco.
Ogni movimento, ogni lotta, anche questa col mastino che Yogj mi aveva mandato contro dopo avergli somministrato il crack, mi sembra sempre e solo un allenamento. Non sento altro che la determinazione e l'impegno, la voglia di migliorare.
Yogj è molto deluso.
Lo vedo andarsene via sconsolato, mentre si domanda se riuscirò mai ad essere sincera con me stessa.
Me lo domando anch'io.

* * * * *

E' passato un altro paio di mesi.
- Che cosa cerchi? Che cosa senti?
- Non lo so!
- Lo sai benissimo, invece. Ma lo neghi.
Ogni giorno così. Sono stanca. Ci sono volte in cui vorrei dormire senza pensare a niente, e invece ogni notte mi sembra di vederla: incosciente, attaccata a delle macchine. E poi vedo lui. Che ride, che se la gode, che magari a quest'ora è già fuori. Così penso tutte le notti. E ogni volta aumenta la mia voglia di stare qui per sempre, di non tornare mai più laggiù.
Ma se non voglio tornarvi, perché invece sento che lo farò?
Oggi Yogj e Ghjej mi hanno consegnato una busta. Non l'ho ancora aperta perché ne ho paura, chissà cosa vogliono darmi.
Finalmente la apro. E' un ritaglio di giornale. La foto dell'assassino (perché per quanto mi riguarda è un assassino) con la notizia della sua scarcerazione. Questo è lo stile di Ghjej e Yogj: niente parole, niente discorsi vuoti. Solo fatti.
- Yogj?
- Eccomi.
Non c'è altro da dire. Sa già cosa voglio. Voglio combattere, sfogarmi. Ghjej sembra dispiaciuto: sa che oggi scoprirò la verità, e che finirò per scegliere l'azione di Yogj alla sua meditazione.
Yogj, dopo qualche esercizio di riscaldamento, mi lancia contro due cani insieme. I suoi. Quelli che ha addestrato per uccidere. Chiudo i pugni e mi servo di tutte le tecniche insegnatemi da Yogj. Sento ancora le sue parole martellarmi le tempie.
Colpisci.
Ancora. Colpisci.
Più forte.
Uccidi.
Ma stavolta io ci sto, e non mi importa se questo è solo un allenamento: non mi limito alla difesa, ma attacco. E attacco in tutti i modi, anche i più sleali: picchio con un sasso sui loro denti, ferisco le loro orecchie col taglio della mano, gli ficco le dita negli occhi.
E tutto questo mi piace. Sorrido e intanto continuo ad avere in testa quel ritaglio di giornale. Pensarci mi rende più furiosa che mai.
Alla fine è Yogj stesso a cercare di fermarmi prima che gli faccia fuori tutti e due i cani, ma non ci riesce. Gli strappo di mano il nunchaku e gli avvolgo la catena intorno al collo. Poi stringo.
Yogj mi colpisce coi gomiti e si libera, dopodiché ordina nuovamente ai cani di attaccarmi alla gola. E mi rende felice, lascia che io dia sfogo alla mia rabbia.
C'è un'altra arma orientale che Yogj mi ha insegnato ad usare: il sai. Ne ho uno a disposizione, lo infilo fino all'elsa nella gola del primo cane. Il suo rantolo è musica per me. Il secondo cane finisce con la testa spaccata da una botta di nunchaku. Il suo ultimo guaito è una sinfonia.
La mia violenza è esplosa, la follia mi ottenebra la mente. Non lotto per allenamento, ma per necessità e per gusto. Mi rivolgo a Yogj e sento i miei occhi emanare lampi.
- A chi tocca?
- A noi.
Mi chino appena in tempo per evitare due shuriken e la rabbia mi assale ancor più: Yogj mi ha attaccato con un'arma che non mi ha ancora insegnato ad adoperare. E' stato sleale.
Bene. Lo sarò anch'io.
Fingo di colpirlo dove gli farebbe davvero male. Lui para, ma subito dopo le mie unghie arrivano al suo occhio destro. D'ora in poi Yogj sarà guercio. Tiene le mani sulla faccia insanguinata e resta in silenzio. Poi, di colpo tuona:
- Che cosa cerchi?
- Abilità!
- No.
- Violenza!
- Non solo.
- Vendetta!
- E che cosa senti?
La mia voce non trema quando afferra la verità.
- Sento ODIO! Odio verso quell'assassino!
- E allora - continua lui senza pietà per la mia anima - che cosa farai?
Tutti e due conosciamo la risposta, non c'è bisogno che la dica.
Il giorno dopo, lascio Ghjej e Yogj.
- Mi spiace, Ghjej. Tu ci hai provato. Ma la mia strada è un'altra.
- Io non credo nella vendetta. Ma tu fai ciò che credi giusto fare.
- Yogj... grazie di tutto. Mi spiace per il tuo occhio.
- Tanto ne ho un altro.
Non c'era altro da dire.
Sull'aereo, penso alle parole di Ghjej: fai quello che credi giusto fare. So cosa farò, ma non credo che sia giusto. Sto lasciando che cattivi sentimenti corrodano la mia anima, e tuttavia mi piace. Sento una malvagia sincerità aprirmi la mente.
La prima cosa che faccio appena tornata a casa è andare all'ospedale. Lei è ancora lì. Immobile, spenta. Il solito ronzio di sottofondo.
Quella sera, la mia caccia personale è più semplice del previsto. Offrendogli della droga a un prezzo abbastanza basso, lo attiro sotto casa della sua vecchia vittima. Lui riconosce il posto e ride.
Io colpisco.
Ancora. Colpisco.
Più forte.
Uccido.
Gioisco per un attimo alla vista del suo sangue.
Non riderà più, non cancellerà la dignità di altre persone. Non cancellerà la vita di altre persone; perché tanto lei non è viva: è morta. E lui era il suo assassino.
Vedo ancora il suo sangue e non gioisco più, la follia omicida si attenua.
Sono diventata come lui.
Ho consumato la mia vendetta ed ora non so più chi sono. Ho dannato la mia anima e non so più perché.
Tengo lo sguardo fisso sul suo sangue.
Arriva la polizia. Mi ammanettano, mi portano via in macchina, mi fotografano. Presto ci sarà il processo.
Non c'è più molto da dire.
In cella, passo il tempo meditando come faceva Ghjej e cerco di pulire la mia anima dalle macchie che la corrodono. So già che verrò giudicata da persone come quelle che avevano giudicato lui; e ho paura. Perché so che, se uno solo di loro seguisse la strada che ho seguito io, potrei morire.
Eppure avevo raggiunto la sincerità del cuore; possibile che la sincerità sia cattiva?
Evidentemente sì. In certi casi lo è.
Cosa dice ora la mia sincerità? Che ho commesso una colpa. Che devo espiarla come lui ha espiato.
Durante il pranzo, rubo un coltello. Tornata in cella, lo affilo contro le sbarre, lo modello.
Poi lo pianto nel mio cuore.
Il mio stesso sangue mi sembra... affascinante.
In questo istante, con quel po' di coscienza che mi rimane, sento un tramestio nel corridoio. Riconosco la voce della poliziotta che voleva venirmi a prendere per una visita e che ne sta raccontando il motivo ad una sua collega. Riesco ancora a sentire le loro parole...
Qualcuno veniva ad informarmi che... lei è viva.
Si è risvegliata. Dopo due anni.
Yogj, Ghjej, l'assassino, il sangue... Tutto per niente. Yogj ha risvegliato l'animale che dormiva dentro di me, e con la mia approvazione ne ha fatto un killer spietato e sanguinario, che ha agito per vendetta, sì... ma anche per voglia.
Ci sono tante persone che hanno una passione nascosta, segreta; per alcuni è la droga, per altri il sesso, per altri ancora l'alcool.
Per me è la violenza.
Me ne sono accorta in ritardo, ma me ne sono accorta. E non posso fare a meno di intuire, grazie alla mia coscienza che si rifiuta di lasciarmi morire senza prima aver capito, che c'è una sola definizione per una passione simile: follia.
Ho causato morte ad animali e a un uomo. Non l'ho causata con dolore, ma con felicità. Dare la morte mi ha fatto sentire viva: i guaiti dei cani erano... sinfonie. E il sangue dell'uomo, meglio di un dipinto di Van Gogh. Colore, pulsazione, vitalità che io ho avuto il privilegio di fermare.
Ora sto sperimentando in prima persona quella che è stata la mia passione. E' una strana giustizia, molto poetica.
Sento che sto sprofondando in un'oscurità strana, soffice, gentile... come se cercasse di consolarmi. Non sento più male.
Stavolta non c'è davvero più niente da dire.

* * * * *

Okay, ora ascoltami bene.
Sono balle. Tutto quello che hai letto, tutta la trama che hai seguito, tutte le righe che hai costretto i tuoi occhi a scorrere, sono menzogne e bugie grosse come case, a parte poche cose.
Sì, il maledetto idiota che ha mandato in coma la mia amica c’è. C’è ed è un bastardo e io lo odio.
Ecco, fine di quelle poche cose.
Non ho mai lasciato il posto in cui vivo. Mi ci vedi, a dire “ciao”, prendere e partire così, bella tranquilla? Immaginati semplicemente come l’avrebbero presa i miei...
E poi, mettiamo pure che io sia partita. Dove li avrei potuti trovare Ghjej e Yogj? E ancora, i nomi... sanno di falso lontano un miglio, e non saprei neppure dirti come pronunciarli.. Diciamo che me li sono inventati, perché suonavano abbastanza orientali e misticheggianti. Senza contare che, in quel posto sperduto in cui avrebbero dovuto vivere, senza un’anima intorno, non vedo come Ghjej avrebbe potuto procurarsi del crack.
E poi, altra cosa: ma ti sembra normale che un’allieva possa riuscire, non dico a fare una buona mossa contro il suo maestro, ma a cavargli un occhio? Insomma, almeno un po’ di realismo!
Okay, quindi non sono mai partita. Ghjej e Yogj non esistono, io di arti marziali non so un tubo, non ho fatto a fettine lo stupratore e non sono mai finita in galera.
Siamo seri: ti sembra plausibile che, in galera, durante il pranzo mettano a disposizione dei detenuti dei veri coltelli di metallo? Glieli daranno sì e no di plastica, altrimenti la metà si farebbero fuori tra di loro. Niente coltello, niente suicidio finale.
E soprattutto la mia amica non si è mai risvegliata.
La verità è che ho dovuto rassegnarmi e basta. Che continuo a vivere, che sto male e penso spesso a lei, ma in definitiva la vita (la mia vita) continua. E’ una cosa mediocre e schifosamente banale, ma vedi un’alternativa, tu?
Io no. Eppure, a volte preferirei davvero che le cose fossero andate come ho scritto... ma tu, tu che ne sai.
Tu a questo punto, ormai, non sai neppure se almeno in quest’ultima pagina c’è la verità, oppure no.